La cosa in cima alle scale > Michele Torbidoni

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+


La cosa in cima alle scale
di Michele Torbidoni
Italia / 2011 / colore / italiano / 25’ / Red One

Pietro, un giovane tecnico informatico, perde il volo per tornare a casa e decide di impiegare le ore di attesa con una visita al paese della sua infanzia. Non può sapere che non tornerà mai più da quello che sembra un innocuo tuffo nei ricordi.
Strane presenze, finestre buie che sembrano osservarlo lo risucchiano nel passato, mentre insegue un bambino inquietante e stranamente familiare.
Ma tutto peggiorerà di colpo quando la curiosità lo porterà al vecchio ristorante gestito dai suoi. L’edificio fatiscente ormai abbandonato nasconde un orribile segreto, qualcosa che Pietro aveva dimenticato. E scoprirà che lo aveva fatto per un motivo maledettamente valido.

Tratto liberamente dal racconto breve di Ray Bradbury “The Thing at the Top of the Stairs”, da cui mutua anche il titolo, “La cosa in cima alle scale” è il secondo cortometraggio di Michele Torbidoni, girato a ben 16 anni dal primo, “The Net”, lavoro di diploma per il Centro sperimentale di Cinematografia .
“La cosa in cima alle scale” è un film fortemente di genere che sa fare ottimo uso delle atmosfere (nella placida e tranquillizzante provincia – come già aveva fatto notare Pupi Avati in “La casa dalle finestre che ridono” – si annidano insospettabili mostri). Nel film, un uomo fa ritorno nella ormai abbandonata casa natìa a distanza di anni. Si capisce che con quel luogo ha un conto in sospeso. Torbidoni ce lo illustra attraverso un sapiente uso del flashback (con un’accurata ricostruzione dell’epoca) che mostra un bambino che si rifugia tra le braccia della madre, sotto gli occhi severi del padre, terrorizzato da una presenza. Sarà l’adulto a dover riconciliare il bambino affrontando la stessa paura che lo attanagliava anni prima. Ma il male reale, come spesso quello dell’inconscio, non è sempre affrontabile solo in virtù dell’età e dell’esperienza.

Girato con un budget importante (si parla di circa 25’000 euro) e in una decina di giorni, “La cosa in cima alle scale” è innanzitutto un film ben scritto dal regista stesso, che non solo dimostra notevole padronanza del ritmo della vicenda narrata ma sa anche fare buon uso – cosa purtroppo sempre più rara nei corti indipendenti italiani – degli interpreti (con menzione al protagonista adulto Gianluca D’Ercole). Così, ogni singolo attore, anche quello impegnato nel ruolo più defilato, porta alla storia un contributo importante. La gelida fotografia di Angelo Stramaglia e la cura del suono da parte di Gianluca Costamagna fanno il resto.
Chi avesse già visto “The Net” del 1995, il citato lavoro di diploma di Torbidoni, troverà conferma di un gusto e di una capacità nel muoversi nel cinema di genere – quel cinema di genere che in Italia ha costituito per anni fonte di ricchezza anche immaginativa prima di morire miseramente nel corso degli anni ’80 portandosi con sé decenni di esperienza e maestranze – con originalità visiva e grande senso del racconto. Per tutti gli altri costituirà una più che piacevole sorpresa.

Resta da sperare di non dover attendere altri anni prima di una terza prova. Difficile, il film dovrebbe farsi valere nei vari festival internazionali cui sta partecipando dopo la presentazione alla Mostra del cinema di Venezia dello scorso anno.

Roberto Rippa

Michele Torbidoni (in alto) prepara una scena drammatica ambientata nel mondo dei ricordi del protagonista.

INTERVISTA A MICHELE TORBIDONI
di Roberto Rippa

RR: Tu hai frequentato il CSC molti anni fa e in quella occasione realizzasti “The Net”, il tuo primo corto. Quindi la scelta di dedicarti ad altro, professionalmente. A cosa si deve questo allontanamento dal cinema e la scelta di farvi ritorno?

