Le macerie dei Coen (Burn After Reading)

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Le macerie dei Coen di Ciro Monacella

articolo pubblicato su Rapporto Confidenziale numero8 – ottobre 2008 (pag.32-33)

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“Burn After Reading”… se in dirittura d’arrivo John Malkovich, ex agente della CIA, scende i gradini del suo scantinato con un bicchiere di whisky nella mano destra e una pistola nella sinistra, con le sue gambotte bianche, storte e rivoltanti, se sorprende Richard Jenkins, sacerdote spretato ora manager di una palestra, e credendo che questi sia l’amante di sua moglie finisce per stabilire di ammazzarlo, vuol dire che c’è la zampaccia dei Coen bros. Ovvero, il turbinio di variegate ma zoppicanti personalità americane, una volta presa la via della commedia, finisce per sputare a mo’ d’elettrodomestico selvaggio un paio di individui che conoscono l’esatto punto in cui il fondo non è più grattabile.

La trama è epicicloidale, per nulla scontata, semplice ma non schematizzabile, ricca e povera, densa e trasparente; in più, la trama è di nessuna importanza fatta eccezione per il desiderio intimo che trasmette: significazione di caso e relativa disperazione di ogni umano quanto vano tentativo di sua sistemazione. Dunque sarebbe preferibile al sunto della trama una rapida delineazione dei tipi mascherati, dei vizi umani, che nella rappresentazione dei Coen si muovono senza orientamento, quasi senza vista, cozzando fra loro nella determinazione di un complicato stato d’animo che lambendo il dolore richiede una pratica di cinismo. Ad esempio, la traiettoria di Osborne Cox (John Malkovich), analista CIA improvvisamente travolto dalle macerie in cui si sgretola il suo mondo, va ad intersecarsi con quella di Chas (Brad Pitt) del cui mondo egli stesso forse non concepisce che la crosta, e ancora con la traiettoria cadente dell’amante di sua moglie (Gorge Clooney) estetico e chiassoso, in una sequenza prossima a quella autoconsumante del motore a scoppio. Ed è appunto sotto lo strato di lamiera spessa costruito dalla scrittura e dalla ripresa dei Coen, che ogni attore riconosce e accetta con esiti magnifici il proprio ruolo nel procedimento verso l’esplosione; e ancorché tale ruolo possa apparire piccolo, parallelo, o trascurabile, non s’avrà mai la percezione della sua inutilità perché sarà conficcato, come una spina o una biella, nel profondo della ipotesi artistica. Ne segue un Brad Pitt sorprendentemente eccezionale, vicino, per intensità e superficialità, solo al Clooney-Ulisse di “Fratello dove sei?” sempre dei Coen; trovano conferma il talento sporco e comicamente rugoso di Frances McDormand, feticcio pubblico e privato, e l’esilarante controcanto di codardia e paranoia nascosto nel machìsimo George Clooney; per finire con la prova totalmente subacquea, quanto a presenza nella storia, della Tilda Swinton, algida, zigrinata, quindi stupidamente macabra proprio come era opportuno che fosse.

Quanto al come, molto predica l’ingresso in zoom dal satellite verso la città di Washington, verso gli edifici e i corridoi, fino alla razza d’uomini che aprirà e chiuderà la vicenda in una saletta come un’altra. Alla stregua di un’incursione, mano a mano che la punta scaverà – e che la materia filmica si lascerà trapanare – emergerà netta la definizione della ‘congrega di imbecilli’ (talvolta cromaticamente dichiarati all’immagine tramite la divisa della palestra “HardBodies”). Tant’è che l’azione pura, quell’intreccio caotico ma pure geometrico che anima i Coen, è innescata dalla voglia che una donna di mezza età ha di ‘ridefinire se stessa’. Si tratta, sotto il verbo, di chirurgia estetica. Di fronte allo sconquasso che ne sarà generato, gli uomini delle salette dei comandi, gli agenti di sicurezza tanto americani quanto russi, si limiteranno a controllare e a pulire le scorie che gli imbecilli lasceranno per strada. Un’inazione (o piuttosto un’azione igienica’) che alla luce dell’attenzione sagace che i fratelli Coen dedicano all’attualità non può che essere sintomatica della fine dichiarata di un mondo, e della nascita di un altro – è un caso che le attività della CIA riguardo al più traumatico avvenimento della nostra epoca, l’undici settembre 2001, si siano limitate a una pulizia successiva anziché alla intercettazione preventiva?

Al cospetto di tali intelligenze, e di tale ‘intelligenza’ (intendendo quella dei servizi), risulta arduo individuare vie d’uscita ad un groviglio che, pur se circoscritto alla stesura di una commedia sui generis, non può che essere esteso, per modalità e materia, al panorama umano che tale commedia acclamerà. Ed è in tale acclamazione che andrebbe rintracciato quel germe, forse allarmante o forse divertente, che i due registi propongono come un fiume sotterraneo al ruzzolare degli eventi scenici ma che riesce ad affiorare in una desolazione concreta. Il genio è sensibilità e capacità di instaurare legami invisibili fra il sentito e il da-sentire, ossia: forme inattese quali il sesso rimediato sul web, la frustrazione del sogno di essere ancora in qualche modo al mondo (il libro che Osborne Cox vuole scrivere), l’utopia dell’apparire e i vecchi canoni (con i nuovi metodi) di bellezza, la foga insaziata per la forma fisica, tutto ciò è la versione tradotta di uno stato percepito, emotivamente piuttosto che intellettualmente, dai due geniacci di Minneapolis. E tutto ciò, ancora, comunica allo spettatore iniziato che s’approssima al Coen’s una simpatia per la roboante caduta della società rappresentata, per le macerie desolate che si stagliano contro l’ennesimo, bianco, marmoreo, edificio della capitale burocratica d’america.

Ed allora questo mondo così regolato dai Coen, come sbobinato da un’incursione satellitare che non sappia trovare giustificazioni, assume una forma tristemente paralitica, poiché tutti gli elementi che in natura (una natura sociale) si presentano come contrapposti finiscono per attrarsi componendo, con l’alchimia dei Coen e dopo vortici e scariche elettriche, una realtà priva di alcun senso che non sia bizzarro. A conferma di ciò, come in “No country for old men” c’è anche in “Burn After Reading” una domanda finale su una possibile morale o insegnamento. Ma come accade nel western, sebbene i toni siano più medi, più mediati o più borghesi, la vera risposta è nell’incapacità stessa da parte dei ‘domandanti’ di trovarne una. Qui, non altrove, è la comicità amara. Qui il capitolo massimo dell’ironia: una non-risposta che a suo modo risponde alla domanda sul senso di tutto.

articolo pubblicato su Rapporto Confidenziale numero8 – ottobre 2008 (pag.32-33)

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