Loong Boonmee raleuk chat > Apichatpong Weerasethakul

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IL LIBRO THAILANDESE DEI MORTI
Loong Boonmee raleuk chat (Lo zio Boonme che si ricorda delle sue vite precedenti)
di Apichatpong Weerasethakul (Tailandia-Gran Bretagna-Francia-Germania-Spagna-Olanda/2010)
recensione a cura di Leonardo Persia

Come il Bardo Thodol, a cui si è ispirato recentemente pure Gaspar Noé, Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti illustra un viaggio di preparazione alla morte. Morte fisica e morte dell’ego. Le visioni del protagonista potrebbero essere proiezioni mentali, segni individuali e archetipici che rendono il film un metafilm. Esperienza autoriflessiva (la morte al lavoro) che sovra-imprime epoche e spazi, interiore ed esteriore, mito e realtà, un continuo concepire visioni inconcepibili.

Di fronte alla giungla, alle colline e alle valli, le mie vite passate, come animale o altro essere, emergono prima di me”. Pre-forme di vita individuata. La giungla, localizzata  nella foresta della Thailandia del Nord-est, ai confini con Laos e i suoi ectoplasmi di carne immigrati, è di per sé il luogo incantato degli incontri fatati, sorgente dell’inconscio magico. La sua distesa desertica, pullulante di suoni e insetti perennemente in campo (audio e video), è già luogo altro, dimora matrice di fantasmi e leggende che rendono il morire attività po(i)etica, verticalità di movimento manifesto, attivazione sciamanica di spirito e spiriti.

Le prime immagini, con una lunga soggettiva da auto, sono organizzate come un’immersione e ascesa nel luogo, s’innalzano e sprofondano in un villaggio della mente reso tangibile dalla concretezza distanziata delle riprese, stranianti solo per la riorganizzazione dello spaziotempo, non per via di orpelli fiction. Jan e Tong, cognata e nipote dello zio Boonmee, malato ai reni, sono ospiti dell’uomo che sta abbandonano la vita, assistito dal laotiano Jaii, nell’isolamento di un posto deputato a rappresentare l’ignoto, l’appuntamento con le potenze dell’aldilà. Villaggio di Nabua, provincia di Isan, luogo di scontri tra autorità e agricoltori.

Tutta l’energia dispesa in una vita sociale e, come si intuirà, in una vita scivolata negli orrori del totalitarismo e del sangue, si ridimensiona e intensifica nell’introspezione del soggetto a contatto con i pochi eletti affettivi, un banchetto simbolico dove l’interiorità prende posto attraverso l’arrivo a sorpresa di due scomparsi. Huay, la moglie morta 19 anni prima, spettro trasparente che, generato da un’assolvenza, gradualmente si assesta in una fisicità tangibile, e Boonsong, il figlio disperso nella giungla durante un lavoro fotografico, indagine su una strana creatura impressionata per caso nei suoi scatti, in cui adesso lui stesso si è trasformato: scimpanzé dal pelo lungo e gli occhi rossi fluorescenti. Una creatura da B-movie d’altri tempi.

L’incipit del film aveva mostrato la strana creatura, nel bosco di sera, assistere alla scena di un bufalo liberatosi da una corda e poi nuovamente catturato dal proprietario. “Animali e spiriti sentono la tua infermità” dice Boonsong al padre. Quindi il film apre su questo sentire non umano, risveglio della parte arcaica della psiche, dove il ritorno è un revenant e un regresso. Discesa all’emersione dell’anima(le) “prima di me”.
Il bufalo traduce la cifra di un sacro quotidiano che permea tutto il film, spettacolo di foglie, fruscii, insetti, luce di luna, acqua, pesci, miele, cascate e roccia, sole. La scimmia, punto di transizione umano/animale, attesta il rewind sensoriale e la luce artificiale lo acceca. Viene assimilato al diverso, all’irrazionale, dice di aver attraversato un fiume, esattamente come Jaii, straniero giunto da Laos per tramite del fiume Mekong. Il quale, dinanzi all’ominide, ha l’impressione di essere lui lo strano. Fantasmi e lavoratori itineranti sono appaiati pure da Jan che, dinanzi all’offerta della casa da parte del cognato, confessa la propria estraneità a un luogo appartenente a entrambe le invisibili categorie. Strano per strano, relatività del bizzarro.
Più in là, anche quando la forma stessa del film degrada in fotografie fisse, visualizzazione di un sogno di Boonmee, ritorna lo scimmione, ma senza gli occhi techno, sempre visibilmente finto, stretto nel lazo dei militari e dissolto in una marmaglia di teppisti. Dal racconto del sogno in oversound sulle foto, si intuisce un distillato repressivo, qualcosa di simile a un massacro, una città del futuro sovrapposta al mito della caverna platonica, dove spariscono i simboli e imperversa l’idea, la razionalità, la sparizione di ciò che il film ha finora mostrato, scintille epifaniche di quotidiano splendore. Lo spettatore torna all’immagine del bufalo imprigionato. E ai sensi di colpa di Boonmee che rivela alla cognata di aver ucciso comunisti e insetti. I massacri di Nabua, la mancata connessione con il naturale, una vita sbagliata..

Opposto al buio interiore, la luminosità di un funzionamento armonico, collettivo, socialista e panteista di cui sono espressione le api allevate dall’uomo. Operosità, elaborazione di un’unità psichica in con-divisione con il tutto. La preparazione alla morte è questa discesa sub-umana veramente umana, al di fuori delle aberrazioni dell’ego, ergo della Storia. Il tema si definisce nell’aperta campagna assolata, tra i lavoratori stranieri (che conoscono appena qualche parola di francese, traccia di un indigerito passato colonialista), il miele-grazia, l’interesse individuale che scompare dinanzi a quello generale.