MT: Bella domanda! Ma guarda … la mia esperienza al Centro è stata qualcosa di veramente grandioso e istruttivo anche in relazione ai suoi lati negativi. Quando l’ho frequentato ero davvero molto giovane, avevo 21 anni, e per me il cinema era questa magica fusione tra artigianato e soldi. Amavo l’abilita misteriosa capace di far scaturire vere emozioni attraverso un artificio estremamente complesso come il set e la postproduzione. Ma non avevo una mia “poetica” ben definita e, in quegli anni, si chiedeva ai registi un certo grado di autorialità che non era nelle mie corde. Poi, con il tempo, ho capito che questo non deve essere l’unico approccio. Nel senso che se esistesse un sistema di produzione cinematografico industriale e, quindi, ad ampio spettro ci sarebbe spazio (e richiesta) sia per chi gira come Antonioni sia per chi gira come J.J.Abrams. Certo, quanto dico è un’ovvietà, ma ci sono arrivato crescendo. :)

RR: Hai realizzato “La cosa in cima alle scale” 16 anni dopo “The Net”. Cosa ti ha fatto decidere di affrontare un progetto che appare molto complesso dal punto di vista produttivo?

MT: Perchè volevo mettermi alla prova con un gioco “serio”. Volevo capire se era possibile (e se io avevo le capacità di) produrre qualcosa che potesse essere percepito come “cinema vero”, come un qualcosa di mainstream e non come un corto “indie” tutto un po’ sfocato e intimista. E riuscire a farlo fuori dai contesti produttivi tradizionali. Ecco perchè ho scelto di includere scene di massa, sequenze complesse di effetti speciali, situazioni di conflitto con la presenza di un attore bambino. Ecco perchè abbiamo voluto utilizzare musica originale scritta ad-hoc e pianificare un lavoro esteso a livello di sound design.

RR: “The Net” è opera tua anche a livello di soggetto e sceneggiatura, “La cosa in cima alle scale” è invece un adattamento libero di un racconto breve di Bradbury. Come hai affrontato il soggetto e quanto hai scelto di mettere di tuo nella costruzione della narrazione?

MT: In realtà anche “The Net” prende spunto da un episodio di “The Twilight Zone”. Ecco, vedi? Io non sono in grado di partorire idee originali o dirompenti, ma, credo, so come trattare bene tessuti narrativi pre-esistenti.
Mentre, due estati fa, leggevo sotto l’ombrellone il racconto brevissimo di Bradbury, mi sono detto che, wow!, sarebbe stato davvero fantastico tradurre quelle atmosfere dense di ombre in qualcosa di cinematografico. La mia versione rende emerso quello che nel racconto è solo suggerito aggiungendo tutto lo strato di ricordi anni ’80. Quei ristoranti, quelle cene, quelle sedie, quelle pareti in perlinato … beh, credo facciano parte del bagaglio di vissuto di tutti noi che c’eravamo e mi piaceva farli rivivere.
La sequenza del “mostro”, poi, è completamente esplicita, mentre in Bradbury è del tutto giocata sulla sottrazione. Nel racconta funziona moltissimo e, se devo dirti, credo che avrebbe funzionato anche sullo schermo, però mi sono detto che se fossi riuscito a catturare il pubblico fino a quel momento sarebbe stato più gratificante offrire allo spettatore qualcosa di esagerato, qualcosa di “pieno e presente”. Questo approccio rappresentava un gran rischio perchè se gli effetti non si fossero rivelati assolutamente all’altezza l’intero progetto sarebbe imploso al suono di una risata.

RR: Partiamo dall’inizio della produzione: dopo avere scritto la sceneggiatura come ti sei mosso nella ricerca di finanziamenti? E si è trattato di un percorso difficile?

MT: In realtà è stato semplicissimo in quanto, a parte la coproduzione di Marche Film Commission, si è trattato di quasi tutti i miei risparmi! Un suicidio finanziario, no? Beh, in parte si, ma non l’avrei fatto se non avessi pensato che questo progetto avrebbe potuto rappresentare un viatico per qualcosa di più grosso e complesso.

