ricci/forte > Grimmless

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ricci/forte
GRIMMLESS
regia di Stefano Ricci
drammaturgia di ricci/forte

Fiaba come transizione infantile verso l’età adulta. Fiaba come polmone d’acciaio per sopportare, da cresciuti, una quotidianità più affilata delle unghie di qualunque matrigna. Fiabe per nonni e nipoti, ognuno con il proprio bagaglio di desideri, aspettative e frustrazioni pronte a spiccare il volo verso una materializzazione dei bisogni. Che non sempre avviene. Perchè le nostre giornate non sono scritte dai fratelli Grimm. Non hanno lieto fine. Non ci sono artifici abusati e fazioni manichee: buoni da una parte, cattivi dall’altra. Ci siamo noi. Fratturati. Ribaltati. Senza sconti. Grimmless. Senza Grimm, appunto.
(dalle note di regia dello spettacolo)

Foto: Daniele+Virginia Antonelli

“Grimmless” è un rito funebre selvaggiamente pagano; un’orgia esiziale a danno dei simboli dell’infanzia soffocati dalla sovrabbondanza iconica e segnica della società dello spettacolo e dei consumi culturali di massa. La scena si trasforma nell’occasione di un’ultima abbuffata, pantagruelica, ebbra dei propri eccessi.

La finzione inscenata da Ricci/Forte – Stefano Ricci e Gianni Forte – è chiaramente illusoria, gli eventi si svolgono all’interno di uno spazio simulato, in un non-luogo condannato ad un presente eterno, dove le coordinate di tempo e spazio sono fluite in un tutto indistinto. Un’iperrealtà in cui ogni residua naturalità del mondo è schiacciata da un accumulo di segni mediatici espropriati di referente certo, immagini digitali prive di ancoramento analogico, che hanno finito per rendere i simulacri del reale l’unico riferimento attingibile. Un universo simulacrale dominato dall’egemonia della comunicazione commercial-televisiva, all’interno del quale la realtà e i suoi doppi virtuali si scambiano ininterrottamente.

I due autori si appropriano delle più celebri figure del corpus di fiabe ottocentesche per farne protagonisti di una serie di quadri, in cui le loro vicende, parte ormai dell’immaginario collettivo, vengono duramente colpite dalle contingenza del quotidiano, dagli affetti più laceranti, dall’amore nelle sue molteplici e spesso strazianti declinazioni.

La casa di marzapane di Hansel e Gretel è ridotta a plastico dimostrativo della scena di un delitto, ricettacolo dei miasmi di depravazione della tivù del dolore; la Bella Addormentata è affetta da una narcolessia che assume i connotati di un desiderio cangiante e sfuggente; Cenerentola si specchia nell’immagine della matrigna, scoprendosi, come lei, schiava della forma e vittima del disfacimento; Cappuccetto Rosso cerca sollievo cancellando con furiosa e irrefrenabile violenza ogni traccia dell’opprimente peso dei suoi sogni non realizzati; Biancaneve ci racconta la sua condizione di solitudine e smarrimento, vissuta all’interno di uno sterile e gelido ambiente familiare, incapace di accorgersi del suo bulimico vuoto interiore. Moderne memorabilie per confezionare Wunderkammer adatte ai nostri tempi.

La bravura di Ricci/Forte è barocca, tesa, cacofonica. Il loro talento vive nell’accumulazione semantica e nella precisione lessicale, in una lingua che è contaminazione virtuosa tra sottocultura mass-mediatica e superiore cultura artistico letteraria, deliberato corto circuito tra alto e basso, tra sperimentalismo avanguardista e fascinazione feticistica per i prodotti di massa. I due autori hanno «la consapevolezza cruciale che non sono le risorse tradizionali della cultura alta […] bensì quelle della cultura popolare a offrire […] le immagini chiave, i personaggi e gli archetipi narrativi, le metafore, i punti di riferimento e le allusioni che servono a spiegare chi siamo» (1).

