Bujar Alimani

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+

Intervista a BUJAR ALIMANI
regista di AMINISTIA

intervista a cura di Roberto Rippa con Emanuele Dainotti

Bujar Alimani è nato in Albania il 27 gennaio 1969. Ha studiato pittura e regia all’Accademia di Belle Arti di Tirana. Nel 1992 è emigrato in Grecia dove ha lavorato come assistente alla regia per diversi film.
I suoi cortometraggi sono stati selezionati e premiati in diversi festival cinematografici internazionali, come a Tampere, Regenyburger, Siena, Sydney, Montpellier ecc. Nel 2011 ha diretto il suo primo lungometraggio, “Amnistia” (“Amnesty”), primo film albanese finanziato da Eurimages, il fondo del Consiglio d’Europa. “Amnistia” ha partecipato a diversi festival internazionali. Ha ottenuto il premio C.I.C.A.E. alla Berlinale nel 2011.

Roberto Rippa: Da dove nasce lo spunto per “Amnistia”?

Bujar Alimani: Dalla lettura di un articolo apparso sui quotidiani albanesi in cui si raccontava come, su richiesta del governo, ai detenuti fosse stata concessa un’ora al mese di intimità con il proprio coniuge o compagno. È bastato questo piccolo spunto a indurmi a realizzare questo film.

RR: Partiamo proprio da questa legge che, permettendo gli incontri tra carcerati e i loro coniugi, dovrebbe accontentare una richiesta dell’Unione Europea. Nel film, la legge funge da punto di avvio di una storia che mette in evidenza una spaccatura tra vecchio e nuovo nella società albanese, con le donne a simboleggiare la difficile convivenza in questo dualismo.

BA: Questo è vero. Nella società albanese c’è una netta divisione generazionale. Ci sono componenti della società albanese che non vivono bene i cambiamenti. Elsa, la protagonista del film, appartiene a questo gruppo della società che deve sottostare alle regole del patriarcato dominante nella parte del Paese in cui vive.

RR: Mi ha colpito proprio il fatto che questo dualismo sia rappresentato nel film attraverso le donne. È vero, c’è la figura importante del suocero ma alla fine il contrasto generazionale è rappresentato da figure femminili.

BA: Al centro delle mie attenzioni, dei miei desideri, nella realizzazione di questo film c’è la donna. Io volevo realizzare un film sulla condizione della donna albanese. A me non interessava solo il dualismo tra diverse donne all’interno del mio film, bensì tutto ciò che accade nella testa e nell’animo della donna protagonista del film. Naturalmente, una parte speciale della pellicola è dedicata al rapporto che Elsa, la protagonista, ha con la sua giovane amica che vive una storia opposta alla sua.

RR: In questa fase di cambiamento nel Paese, esiste un problema di identità in Albania?

BA: Naturalmente, certo che c’è! La società albanese è alla ricerca di un suo volto, una sua rappresentazione, una sua dignità. Credo che la società sia ancora alla ricerca di un suo volto, non credo che gli Albanesi abbiano ancora trovato la loro identità. Le contraddizioni rappresentate nel mio film sono una conseguenza diretta di questa ricerca.

RR: Nel film, lei fa ricorso ad alcuni simbolismi. Ne cito due: la calza che ostruisce il filtro della lavatrice, che simboleggia uno squilibrio in casa per l’assenza di una donna, e, soprattutto, il compagno, la moglie, la compagna che si trovano in carcere non vengono mai ripresi in volto, sono figure sfumate.

BA: Per quanto riguarda la seconda osservazione, io volevo sottolineare che, siccome i rispettivi coniugi non interessano ai protagonisti della nostra storia perché le loro storie sono già decomposte, finite, non c’è motivo per cui debbano interessare al pubblico. D’altro canto, e non a caso, il marito dell’amica della protagonista che si sposa in carcere viene rappresentato nella sua interezza, volto compreso. Il simbolismo del film è ricercato non solo attraverso la cura delle immagini ma anche nei dialoghi. Per esempio, c’è una scena nel film in cui i due protagonisti si trovano nella caffetteria del carcere e lui dice: “Oggi fa freddo!” e lei risponde: “Oggi non così tanto”, riferendosi al fatto che nel loro rapporto c’è calore.

RR: Il film si svolge in parte in una piccola cittadina in parte a Tirana, dove si trova il carcere. Esiste una differenza tra il piccolo centro e la grande città in Albania in questo momento?

BA: Assolutamente. C’è una grande differenza tra la Capitale dell’Albania e il resto del Paese. Però i miei protagonisti si portano la provincia dentro. Anche quando vanno in visita nella grande città si muovono come in periferia. Sono persone di periferia, non c’è una forte contrapposizione di immagine nei luoghi in cui si muovono. È indifferente il luogo in cui si muovono, in cui abitano. Il fatto principale è che loro sono ai margini, indipendentemente da dove si svolgono le loro vicende.

RR: Com’è stato accolto dal pubblico il film in Albania? Visto che parla di identità di un Paese, il Paese come ha risposto?