RR: So che nella produzione del film hai collaborato con molte persone molto distanti tra loro. Come hai lavorato praticamente con loro?

MT: Nella vita campo facendo altro. Per necessità lavorative ho sfruttato vari portali collaborativi e sistemi di gestione remota dei ruoli e delle attività.
Per questo progetto abbiamo attivato un sistema web basato sulla piattaforma Basecamp (http://basecamphq.com) che ci ha permesso di pianificare nel dettaglio l’intera fase di preproduzione e produzione. Per quanto riguarda la post è stato vitale sfruttare un sistema di file sharing che ci offrisse la possibilità di condividere i quasi 50Gb di layer di effetti per la sequenza del mostro. E’ stato sufficiente un account Premium dell’ormai defunto Megaupload.

RR: Uno tra i tratti distintivi del film è la bontà delle interpretazioni, non esattamente una costante dei progetti indipendenti. Come hai lavorato con gli attori?

MT: Non sapendo come farlo! No, davvero … non mi sono mai sentito un regista di attori, ma per riuscire bene in questo progetto è stato fondamentale circondarmi di gente davvero valida e restare fedele a quello che avrei voluto vedere sullo schermo. Collaborare con attori così disponibili e bravi mi ha permesso di correggere il tiro ad ogni prova finché non fossi riuscito ad avvicinarmi il più possibile a quanto mi immaginavo.
Una delle esperienze più toste e stimolanti è stato lavorare con Alberto, il ragazzino che interpreta Pietro da piccolo. Scoprire che devi saper sfruttare ogni attimo di attenzione e creare una situazione favorevole per non perdere i momenti giusti.

RR: Su quale tipo di assistenza hai potuto contare da parte della Film commission delle Marche?

MT: Abbiamo avuto la fortuna di partecipare al primo Bando di coproduzione regionale e l’abbiamo vinto. Questo ci ha garantito la copertura di una parte dei costi. Ovviamente la Film Commission della mia region non ha il peso di una Puglia Film Commission, ma devo dire che è stato davvero un apporto indispensabile e penso proprio che le Marche possano rappresentare un palcoscenico ideale per fare cinema. In fondo, sono vicine a Roma, sono piene di disponibilità (umana e professionale) e offrono davvero molti scenari diversi.

RR: Il film è stato presentato alla fine dello scorso anno a Jesi. Qual è stata l’accoglienza da parte del pubblico?

MT: Un’esplosione di applausi. Ma erano tutte persone che mi conoscevano o che avevano partecipato al progetto, quindi … giocavo in casa. La cosa che, però, mi ha più emozionato è stato osservare, da fondo sala, gli sguardi del pubblico. Gli occhi catalizzati per venti minuti, rapiti e trasportati in un un altro mondo. Ho sentito che c’era un legame tra lo schermo e lo spettatore. Meraviglioso!

RR: Come stai distribuendo il film in questo momento?

MT: Attualmente siamo nella fase “festival”. Sto inviando il corto al numero più grande di festival in giro per il mondo e, al momento in cui scrivo, siamo in concorso il 10 Febbraio al “New York Winter Film Awards” e a Marzo al “Green Bay Film Festival”. Essere selezionati tra migliaia di proposte da persone che non ti conoscono (e che non sanno e non vogliono sapere quanto hai sudato dietro un progetto) è una cosa esaltante. Abbiamo da pochissimo attivato una pagina ad-hoc sul nostro sito per tener traccia di questi eventi.
Per veicolare il corto abbiamo utilizzato alcuni servizi online che ti permettono di snellire il processo di “riempimento moduli” risparmiando anche sulle spedizioni dei dvd. Per chi è interessato posso suggerire Withoutabox (www.withoutabox.com), ReelPort (www.reelport.com), Moviebeta (www.movibeta.com), Short Film Depot (www.shortfilmdepot.com), Short Film Central (www.shortfilmcentral.com).