L’ego malato (e la malattia del protagonista), come il virus dei tamerindi, si liquefa nella ricchezza del naturale panteista, prove per la rinascita e l’immortalità sciolta nel tutto. Lo stile di Apichatpong Weerasethakul è in linea con questo ri-vedere che si espande via via che l’esperienza si allarga, cinema lussureggiante e forestale, luogo del quotidiano magico e della metamorfosi incessante, di moderna sub-umanità visiva e concettuale, punto di vista di bufali, scimmie e api. Sulla quiete del nipote sprofondato nell’amaca, una musica in campo lungo acustico diventa primo piano fiabesco, scivolamento narrativo individuale e universale. Lo spettatore, divenuto Boomee, insieme al fogliame e la vita che lo circonda, si ri-concepisce con l’acqua e con i pesci, ulteriore discesa verticale dopo l’elemento scimmiesco.

La storia cede il posto all’entr’acte di una principessa deforme che si specchia bella e rifiorita in una pozza d’acqua con cascata, in ascolto della voce adulatoria di un pesce gatto col quale si accoppierà. Un segno di vita re-iniziata e ri-fecondata, tripudio di fertilità, luna, acqua e pesce fallico. Ancora più a fondo, immagine ravvicinata di monili e pesci giganti, l’acqua sommerge lo schermo, con il mulinello dei flussi che dipinge una danza di spermatozoi trasparenti. Nel buddismo, il pesce attesta una speranza di resurrezione, l’emanciparsi dai desideri, l’adorazione degli dei dell’oltretomba. E’ l’introduzione al nutrimento sacramentale, alla conoscenza dell’anima.

Dopo questa parentesi, Boonmee abbraccia la moglie fantasma e si scusa con lei per non essere più giovane. Anche la principessa aveva avuto problemi con la propria immagine malata e invecchiata,  invano rassicurata da un servitore innamorato. L’altro, l’esterno, rifonda la soggettività, svela la proiezione mentale del proprio io, ricostruisce il volto e il corpo e, proprio come Il libro tibetano dei morti, ridimensiona il cielo, il teismo.”Il paradiso è sopravvalutato” in un film dalla verticalità tutta orizzontale.

Huay prepara il marito alla morte, che l’uomo sente come un’interrogazione scolastica, rito di passaggio estremo. Si fa accompagnare, insieme agli altri, nel fitto del bosco verso una grotta-utero, l’ultimo tassello di un inabissamento che non può che combaciare con il suo contrario: innalzarsi e rinascere. Boonsong, sparito, si ritrova nella molteplicità di creature uguali a lui che osservano dagli alberi o dietro le foglie il miracoloso cammino.

Grembo, caverna. Il non manifesto, tutte le possibilità pullulanti, il buio da perforare con la luce/creazione. “Che succede ai miei occhi? Sono aperti ma non vedo nulla”. Dall’interno della grotta, attraverso un foro, la luna penetra come la pupilla di un nuovo, spalancato e gigantesco occhio. E’ la luna che cresce e decresce, fa nascere e morire, solleva e prosciuga le acque.”Questa cava è come un utero. Sono nato qui in una vita che non ricordo. Non so se come essere umano, o animale, se come donna o uomo”. Indifferenziato. Una pozza d’acqua con i pesci contrapposta al fluido dei reni di Boonmee sparsi sul terreno. Sorge il giorno, biancore delle rocce. Illuminazione e morte.
Ma nel finale aperto questo buio luminoso, annullamento in un sé totale, si riammanta della luce che infastidiva l’uomo scimmia. Dopo i funerali, il nipote Tong, fattosi monaco, si allontana dal suo giaciglio oscuro, silenzioso, senza radio né computer, chiedendo asilo nella stanza bianca di Jan, che con la figlia Roong raccoglie le offerte di denaro per il defunto, in un clima di abbandono della spiritualità precedente. Tutto è più prosaico e materialistico, affiora persino l’idea di scrivere un libro sullo zio morto con particolari inventati, visto che la cognata ammette di non averlo conosciuto bene.

Jan chiede di poter fare una doccia, acqua non più magica, e dopo aver indossato jeans e maglietta, si reca con la zia in un locale alla moda, con musica e luci artificiali in eccesso. Desidera un po’ di rumore e azione, al riparo dalla purezza eccessiva del tempio. Non prima di aver scorto, sgomento, sé stesso e la donna, rimasti nella stanza, a vedere la tv, ipnotizzante, insieme a Roong. Il doppio presente nel sogno dello zio, proiezione della caverna. Cinema umano inamovibile e imprescindibile, riflesso abbellente di un reale irreale, deformato. Che, in questo caso, tuttavia, è forse freddo e razionale come la realtà da cui si è sdoppiato.

Leonardo Persia

Loong Boonmee raleuk chat
(Lo zio Boonme che si ricorda delle sue vite precedenti, Tailandia-Gran Bretagna-Francia-Germania-Spagna-Olanda/2010)
Regia: Apichatpong Weerasethakul
Sceneggiatura: Phra Sripariyattiweti, Apichatpong Weerasethakul
Fotografia: Sayombhu Mukdeeprom
Montaggio: Lee Chatametikool
Scenografie: Akekarat Homlaor
Costumi: Chatchai Chaiyon, Buangoen Ngamcharoenputtasri
Interpreti principali: Thanapat Saisaymar, Jenjira Pongpas, Sakda Kaewbuadee, Natthakarn Aphaiwonk, Geerasak Kulhong, Wallapa Mongkolprasert, Kanokporn Tongaram, Samud Kugasang, Sumit Suebsee, Mathieu Ly
114′

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