BA: È stato uno shock anche per il pubblico, che si è letteralmente diviso. Non si tratta di un film classico, abbiamo lavorato molto sull’immagine, facendo per esempio prevalere il colore ocra.
La reazione da parte della vecchia generazione di cineasti albanesi è stata di perplessità riguardo alle scene erotiche. Invece è piaciuto molto alla nuova generazione, quella impegnata nella realizzazione di cortometraggi. Loro sono molto più in contatto con il cinema europeo e con ciò che arriva da fuori.

RR: E lei, personalmente, è soddisfatto delle reazioni che ha suscitato il film in Albania? Lo abbiamo visto anche qui: il film suscita entusiasmo, piace molto ma solleva anche qualche critica da parte dei suoi connazionali, soprattutto dalle sue connazionali, che affermano di non riconoscersi nei suoi personaggi.

BA: Il film ha avviato parecchi dibattiti. Noi siamo abituati a vedere un finale positivo. Soprattutto siamo ancora molto preoccupati dall’immagine che diamo di noi all’esterno. Ci chiediamo come appariremo agli occhi degli stranieri, è un tema che ci turba. Io non ho avuto questo timore.

RR: Sulla questione legata alle scene erotiche: a me pare chiaro che sono praticamente inesistenti. Le donne sono palesemente annoiate, anche il marito della carcerata appare indifferente. Il sesso appare meccanico, a tratti violento, non certo erotico.

BA: Nel film il sesso è vissuto come un obbligo. La mancata accettazione da parte dei detrattori deriva dal fatto che nel nostro cinema, storicamente, mancavano addirittura le scene di baci. Gli attori più bravi non sapevano baciare davanti alla cinepresa, è facile immaginare l’accoglienza riservata a un film che presenta delle nudità. La storia del nostro cinema degli ultimi 30 anni, parliamo ovviamente del regime, ha solo una scena di bacio, presente nel primissimo film della cinematografia albanese. E proprio a causa di quel bacio, il film fu censurato e mai trasmesso. Così esiste un’intera generazione di cineasti per la quale un bacio, un nudo, una scena erotica rappresentavano un tabù. Credo che comunque il mio film sia stato male interpretato perché in contrasto con queste scene di amore meccanico, che si svolgono in carcere e presentano una sorta di violenza nei confronti della donna, ho rappresentato anche l’amore puro, attraverso scene molto caste.

RR: Il film si basa su dialoghi molto essenziali. Questo avrà richiesto un lavoro molto attento con gli attori. Come ha lavorato per ottenere da loro ciò che voleva?

BA: Io non faccio sedere gi attori intorno a un tavolo perché declamino versi, credo sia uno sbaglio teorico. Preferisco parlare per mesi interi con gli attori dei loro personaggi. Chiedo loro di fare ricerche su storie analoghe o gliele suggerisco io. Gli attori vivono per alcuni mesi con i miei personaggi, li costruiscono dentro di sé passo dopo passo, quindi non necessariamente all’interno di periodi di prova precisi. Nemmeno io so il modo esatto in cui dovranno pronunciare la loro battuta. Se gli attori sono carichi del loro personaggio per un periodo lungo, al momento di farlo emergere lo faranno nel migliore modo possibile, tanto da suscitare in me sorpresa e ammirazione.

RR: Le interpretazioni sono infatti una delle parti del film che ho molto apprezzato. Sono tutte notevoli fino al ruolo più defilato. È questo che mi ha suscitato curiosità in merito al metodo di lavoro con gli attori.

BA: I protagonisti delle mie storie sono persone che vivono la nostra quotidianità. Non devono interpretare Amleto ma figure protagoniste delle nostre vite quotidiane, che gli attori conoscono benissimo, per cui devono semplicemente essere sé stessi. C’è una scena nel film in cui la protagonista sorseggia un cognac vicino alla finestra e dice: “Parlami, dimmi qualcosa”. Lo spazio della scena era molto angusto. Io, regista, non avrei potuto avvicinarmi a lei. La scena si svolgeva in una camera da letto piena di luci e materiale tecnico. Mi sono avvicinato a lei sdraiato sul letto, fuori dall’inquadratura, e le ho cantato una canzone moderna albanese sulla solitudine della donna e quindi mi sono ritratto. Non saprei come ispirare altrimenti gli attori (ride).

RR: È stato difficile trovare i finanziamenti per girare questo suo primo lungometraggio?

BA: Sono stato fortunato. Pur essendo un momento di crisi, insieme ai coproduttori del film abbiamo adottato una strategia a partire dall’ottenimento di un finanziamento da parte di Eurimages. Quindi abbiamo trovato altri partner, come per esempio la quota francese e greca. Mi rendo conto adesso di essere stato fortunato e sfortunato allo stesso tempo perché l’Italia, un Paese che amo molto, manca nella produzione.

Milano, 31 ottobre 2011

Recensione del film a cura di Roberto Rippa

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+