Dharmatma > Feroz Khan

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Bollywood Feroz
Dharmatma | regia: Feroz Khan (India/1975)
recensione di Leonardo Persia

È il secondo degli otto film da regista di Feroz Khan (1939-2009), superstar bollywoodiana, esordio d’attore nel 1959 (Dindi), una settantina di parti e un ultimo film sognato, annunciato e non realizzato, Kurbani. Attore e director, nonché produttore, montatore e sceneggiatore. Un uomo di cinema al 100%.

Dharmatma (1975) è un’indiavolata sarabanda di tre ore, tipica delle escandescenze Bollywood anni ‘70, colore azione gangster amore e mille altre cose, love story e hate story in primis, alla luce di contaminazioni occidentali e aperture assolute verso tutte le forme di cinema possibile. Una storia senza vuoti che procede a ritmo forsennato, trascinando con sé tutte le scorie del visibile e del narrabile, e ogni resistenza dello spettatore statico, risucchiato in un vortice muscolare di spericolate riprese dall’alto e dal basso, tagli d’accetta di montaggio, suoni ubriacanti, grandangoli feroci, situazioni furibonde, eros distillato ma pungente con panoramiche verticali vertiginose tra specchio e dance-floor a raddoppiare i sensi ribollenti, coreografie con tutte le possibili variazioni di colore e paesaggio, zoom al cardiopalma, ricerca visuale a dir poco eccentrica. Un condensato di angolazioni, un cocktail di archetipi che nemmeno Umberto Eco.

Il risultato non può che sballare o frantumare gli occhi, miscela perniciosa di generi e degenere, che si sgretola per mancanza di ritegno nei confronti di logica, messinscena, ordine della materia, diventando polvere magica di totale e incessante passione cinematica, motion ed emotion, macchina divorante e auto-divorante: il cinema a raggi X. A un certo punto, per accumulo di situazioni al limite, la macchina da presa comincia a roteare a 360 gradi, come un film di Michael Snow, ma più veloce e viscerale, provocando impetuosa il mal di mare e il mal di cinema.

Il superfilm comincia nell’imminenza della condanna a morte subito sventata di un innocente: metafora di una resurrezione incessante di situazioni viste un milione di volte, ma riscritte e reinventate con indomita e spericolata attrazione per il narrare fino a sé stesso, trionfo barocco del gratuito. Il sacerdote cattolico invita il condannato alla rassegnazione e quest’ultimo rinnega un Dio ingiusto che non sappia far valere la verità.

La verità del plot in quanto tale, e contenente al suo interno la mitologica quest della verità, è il capolinea e la chiave di volta dell’opera. Arriva ambigua, col volto coperto da un posacenere, ripresa ricercata dal basso, tramite Seth Dharamdas, definito uomo di Dio, altolocato filantropo, che difatti dovrebbe essere tale, vista la foga con cui si prodiga a inginocchiarsi dinanzi alla dea Parvati e a scatenare una serie di telefonate risolutrici per impedire l’esecuzione del condannato. Tutti obbediscono ai suoi comandi, buono e potente, però con il look da mafioso. È il connubio bene/male in un solo personaggio, incarnazione stessa di un plot Pandora pronto a rovesciare il suo ricolmo vaso di doni eterogenei. Una giostra di impedimenti reiterati e soluzioni dell’ultimo istante, più qualche falsa pista, introducono alla grande il climax teso in continuo crescendo. Col riconoscimento della (prima) verità, il condannato bacia riconoscente la croce. Pio e devoto, ma non per niente. Siamo solo alla prima goccia di un oceano impetuoso di situazioni standard. Partono, come frecce, i titoli di testa.

Appena dopo, introduzione d’infermiera sexy, cambio di scena. Ospedale, reparto di oncologia: il filantropo al capezzale di un poveraccio che gli raccomanda il figlio. L’amore per i poveri, il coinvolgimento nella legge, nelle istituzioni e nel sistema da parte dell’uomo ha come contrappeso, neanche tanto illogico, una altrettanto irruente foga nel dirigere i traffici sporchi del paese. A fin di bene, lui dice. Intanto il figlio maggiore Ranbir (Feroz Khan) ha rinnegato il padre, responsabile di morti e ruberie, andandosene per questo in Afghanistan. Pretesto per incredibili riprese folk, tra cui una lotta tra montoni e un interminabile trotto di cavalli, tripudio di selvaggi camera-car e riprese aeree vorticose. Le inquadrature si moltiplicano, il montaggio impazza, lo zoom ha il diavolo in corpo: troppo per un film solo.

Le cose si complicano sia in India che in Afghanistan: due soci del filantropo boss, dipinti con tratti macho erotizzanti secondo i gusti locali, giacche aperte sul petto, camicie nere trasparenti, mustacchi e sigari, violentano la di lui nipote e, alla richiesta di giustizia del padre della ragazza (che in gioventù gli negò aiuto, costringendolo per questo alla bizzarra vita di gangsteristiche dissolutezze fin ora esposte), lui non va oltre una serie di sganassoni nei confronti dei due, che continueranno, da questo momento in poi, a combinarne sempre di più crude e spinte, ammiccando al voyeurismo dello spettatore col pallino di sangue e sesso.

