24 Hour Party People > Michael Winterbottom

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24 Hour Party People
Michael Winterbottom, 2002

Siamo nel 1976 a Manchester, polo industriale inglese in costante declino. Il periodo thatcheriano sta per finire e la scena musicale è particolarmente attiva. Joy Division (poi New Order), Happy Mondays, A Certain Ratio, sono tutti i grandi nomi della new wave inglese. E poi c’è Tony Wilson, un nome che a molti non dirà tanto, ma in cui gli appassionati riconosceranno quello di chi ha creato la Factory Records, l’etichetta discografica che ha dato la possibilità a tutti questi gruppi di pubblicare dischi. Tony Wilson era giornalista per una piccola televisione locale di Manchester e, oltre a mandare in onda utilissimi servizi su nani che puliscono elefanti o sull’emozione di volare in deltaplano, conduceva anche l’unico programma televisivo inglese che dava la possibilità ai giovani di ascoltare la nuova musica: il punk. Ma questo a Tony Wilson non bastava, lui voleva promuovere la musica che gli piaceva.
E così ecco nascere la Factory Records, etichetta discografica che ha prodotto gruppi come i Joy Division.
Nel 2002 Michael Winterbottom ha deciso di raccontare la storia di Tony Wilson nel film “24 hour party people” (è il titolo di una canzone degli Happy Mondays) utilizzando la forma del biopic ma sovvertendo le regole del genere. Nonostante Winterbottom non arrivi all’ottima sperimentazione di un “Io non sono qui”, costruisce un film completo e interessante, dove il protagonista non si limita a vivere sullo schermo, ma diventa il narratore onnisciente delle vicende narrate. Tony Wilson dialoga spesso con lo spettatore, tirandosi quindi quasi fuori da ciò che il regista ci sta raccontando.
Ed è questo il primo punto di forza del film: non fare dello sconosciuto Tony Wilson il protagonista, ma rendere protagonisti la musica e i musicisti. Wilson diventa quindi un personaggio quasi di fantasia tant’è che – e nemmeno lui ne fa mistero – la storia che ci sta raccontando è un insieme di cose veramente successe, pettegolezzi e leggende metropolitane.
Il secondo punto di forza è sicuramente la messa in scena che il regista di “The road to Guantanamo” sceglie di utilizzare. Il punto di partenza sono i filmati di repertorio dei concerti dei vari gruppi che si avvicendano sulla scena: man mano che il tempo passa, cambiano gli stili di ripresa (da quelle amatoriali ai videoclip), cambiano i colori e così cambia anche lo stile della regia. Winterbottom non solo integra perfettamente i filmati di repertorio tanto da renderli quasi irriconoscibili all’interno del film, ma riesce a cogliere lo stile grafico e iconografico di ogni decennio. In più Winterbottom gestisce bene l’avanzare cronologico delle vicende, alternando spesso il tono da commedia con momenti inevitabilmente drammatici (basti vedere la morte di Ian Curtis), dando alla colonna sonora e alla musica, l’importanza che si merita all’interno di un film del genere.
Steve Coogan è un perfetto Tony Wilson: ammiccante, glamour, divertente e spiritoso, il suo personaggio crea una perfetta sintonia con il pubblico. Il resto degli attori (per la maggior parte sconosciuti) sorprendono sia per la loro somiglianza con gli artisti che interpretano, sia per la bravura con cui riescono a rendere la personalità dei personaggi allontanandosi dalle semplici imitazioni. Piccola comparsata anche per un irriconoscibile Andy Serkis, nascosto sotto una zazzera riccioluta e un quintale di grasso.
In concorso al 55.o Festival di Cannes (vinto da Polanski con il suo “Il pianista”), “24 hour party people” non è solo un film biografico, ma un film sulla musica e sull’industria musicale, sui musicisti e su chi la musica l’ascolta.

Matteo Contin

24 Hour Party People
(UK/2002)
Regia: Michael Winterbottom
Sceneggiatura: Frank Cottrell Boyce
Musiche: Rolfe Kent
Fotografia: Robby Müller
Montaggio: Trevor Waite, Michael Winterbottom
Scenografia: Mark Tildesley
Costumi: Stephen Noble, Natalie Ward
Interpreti principali: Steve Coogan, John Thomson, Nigel Pivaro, Lennie James, Shirley Henderson, Martin Hancock, Mark Windows, Paddy Considine, John Simm, Ralf Little
117′

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