In perfetto stile «AvantPop», i due autori frantumano le barriere “codificate” dei generi, scavalcano le frontiere tra noir, hard-boiled, fantascienza, fiaba, western, cyberpunk, alternano dialoghi concitati e drammatici a divertenti deliri surreali. Ma soprattutto portano a cortocircuitare fiction e non fiction. Secondo le logiche proprie della sensibilità AvantPop, come evidenziato da Antonio Scurati, anche Ricci/Forte mettono lo spettatore nell’impossibilità di «guadagnare e conservare una distanza critica rispetto al mondo osservato, un mondo che, essendo già strutturalmente organizzato come delirante universo iperreale, rende al tempo stesso irrintracciabili i confini tra scrittura di finzione e non finzionale, ma anche, ad un livello più profondo, rende oramai impraticabile la distinzione tra alta cultura in senso intellettuale e bassa cultura in senso antropologico» (2).

Stefano Ricci e Gianni Forte fanno parte della prima generazione di autori che è nata entro l’età della supremazia dei mass media – televisione su tutti – ed è maturata artisticamente in quella dei nuovi media – internet -. E infatti, quello televisivo non è l’unico linguaggio non letterario da cui attingono; nel loro repertorio sono rintracciabili anche il carattere di alta densità informativa della pubblicità, le strutture a finestra dei software per computer, le regole del collage e di altre forme di organizzazione spaziale visiva, uditiva e temporale mutuate dai video e dal cinema. Tutto adoperato per dar forma ad una visione allucinatoria e paranoide di un mondo strutturalmente alterato dalla manipolazione mediatica.

Però in “Grimmless” qualcosa non funziona. Certo, il rigore nella messinscena è quello di sempre; ormai Ricci/Forte sanno gestire con disinvoltura la ramificazione rizomatica dei percorsi narrativi su cui si innestano gli “happening” attoriali. Quello che manca rispetto i precedenti lavori – “Macadamia Nut Brittle“; “Troia’s Discount”;… – è il senso di sacrificio dei personaggi, quella disperata offerta di sé come sola risposta possibile per sconfiggere la loro febbrile solitudine. Mancano di tragicità, sembrano arresi al loro destino di vittime condannate a vivere sempre e solo come impenitenti adolescenti.

Visto al Teatro Elfo Puccini, Milano, 18 febbraio 2011

Matteo Marelli

Note

(1)
M. Amerika and L. Olsen, “Smells Like Avant-Pop: an Introduction of Sorts“, in M. Amerika (a cura di), In Memoriam to Post-Modernism, p. 371

(2)
A. Scurati, “Narrativa americana Avant-Pop“, p. 190

Foto: Daniele+Virginia Antonelli

ricci/forte

GRIMMLESS

con
Anna Gualdo
Valentina Beotti
Andrea Pizzalis
Giuseppe Sartori
Anna Terio

movimenti
Marco Angelilli

assistente regia
Elisa Menchicchi

regia
Stefano Ricci

produzione
ricci/forte con il sostegno del Teatro Pubblico Pugliese

Stefano Ricci e Gianni Forte si incontrano al Teatro Stabile di Palermo alla fine degli anni 90: attori neo-diplomati alla Silvio d’Amico con la passione per la scrittura, non si riconoscono nelle esperienze fatte fino a quel momento. Migrano a New York, dove studiano drammaturgia con Edward Albee. Abbandonano la pratica attoriale per dedicarsi sempre più alla ricerca autoriale, fino a fondare, nel 2007, la compagnia che porta il loro nome. Scrivono di tutto: per il teatro, ma anche cinema e televisione – e forse proprio quest’esperienza dona al duo la capacità di affrontare con una forza originale tante croci e delizie dell’immaginario post-capitalista contemporaneo.
(fonte: la Biennale di Venezia – la Biennale teatro)

Ricci/Forte

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