Gnade (Mercy) > Matthias Glasner

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+

Gnade (Mercy)
Berlinale 62 | Concorso internazionale
regia: Matthias Glasner (Germania-Norvegia/2012)
recensione di Alessio Galbiati

Matthias Glaser era uno dei registi tedeschi più attesi in concorso, chi ha avuto modo di vedere il suo film del 2006, Der freie Wille, la storia di uno stupratore seriale che improvvisamente decide di interrompere la coazione ossessiva della sua paranoia attraverso una brusco cambio d’atteggiamento verso gli ‘altri’ e la vita (dall’odio all’amore, dalla violenza alla compassione), potrà ben comprendere la curiosità che il suo nuovo film, in concorso alla 62esima Berlinale, aveva catalizzato attorno a sé. Ma ogni buon proposito s’è sciolto come neve al sole, disintegrando nella sua eccessiva durata, e nell’inconsistenza complessiva dell’opera, ogni buon proposito.

Dicono i miei appunti: lungo e noioso con molti di quegli elementi che un film drammatico NON dovrebbe avere. Su tutti quello che ucciderebbe pure lo spettatore più bene intenzionato: la mancanza di ellissi. L’automobile arriva, parcheggia, scendono dall’auto… 10 volte! che palle! Oltretutto il film si inscrive in un assurdo preambolo e prologo che di fatto è un patetico spot dell’iPhone, che a raccontarlo a parole uno non ci crede.

In realtà il soggetto è pure interessante: la storia di una famiglia di tre elementi (padre, madre, figlio) in crisi d’affetto reciproco che, a causa di una una brutta faccenda, ritrova l’armonia e l’amore perduti. Ma perché essere così crudeli con lo spettatore (lunghezza spossante e noia imperante), approssimativi nella sceneggiatura e modesti nelle scelte di regia, e ancora, di sceneggiatura (Kim Fupz Aakeson, questo il nome del colpevole d’uno script tanto lacunoso).

Gnade (Mercy) si svolge interamente in Norvegia, ad Hammerfest, remota cittadina a ridosso dell’oceano artico, nel nord più estremo del Paese, durante i mesi che separano il buio della notte polare dalla luce (come indicato da una didascalia che apre il film, tra il 22 novembre e il 21 gennaio il sole scompare dall’orizzonte); una location straordinaria, claustrofobica nel suo inghiottente candore, dentro alla quale immergere un nucleo famigliare allo sbando fra il grigiore della routine e l’assenza di una lingua comune con la quale scambiarsi reciproco amore. Niels (Jürgen Vogel, attore feticcio del cinema di Glasner) è un ingegnere occupato presso una centrale d’estrazione di gas naturale, Maria (Birgit Minichmayr, Orso d’argento a Berlino nel 2009 per il suo ruolo in Everyone else di Maren Ade) assiste malati terminali presso una clinica, Markus (Henry Stange), il figlio adolescente della coppia, segue svogliato le lezioni e riprende quanto più gli è possibile di quel che attorno a lui accade con il suo inseparabile iPhone. La famiglia viene spesso messa in scena, silente, a tavola, oppure seguendo padre e figlio alle prese con escursioni sul mare ghiacciato a bordo di una moto slitta. Tutto procede glaciale, la routine famigliare in breve si pone nella sua disfunzionale essenzialità. Il marito tradisce la moglie con fugaci scopate con una giovane collega che illude d’un futuro di coppia, la moglie assiste con sincera amorevole empatia le giovani vittime di mali incurabili ospitate nella sua clinica. Il figlio subisce la freddezza genitoriale, covando un tiepido odio verso i due.
Tutto cambierà quando, rientrando dal lavoro, Maria provocherà, per un fortuito incidente, la morte di una ragazzina. Il marito, messo subito al corrente dell’accaduto, deciderà di comune accordo con la consorte di non raccontare a nessuno quanto successo. Da questo momento qualcosa muterà nell’equilibrio famigliare, lo shock ravviverà l’apatica convivenza, come un defibrillatore su di un corpo in arresto cardiaco. Ma la ‘colpa’ giungerà alla loro porta, ponendoli di fronte al dilemma se palesare o meno la propria responsabilità.

Come sopraccennato il soggetto è piuttosto interessante, ma la mancanza di un buon trattamento disinnesca ogni possibile piacere della visione di un film totalmente avvitato nella propria sconfinata glacialità.

Gnade è dunque un’occasione perduta e pure una scelta infelice da parte dei selezionatori della Berlinale, troppo eurocentrici in questa 62esima edizione, fitta di opere mediocri, insipide.

Fossi un dizionario del cinema darei 2 palle, ma proprio dupalle.

Alessio Galbiati

 


Gnade (Mercy)
Regia: Matthias Glasner
Sceneggiatura: Kim Fupz Aakeson
Fotografia: Jakub Bejnarowicz
Montaggio: Heike Gnida
Scenografia: Claus-Rudolf Amler
Costumi: Sabine Keller
Musica: Homesweethome
Produttori: Matthias Glasner, Frank Döhmann, Jürgen Vogel, Lars Kraume, Kristine M. I. Knudsen, Aage Aaberge
Interpreti: Birgit Minichmayr (Maria), Jürgen Vogel (Niels), Henry Stange (Markus)
Case di produzione: Knudsen & Streuber Filmproduktion, Schwarzweiss-Filmproduktion, ophir film GmbH Film- und Fernsehproduktion
Con il supporto: Deutsche Filmförderfonds (DFFF), Filmförderung Hamburg Schleswig-Holstein, Medienboard Berlin-Brandenburg, Norsk Filminstitutt
Distributori: Alamode Film
Rivenditore estero: Beta Cinema
Paese: Germania, Norvegia
Anno: 2012
Durata: 132′

 

 

 

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+