Il meglio del 2011 – Giampiero Raganelli

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Il 2011 va in archivio. È stato un anno complicato e triste sotto molti punti di vista. Noi abbiamo il cinema come medicina, come cura alle sofferenze della Vita e della Storia. Quest’anno abbiamo voluto giocare con la nostra redazione, con le persone che nell’ultimo anno hanno scritto per Rapporto Confidenziale e con una serie di amici, collaboratori e personalità che hanno accettato l’ingrato compito di stilare un elenco dei 5 migliori film usciti, o visti per la prima volta, nell’anno solare 2011. Ne è uscito un elenco corposo ed originale che vogliamo condividere con i nostri lettori, con il fine di fornire qualche consiglio per la visione che possa rischiarare il 2012. Alla faccia di ogni profezia catastrofica.

 

Giampiero Raganelli  collaboratore di RC

 

    Cut
di Amir Naderi
(Giappone-Francia-USA-Corea del Sud-Turchia/2011)

Crocevia di due tra le cinematografie più importanti, quella giapponese e quella iraniana, che scoprono rapporti di parentela e filiazione (vedi l’attenzione per l’infanzia che deriva dal regista Shimizu Hiroshi e il silenzio che accomuna opere come L’isola nuda di Shindo Kaneto e Acqua, vento, sabbia di Naderi). Cut è un atto d’amore cinefilo puro che fa tabula rasa della cialtroneria imperante da village-multisala. Da visione coatta, come una cura Ludovico, per la maggior parte dei critici trendy o dei filmmaker da happy hour.

     
    Siglo ng pagluluwal (Century of Birthing)
di Lav Diaz
(Filippine/2011)

Come ogni proiezione di Lav Diaz un evento, un’esperienza da vivere e condividere con i pochi adepti che rimangono fino alla fine. Ancora una visione fluviale, di sei ore – potrebbe essere considerata un cortometraggio per i canoni abituali del regista filippino -, ma che tiene incollati allo schermo in una tensione continua, con la sua ragnatela intricatissima di personaggi, plot, sub-plot e sub-sub-plot, i cui fili si palesano progressivamente al dipanarsi della narrazione, e con le sue immagine mesmeriche in bianco e nero: paesaggi naturali, risaie che diradano verso il mare, giungla, palme. Anche Lav Diaz si interroga sull’essenza del cinema, e lo fa richiamando Che ora è laggiù? di Tsai Ming-liang, che a sua volta rimanda a Truffaut/Antoine Doinel, la fotografia e il teatro, la registrazione della realtà e la messa in scena, le sette religiose con il loro potere di plagio, e il concetto di essere in Heidegger. Rimane indimenticabile l’inno della congrega “ taiunahaaa ahicundaaa”, così almeno suona.

     
    A Torinói ló (The Turin Horse)
di Béla Tarr
(Ungheria-Francia-Germania-Svizzera-USA/2011)

L’epitaffio di Béla Tarr, il suo ultimo sguardo contemplativo sul mondo. Già la semplice constatazione di aver esaurito quello che si ha da dire rimarca la grandezza del regista ungherese, che non farà la fine di un Wenders qualsiasi. Con la sua solita cerchia di collaboratori, lo scrittore e sceneggiatore László Krasznahorkai e il musicista Mihály Vig, Tarr si pone nuovamente come colui che contempla la tristezza del mondo, come il personaggio che osserva la teleferica dalla finestra di Dannazione, o l’uomo che guardava passare i treni di Simenon. Ancora una opera infarcita della sua ‘malinconia della resistenza’, un’anatomia della desolazione. Ma Tarr, in questo suo ultimo lavoro, comprende anche la poetica della prima fase della sua carriera, quella antecedente la svolta di Dannazione.

     
    Finisterrae
di Sergio Caballero
(Spagna/2010)

Commedia strampalata, con protagonisti due ridicoli fantasmi russi, con tanto di lenzuolo, in pellegrinaggio verso Santiago de Compostela. Riflette il particolare sense of humor di Sergio Caballero, poliedrico artista catalano, codirettore del Sonar Festival di Barcellona sulle arti multimediali, al suo esordio in un lungometraggio. Il film sembra condividere lo spirito anarchico dell’enfant terrible del nuovo cinema spagnolo Albert Serra e anche il suo immaginario di paesaggi desolati e rarefatti, opera del comune direttore della fotografia Eduard Grau. Finisterrae è un teatro dell’assurdo beckettiano che rimescola La cicatrice intérieure di Garrel con La via lattea di Buñuel, permettendosi anche la citazione irriverente di Emmanuelle.

     
    Opfergang
di Veit Harlan
(Germania/1944)

Visto al Cinema Ritrovato 2011. Melodrammone con tutti i crismi e le vette di kitch, che qui si elevano all’ennesima altezza, tipiche del genere: ambientazioni lussuose in grandi ed eleganti dimore aristocratiche, feste da ballo in maschera, magnificenti giardini, una protagonista che suona il piano, una che cavalca un cavallo bianco tra i flutti in una spiaggia. E poi fiori e magici arcobaleni, il tutto nei colori pastello dell’Aqfacolor. E la storia di un ménage à trois appare particolarmente forte per una pellicola del Terzo Reich. Una soap opera nazista, con influssi nietzschani e suggestioni orientaleggianti, che vanta tra i suoi estimatori Slavoj Žižek, che l’annovera tra i suoi tre film preferiti di sempre, e Goebbels, che si tenne la pellicola per le sue visioni private. Sicuramente uno dei più grandi melò di tutti i tempi.

 

Dei titoli selezionati da Giampiero Raganelli fra il meglio del 2011, su RC puoi trovare:
"Opfergang" di Veit Harlan – recensione a cura di Simone Buttazzi

 

cover image: Cut di Amir Naderi (Giappone-Francia-USA-Corea del Sud-Turchia/2011)

 

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