ACAB – All Cops Are Bastards > Stefano Sollima

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ACAB – All Cops Are Bastards
di Fabrizio Fogliato

ACAB, scritto senza i puntini a separare le lettere, perché se All Cops Are Bastards, e anche vero che All Cops Are Band: una tribù che balla nelle periferie romane e nelle periferie del sociale, un gruppo di adepti che vive in un mondo a parte con sue regole e suoi meccanismi. Un nucleo di uomini che si nutre di odio e che vomita odio. Né buoni né cattivi solo “bastardamente” umani: come dimostra la scena in cui Cobra chiede scusa al tunisino dopo averlo svegliato e terrorizzato durante la notte. Fratelli che non si amano ma che servono l’uno all’altro, come spiega bene Cobra, nel finale, all’arrivo dei colleghi: «Ora me sento più tranquillo». Uomini che si nascondono dietro la legalità per agire nella illegalità; uomini che si proteggono l’uno con l’altro e a cui il concetto di verità sembra ontologicamente negato; uomini soli a cui il gruppo serve solo per sentirsi vivi, «perché un celerino da solo non serve a nessuno». Gente che fa il lavoro sporco, per pochi euro, tanti rischi e per compiacimento personale: emblematica la scena in cui “ripuliscono” il parchetto. Mai un sorriso, mai un momento di rilassatezza per questi uomini tenuti in vita da una tensione costante, nutriti di adrenalina e dediti all’azione brutale violenta e risolutiva.

Sempre nel mezzo come dice Mazinga, sia che si tratti di eseguire sfratti, che di contrastare uno sciopero che di fare servizio d’ordine allo stadio, che di perquisire un treno, e persino nel vivere una loro vita privata. Il lavoro diventa la valvola di sfogo per esternare, attraverso il potere della divisa, tutta la frustrazione accumulata compressa in animi e psicologie troppo semplici apparentemente e troppo complesse realmente. Poliziotti “pasoliniani” che hanno smesso di sognare, uomini a cui la vita progressivamente toglie tutto: sentimenti, dignità, affetti, e a cui solo il “fantasma” della Diaz incute timore. A tal proposito la scena finale, quella dell’attesa dell’arrivo degli ultrà il giorno della violenza urbana scatenatasi in seguito all’omicidio del tifoso laziale Gabriele Sandri, si apre con una inquadratura emblematica: attraverso il finestrino appannato di un cellulare Cobra intravede il nome della piazza antistante il C.O.N.I., Piazzale Comandante Diaz e sussurra ad un compagno: «Come se chiamava la scuola de Genova?… Stasera me sa che paghiamo il conto».

ACAB è tutto ciò che il cinema italiano non è mai riuscito ad essere di recente, ma è anche qualcosa che raramente si è visto in passato, e che solo il dimenticato (e dal titolo antifrastico) Io ho paura (1977) di Damiano Damiano era riuscito a mettere in scena con rischio, coraggio e abnegazione. ACAB, infatti, è il ritratto dal basso di un corpo di servitori dello stato che non rispetta le regole, che non accetta la legge che dovrebbe fare rispettare, che non crede nella politica e che si auto-divora in un conflitto ideologico che si consuma tutto all’interno della Destra. Né amici né nemici solo uomini, maschi, duri, spietati, e soli con la loro rabbia e frustrazione: lo stato non c’è, non è al loro fianco, ma si serve di loro usandoli come “spazzini sociali”. Gli ordini dei superiori vengono eseguiti a denti stretti, vomitando addosso ad essi tutta una serie di improperi, costruendosi lungo il servizio un modo personalissimo di agire e di comportarsi, perché quello che conta è solo il fine, il mezzo è secondario e diventa preminente solo nel momento in cui uno dei “fratelli” mette a repentaglio la propria carriera per una cazzata o quando uno dei “fratelli” tradisce (che qui vuol dire fare l’onesto, denunciare gli abusi e le violenze dei colleghi). È l’onesto che abbandona il gruppo, perché lui non rispetta le regole non scritte, non sottoscrive il grottesco “codice d’onore” di un corpo dello Stato che agisce, non dentro lo Stato, ma solo a fianco dello Stato.