Ranbir si innamora invece, ricambiato, di una bella afghana già promessa, Reshma, regole locali proibendo. Lotte reiterate allora tra spasimante indigeno e quello straniero, con Ranbir che ovviamente la spunta, pagando però il prezzo della morte subitanea della fanciulla, come da pronistico di maga. La causa è un attentato ai danni del giovane, organizzato dai complici del padre, spedito nel frattempo anch’egli all’altro mondo dalla stessa marmaglia. Volevano scongiurare un’eventuale, prevedibile vendetta del figlio eroe. Il brutto è che l’organizzatore, nonché esecutore materiale dello strangolamento del boss, dopo colpo di fucile non completamente riuscito, altri  non è che Kundan, suo genero, marito della sorella di Ranbir, Mona, che ha potuto accedere al casato, grazie alla filantropia di Dharamdas, dato che lui era il figlio raccomandato del povero malato di cancro, nel frattempo deceduto, che tanto teneva a una simile sorte.

A questo punto, con un’infinità di varianti, colpi di scena, sospensioni della storia, costantemente ritmata pur nei suoi intervalli, il film diventa la cornucopia di generi da cui dispiegare la propria folle grandezza. Dal plot miliardario di idee escono fuori: il musical, con la partitura di Kalyanji Anandji e le parole di Indivar, un must in India, diviso tra classici numeri en-plein-air e balletti sexy in locali malfamati; il mélo familiare, includente al suo ampio seno pure il rapporto Kundan-Mona, il primo che la picchia, la seconda che lo ama nonostante tutto; le rifrazioni da gangster movie, ispirate (a parole) a Il padrino, in realtà spinte in una direzione anarchica locale da far giubilare Tarantino e fans dello stesso; il dramma sociale e politico con riferimenti all’indipendenza dell’India e i guai non cessati, la corruzione politica e lo sbando sociale; il docu antropo-folkloristico della valle del Bamiyan o i laghi blu di Bande-Amir, ripresi in tutta la loro trionfale bellezza; il revenge movie a più fasi, in un crescendo di crudezze acrobatiche (battuta cult: “La vendetta è come il vino invecchiato: più invecchia, più ubriaca”); l’action movie spericolato con ceffoni, sparatorie e attentati dinamitardi; il western (o eastern?) nel finale a spazi ampi che mette a tu per tu i primi piani leoniani di Ranbir e dell’assassino di padre, sorella, sposa. A tempo record, quest’ultima viene sostituita da un’altra ragazza, Anu, la cugina stuprata, già immemore del trauma subito, la quale ricorda a lui sin troppo la prima, sfiorando così persino il filone derivativo “donna che visse due volte”. Prima dello scontro, un incredibile numero musicale montato a ritmo: altalena di psichedelia, funky, world music e uno spruzzo di horror, infine action totale con botti, punto estremo e nevralgico di un film straripante.

Il regista si aggrappa a ogni mezzo necessario pur di mantenere il crescendo di emozione e indignazione. Se il destino è l’immagine-cristallo di Bollywood (Naseeb, 1981, Destino, è il titolo di uno dei genii del filone, Manmohan Desai), trasparente metafora di una società precaria, dove in due secondi tutto può precipitare, e precipita, Dharmatma esprime la lotta tra bene e male condensata in un solo personaggio, l’eroe negativo positivo del capofamiglia. Ciò per esprimere il tema della scelta morale come auto-scavo: l’unica possibile risposta per un paese distrutto da colonialismo, corruzione, miseria e violenze d’ogni tipo, "destino" compreso. Oggi diremmo globalizzazione. A Ranbir viene detto, nel finale, che un uomo come lui, che restituisce all’intera comunità le ricchezze accumulate dal padre, potrebbe salvare la nazione.

Lo si può considerare kitsch, goffo, mal girato, esagerato, esagitato, feuilletton, paccottaglia di alienazione ulteriore. Eppure questa ostinazione a procedere spediti, ad assemblare inquadrature di volta in volta più ricercate, a spingere l’acceleratore delle emozioni e delle situazioni, a non stancarsi di appassionare, riempire lo schermo di cose, ad alzare il volume, a far esplodere lo schermo e il cuore degli spettatori, cambiando volti, scenario, sentimento, commuovendo e indignando, spaventando e rassicurando, ammaliando occhi e orecchie con canzoni e spari, risate e sangue; questo ammiccare alla morte e al sesso (guardare gli sguardi delle attrici) che solletica non solo l’inconscio, ma anche l’integrità e la durezza della vita di chi guarda, il suo orizzonte etico, la sua onestà e il suo profondo disprezzo verso ciò che è ingiustizia (di classe e di tutto quel che volete); questa fede, nello spettacolo e nella vita, nello stupore e nella reazione, nella scintillante capacità umana di pensare, rielaborare, creare e poi opporsi, oltre a suscitare progressiva e progressista simpatia, si può chiamare in un solo unico modo: CINEMA! Puro, semplice, assoluto.

Leonardo Persia


Dharmatma

Regia: Feroz Khan
Soggetto, sceneggiatura, dialoghi: Saushal Bharati
Fotografia: Kamal Bose
Montaggio: B.S. Glaad
Musiche: Anandji Veerji Shah (Anandji), Kalyanji Veerji Shah (Kalyanji)
Art Direction: Gurudayal Singh
Effetti speciali: Baldev Malik, Krishan Malik
Titoli: K.K. Mathur
Produttore: Feroz Khan
Interpreti: Prem Nath, Feroz Khan, Hema Malini, Rekha, Danny Denzongpa, Farida Jalal, Ranjeet, Sudhir, Imtiaz Khan, Madan Puri, Jeevan, Satyendra Kapoor, Helen, Iftekhar, Faryal
Casa di produzione: F.K. International
Lingua: Hindi
Paese: India
Anno: 1975
Durata: 166′

 

 

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