RR: Quanto è durata la lavorazione e come era composta la troupe?

MT: La lavorazione è stata molto breve o molto lunga. Dipende dal punto di vista. Lo script è stato completato a Dicembre 2010 e il mix finale è stato chiuso il 19 Novembre 2011, quindi a livello di deadline abbiamo impiegato quasi un anno. Troppo, no? Ma siamo anche stati velocissimi. La reltà è che ho avuto l’onore di tornare a collaborare con molti miei amici ex-CSC. La loro disponibilità è stata meravigliosa e sorprendente e, a differenza di me, sono persone che lavorano full-time e ad alti livelli nel mondo del cinema professionale. E’ stato, quindi, stato inevitabile ricavarci del tempo negli interstizi tra un lavoro e l’altro. E, da questo punto di vista, siamo stati davvero veloci ed organizzati.

RR: Dopo questo ritorno al cinema, stai pensando a un nuovo progetto? Se si, ci puoi anticipare qualcosa?

MT: Come ti dicevo prima, il motivo per cui ho voluto realizzare questo progetto è perchè ho scritto un lungometraggio. Molto originale, eh? Lo so, lo so! Ma insieme a due sceneggiatrici meravigliose, stiamo ultimando la terza versione della sceneggiatura di questo progetto e sta venendo davvero benone!
Il premio più sorprendente nell’aver realizzato questo corto è stato creare una squadra di persone che, ognuno con il proprio ruolo, avesse davvero a cuore questo progetto. Chiaramente realizzare un film non è come fare un corto, ma punto a ripetere questa esperienza (in una scala diversa) con questa squadra. Una squadra motivatissima che ha dimostrato di essere in grado di portare a casa un risultato di qualità eccellente con costi davvero molto distanti da una produzione tradizionale.
Incrociamo le dita!

10 febbraio 2012

Michele Torbidoni prepara una scena con Luigi Moretti (padre), Gaia Benassi (madre) e Alberto Valletta (Pietro bambino)

La cosa in cima alle scale
(Italia/2011)
Regia, sceneggiatura: Michele Torbidoni
Fotografia: Angelo Stramaglia
Suono: Gianluca Costamagna
Musiche originali: Pietro de Gregorio, Roberto Ferretti
Montaggio: Walter Fasano
Scenografia: Salvatore Simone
Costumi: Stefania Cempini
Trucco: Silvia Marandola
Produzione: Rimira, in collaborazione con Marche Film Commission
Produttore esecutivo: Daniele Galvani
Interpreti principali: Gianluca D’Ercole, Luigi Moretti, Gaia Benassi, Alberto Valletta, Tiberio Fiori, Andrea Toccaceli
25’

La cosa in cima alle scale – Sito ufficiale

La troupe e le numerose comparse controllano la riuscita di una scena.

Michele Torbidoni Michele nella vita fa altro. E’ un apprezzato UI Designer, cioè colui che progetta e sviluppa l’aspetto visuale delle applicazioni per computer (o per iPad). E’ decisamente bravo in questo e lo fa da tanto tempo.
Qualche milione di anni fa, però, ha frequentato il Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma nel corso di Regia. Era il triennio di Eros Puglielli, Salvatore Mereu, Stefania Rocca, Irene Ferri. Tra le altre cose realizzò “The Net”, un cortometraggio di fantascienza che conquistò numerosi riconoscimenti all’epoca.
Questo cortometraggio, nato da una fortunata ed inspirata serie di incastri e collaborazioni, è il suo ritorno a quel mondo. Il ritorno ad un cinema in cui le storie sono sempre avventure epiche, forse archetipiche. Un cinema che preferisce la favola, l’immaginazione al racconto della contemporaneità. Un cinema che si pone il traguardo di far spalancare le bocche per lo stupore o far chiudere gli occhi per la paura.
Per Michele il cinema è fascinazione, un viaggio il più possibile distante da questo oggi.

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+