The Iron Lady > Phyllida Lloyd

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The Iron Lady
Berlinale 62 | Competition Special Screening
regia: Phyllida Lloyd (UK-Francia/2011)
recensione di Alessio Galbiati

The Iron Lady sarebbe potuto essere un bel film se solo la regista avesse avuto il coraggio di evadere dalle costrizioni di una sceneggiatura sciocca per mettere in scena un musical, sulle note degli Abba, con al centro dell’inquadratura il mascherone della Lady di Ferro interpretata da Meryl Streep. Chiudete gli occhi e provate ad immaginare la signora Thatcher che canta a squarcia gola "All the things I could do / If I had a little money / It’s a rich man’s world". Questo sì che sarebbe stato un gran film! Oltretutto la regista in questione, tale Phyllida Lloyd, è la medesima che solo qualche anno fa (2008) diede alla luce Mamma Mia!. Mamma mia!

Di questo film, oltre alle reticenti omissioni ed all’irritante agiografico approccio, infastidisce soprattutto la tempistica di realizzazione e d’uscita nelle sale. Nell’epoca più nera dell’economia mondiale, momento tragico di quel neo-liberismo selvaggio inaugurato dal duo Regan-Thatcher, viene scodellata nelle sale questa commedia dei buoni sentimenti che bellamente omette la realtà a discapito del mondo di fantasia dei ricordi malaticci di una simpatica vecchietta amabilmente rintronata, che pare non avere più memoria degli effetti della sua politica. Ci vuole proprio una bella faccia, una faccia di gomma e lattice. Ma dare conto di un film del genere partendo dalle reticenze rispetto alla Storia sarebbe altrettanto sciocco, perché se c’è qualcosa da imputare al film diretto dalla Lloyd è piuttosto la pochezza delle messa in scena, la banalità della regia, la malsana idea di costruire un biopic che si fa beffe del reale.
Il tempismo della pellicola non è nemmeno stato gradito dal premier britannico David Cameron che ne lamenta il poco tatto nei confronti di una donna di 86 anni in stato avanzato di arteriosclerosi che da tempo limita il più possibile le sue presenze in pubblico ed il cui ritratto «impietoso» senz’altro non la renderà felice. L’ex ministro conservatore Lord Hurt ha addirittura definito il film come «assolutamente macabro».

Scrissi qualche tempo fa a proposito di The Queen di Stephen Frears (l’autocitazione, segno di senilità incipiente): «The Queen è un film pornografico. Come è pornografia il sesso nei film pornografici, qui è pornografia la realtà. In un porno l’operazione verte sulla costruzione della messa in scena d’un atto sessuale (in tutte le sue possibili varianti) e lo squallore è dato dall’irrealtà della stessa messa in scena. Quel che viene spacciato per vero è solo messa in scena. Allo stesso modo della Regina piangente, la pornostar gode, ma per entrambe sappiamo che probabilmente non è nemmeno troppo vero». Il discorso è valido pure per quest’altro pornografico film biografico, vediamo la Thatcher prendere decisioni drammatiche, santificata quando queste si riveleranno ‘buone’ nei loro effetti, giustificata dalla decadenza senile quando queste si riveleranno nefaste.

Il film si apre nel presente. Margaret Thatcher elude il suo staff e scende in un market di Chester Square a comprarsi una bottiglia di latte; tornata nel suo appartamento si intratterrà con il marito Denis, un inguaribile mattacchione, commentando il prezzo del litro appena comprato. Quando entrerà in scena la sua assistente personale lo spettatore comprenderà che nella stanza Margaret è sola, il marito è frutto della fantasia della Lady di Ferro. Il film fa continuamente ricorso a flashback che ripercorrono la storia d’amore fra i due, con incursioni nei momenti più importanti della sua carriera politica. Nel presente Margaret farà i conti col fantasma del marito, decisa ad allontanarlo per sempre dal suo quotidiano.