Stefano Sollima, figlio d’arte di Sergio, un padre artigiano con uno smisurato mestiere, con un taglio americano della ripresa e con una impostazione secca e stringata del montaggio, applica all’incandescente docu-fiction di Carlo Bonini (edita da Einaudi), un impianto fortemente teatrale della recitazione unito ad una potente messa in scena cinematografica e costruisce un film in grado di scontentare tutti (e per questo oltremodo meritorio). La sceneggiatura è riposta nelle mani sagaci e sapienti degli sceneggiatori della serie televisiva da lui diretta, Romanzo Criminale, e il trio Daniele Cesarano, Barbara Petronio e Leonardo Valenti traccia una lunga serie di dialoghi “ronamenschi” urlati, sguaiati ed equivalenti a raffiche di mitragliatrice. Mazinga, Negro, Cobra (Pierfrancesco Favino, Filippo Nigro, Marco Giallini) e gli altri della tribù si alzano ogni mattina con in testa l’emicrania e al loro fianco il manganello: sotto quel casco celeste che sa di cielo e di libertà solo apparentemente (e trasuda feroce ironia) si nasconde un mondo violento, un caos emotivo contraddittorio, feroce, e pensieri malsani animati solo dall’odio per il diverso, l’immigrato, il privilegiato.

Sollima imposta il suo film come un elastico, in cui i tempi si dilatano a dismisura per far crescere la tensione (la scena del treno e quella del raid punitivo) e improvvisamente si contraggono, senza preavviso, e impietosamente, per catapultare lo spettatore negli effetti della violenza: lo fa tanto con il lavoro dei celerini quanto per le loro vite distrutte, percorse da disagi familiari irrisolvibili e ineludibili. Il regista destruttura ogni narrazione lineare, mette in scena un serie di ellissi che, intrecciandosi tra loro, restituiscono a chi guarda il caos dominante. Apre il film con lo schermo nero e con la voce di Cobra che urla a squarciagola: «Celerino figlio di puttana… celerino figlio di puttana» come a manifestare una sorta di auto consapevolezza ancor più terribile perché non viene mai esorcizzata. ACAB è secco, stringato, sporco, percorso da inquadrature traballanti che non sanno mai di documentario ma che pulsano di cinema a 360°.

ACAB è violento, anti-retorico, duro come le battaglie urbane che si combattono in esso. Dietro a quel plexiglas che protegge i celerini-gladiatori uniti, compatti e in formazione legionaria a testuggine, si nasconde un mondo inconoscibile, urticante, brutale e anti-emotivo, in cui lo spettatore né si immedesima né si riflette. La musica dei White Stripes con la canzone Seven Nation Army, simbolo della vittoria italiana a Germania 2006, paradossalmente, apre il film e fa da sfondo ai titoli di testa in cui gli uomini di carne si trasformano in macchine corazzate indossando la divisa della celere per andare incontro a quella che non è (e non sarà mai) una vittoria, ma solo e sempre una sconfitta: perché questa tribù di guerrieri stanchi, omertosi, opportunisti, ammalati di adrenalina e profondamente umani nella loro cattiveria “urbana” sono costretti a vivere una vita violenta, e senza dignità perdono ogni titolo di “tutori dell’ordine e della legge” e ogni alone epico: Once Were Warriors.

Fabrizio Fogliato

 

Le immagini a corredo dell’articolo sono di Emanuele Scarpa

 

ACAB – All Cops Are Bastards

Regia: Stefano Sollima
Soggetto: Carlo Bonini
Sceneggiatura: Daniele Cesarano, Barbara Petronio, Leonardo Valenti
Fotografia: Paolo Carnera
Montaggio: Patrizio Marone
Musiche: Mokadelic
Suono: Gilberto Martinelli
Costumi: Veronica Fragola
Scenografia: Paola Comencini
Casting: Annamaria Sambucco
Produttore: Riccardo Tozzi, Marco Chimenz, Giovanni Stabilini
Produttore Esecutivo: Matteo De Laurentiis
Coproduttore: Fabio Conversi

Interpreti: Pierfrancesco Favino (Cobra), Filippo Nigro (Negro), Marco Giallini (Mazinga), Andrea Sartoretti (Carletto), Domenico Diele (Adriano), Roberta Spagnuolo

Produzione: Cattleya; in collaborazione con Rai Cinema, Babe Films, Fastfilm
Distributore: 01 Distribution
Paese: Italia, Francia
Anno: 2012
Durata: 90′

 

 

 

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