Roma // Omaggio a Théo Angelopoulos

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Alphaville Cineclub
Omaggio a
Théo Angelopoulos

a cura di P.Salvatori

2 febbraio 2012, 21.00
Roma, Via del Pigneto, 283

Mia aioniotita kai mia mera – L’eternità e un giorno
Italia-Francia-Grecia/1998/130’

‘Chiunque ami un cinema di parole e di situazioni non troverà in Théo Angelopoulos, il fiero regista de “L’eternità e un giorno”, una compagnia facile. Un movimento progressivo verso la purezza della lingua è quanto egli pratica da decenni, nell’isolamento arcigno che è la prima traccia d’appartenenza ad un Paese, la Grecia, aspro e selvatico. Quest’uomo affascina per il fatto che sembra possedere la memoria d’Europa e insieme la responsabilità di una tale memoria. “L’eternità e un giorno” apre il tempo dei bilanci esistenziali, si preoccupa di chiudere la maggior parte dei discorsi lasciati aperti (forse perché manca così poco alla fine – alla fine della vita biologica, alle propaggini estreme dell’opera conclusa… banalmente, alla fine di un secolo di cinema, del secolo del cinema). E allora arrivano un volto (Bruno Ganz) ed un personaggio (Alexandros) con la funzione di riassumere, tirare le fila, fare una dopo l’altra le cose giuste: ricordare bene, agire bene. Di fronte alla morte imminente, Alexandros reagisce ripiegando sul ricordo di ciò che è stato, e insieme avverte come necessario un intervento sul presente, per dimostrare che il presente gli appartiene. Non è mai stata un’arte in superficie, quella di Angelopoulos; il piano-sequenza è lo strumento che indaga nella profondità del racconto, è la vera misura della realtà (non della realtà delle cose, come argomentava Bazin, ma della realtà autonoma del racconto, come vuole la metacritica). Il presente, poi, è anzitutto lo scenario da modificare (seppure in extremis), il contesto su cui intervenire; un attitudine all’attivismo, questa di Anghelopoulos, che ha le radici in una cultura marxista ben lontana dall’essere liquidata, oltrepassata. Si è portati a pensare che le cose non dette non siano realmente accadute, nota Javier Marìas nel romanzo “Un cuore così bianco”; che ne è allora delle cose della memoria, cui Theo Angelopoulos dedica “L’eternità e un giorno”, altissimo canto d’un condannato a morte?’

Potremmo passare del tempo – molto tempo – a chiederci cosa ci sia dietro ogni simbolo, dietro ogni trappola allegorica predisposta dal regista greco: chi sono i ciclisti in impermeabile giallo? Chi è il poeta di Zacinto, il Foscolo interpretato da Fabrizio Bentivoglio? C’è però un aspetto sacrale in ogni film di Anghelopoulos che mette in guardia l’esegeta pedante. Qui si avrebbe l’impressione di turbare il sonno di qualche dio…

Entrata con tessera e sottoscrizione
www.cineclubalphaville.it

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