Non ci sono più le mezze stagioni. Si stava meglio quando si stava peggio. Quant’è brava Meryl Streep. Luoghi comuni stantii che è bene cercare di ponderare un po’ meglio perché non si capisce mai bene di cosa in realtà si voglia parlare quando li si utilizza. Un ritorno alla Democrazia Cristiana, visto lo stato comatoso in cui versa la politica italiana contemporanea, non mi pare la soluzione ottimale ai nostri problemi, tanto meno invocare una penuria di cibo per apprezzare quel che oggi è facilmente reperibile, allo stesso modo Meryl Streep è una brava attrice, un’ottima attrice direbbe il senso comune. Ma come si giudica un attore? Scrisse nei Miti d’oggi Roland Barthes: «Addestrati sin dall’inizio ad amare Brando, non ci è più possibile in nessuna occasione criticarlo», la stessa frase potrebbe valere per la signora Streep che unicamente con la sua presenza è in grado di giustificare qualsiasi personaggio, e proprio nei film mediocri, come quello in questione (sceneggiato da Abi Morgan, che – lo si creda possibile o meno – è l’autore dello struggente script del bellissimo Shame di Steve McQueen), è possibile rintracciare l’eccezionalità d’un interprete in grado, da sola, di sostenere l’intera produzione. The Iron Lady si svolge interamente sul volto dell’attrice e nella sua capacità di modulare una voce severa e distaccata, una Madre Coraggio brechtiana perché straniante ed aliena a tutto ciò che la circonda. Il pregio maggiore di questa sua interpretazione è quindi la capacità di rendere sostenibile un film altrimenti insostenibile, di rendere possibile la rappresentazione cinematografica di un’anziana donna ancora in vita, malata e con alle spalle un passato ingombrante e problematico.

Ma la Lady di Ferro nel film di Phyllida Lloyd è tripla: una donna malata di 86 anni interpretata da Meryl Streep, una giovane interpretata dalla troppo bella Alexandra Roach, ma pure una Margaret Thatcher d’archivio, colta in alcuni brevi stralci televisivi. Statica la prima, dinamica e solare la seconda, liminare/sfuggente la terza. In ultima analisi il film non ci racconta nulla della prima donna a divenire primo ministro nel maschilista Regno Unito, nulla delle scelte politiche di una donna al potere ininterrottamente dal ’79 al ’90, niente delle lotte per la Poll Tax, niente della guerra delle Falkland, e nulla nemmeno della vita coniugale con l’amatissimo marito.

The Iron Lady è la messa in scena della senilità di un’anziana donna di potere, dello svanire dei suoi ricordi, della resistenza di questi alla senilità ed alla malattia. Margaret Thatcher / Meryl Streep pare quasi il computer HAL 9000 di kubrickiana memoria nell’istante del suo spegnimento.

«La mia mente se ne va. Lo sento… la mia mente svanisce… non c’è alcun dubbio… lo sento… lo sento… lo sento…»

The Iron Lady è valso a Meryl Streep un Golden Globe, un Bafta e l’Academy Award per la migliore interpretazione femminile (per la terza volta dopo Kramer contro Kramer e La scelta di Sophie). La Berlinale 2012 l’ha invece omaggia con l’orso d’Oro alla Carriera.
 

Alessio Galbiati



The Iron Lady
Regia: Phyllida Lloyd
Sceneggiatura: Abi Morgan
Fotografia: Elliot Davis
Montaggio: Justine Wright
Scenografie: Simon Elliott
Musiche: Thomas Newman
Costumi: Consolata Boyle
Acconciature e trucco: Marese Langan
Acconciature e trucco Ms. Streep: J. Roy Helland
Suono: Nigel Stone
Casting: Nina Gold
Produttore: Damian Jones
Produttori esecutivi: François Ivernel, Cameron McCracken, Tessa Ross, Adam Kulick
Co-produttori: Anita Overland, Colleen Woodcock
Interpeti: Meryl Streep (Margaret Thatcher), Alexandra Roach (Margaret Thatcher giovane), Jim Broadbent (Denis Thatcher), Harry Lloyd (Denis Thatcher giovane), Susan Brown (June), Alice da Cunha (Domestica), Phoebe Waller-Bridge (Susie), Iain Glen (Alfred Roberts), Victoria Bewick (Muriel Roberts), Emma Dewhurst (Beatrice Roberts), Olivia Colman (Carol Thatcher)
Case di produzione: Pathé, Film4, UK Film Council, DJ Films
Paese: UK, Francia
Anno: 2011
Durata: 105′

 

 

 

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