transmediale 2012: screening

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transmediale 2012: screening
Unusual pictures for unusual times

articolo di Claudia D’Alonzo | testo pubblicato in Digimag 72 / marzo 2012

 

trasmediale nasce nel 1988 come VideoFilmFest: evento collaterale della Berlinale, pensato dal co-fondatore e direttore artistico Micky Kwella per presentare produzioni video, lavori su nastro magnetico. Come ricordato da Kristoffer Gansing durante la conferenza stampa di presentazione, trasmediale proviene da un’incompatibilità, tecnicologica (non era possibile presentare lavori in video all’interno di una proiezione in sala cinematografica), ma non solo: incompatibilità di ambiti che negli anni ha forse attenuato la sua portata ma che ancora si insinua nei discorsi tra media art e arte contemporanea, cinema su pellicola e audiovisivo elettronico.

Oltre al concept scelto da Gansing, in/compatible, questa edizione è stata caratterizzata anche dalla celebrazione dei 25 anni del festival, festeggiati con la sezione 25 Years of transmediale, che attraverso una serie di conferenze (web.video-the new net.art, VIDEOMAKERS UNITE!, transmediale Unarchived, Search a Method) e la rassegna Videospiegel – The Re-Enactment of the Opening Programme of VideoFilmFest ’88. 25 Years of transmediale, hanno offerto l’occasione di fare un punto sulle tappe fondamentali della storia del festival, sulle evoluzioni di quella incompatibilità che ne ha segnato la nascita e sulle relazioni che i documenti, le opere e le memorie prodotte in questi 25 anni hanno con il presente del festival e della media art in generale.

transmediale ha inaugurato un percorso teso a collocare il festival e le esperienze prodotte al suo interno in una prospettiva storica. Un processo che, ci si augura, sarà intrapreso anche dagli altri festival di riferimento.

Una tappa importante del processo di storicizzazione è il neonato archivio del festival, attraverso il quale documenti e opere verranno progressivamente digitizzati e resi disponibili alla consultazione. Si tratta di un progetto ancora in fieri, presentato nel corso della conferenza Transmediale Unarchive, da Baruch Gottlieb, responsabile dell’archivio, Dieter Daniels, membro dell’Advisory Board di transmediale, Rudolf Frieling, Thomas Munz e Susanne Jaschko, film e video curators di precedenti edizioni (link).

"Unarchive", nel gergo informatico, indica un processo di decompressione, di apertura dati: l’intento del progetto di archivio è sciogliere l’incompatibilità, la mancanza di accesso ad un patrimonio culturale e artistico importante come quello prodotto da trasmediale in questi 25 anni di storia. Il lavoro, su un corpus di opere e documenti complesso e diversificato, è stato inuagurato con l’acquisizione in digitale di una selezione di lavori in video analogico dalla prima edizione del festival (1988). Una selezione è stata presentata nel corso della prima serata del festival all’interno di Videospiegel – The Re-Enactment of the Opening Programme of VideoFilmFest ’88, programma video nel quali, al di là delle specifiche differenze, serpeggia una comune riflessione sul medium televisivo, sulle relezioni affettive e di intimità stabilite con quello che, all’epoca, era il dispositivo tecnologico più importante dell’ambiente domestico.

Ne è un esempio il bellissimo Flirting TV, nel quale la camera guarda da dento il monitor, alternando interni di stanze da letto, salotti e tavole imbandite. Attraverso questo gioco di riflessi tra chi guarda e chi è guardato, sguardi che dialogano con lo schermo, Flirting TV alterna, al ritmo di zapping, ritratti di singles annoiati, coppie e gruppi di famiglia intenti a celebrale la banalità della routine casalinga di fronte al focolare televisivo.

Satellite Stories è il titolo del video programme proposto nelle successive cinque giornate e composto da otto differenti screenings, a cura di Marcel Schwierin. Aspetto ben riuscito della sua curatela è stata la capacità di superare divisioni tra linguaggi e canali di diffusione, mescolando lavori concepiti per la rete insieme ad opere più legate alla tradizione cinematografica, video arte e opere derivate da pratiche performative audiovisive. Schwierin ha costruito una selezione sempre ben riuscita, mettendo in atto un confronto tra alcuni dei materiali storici degli anni ottanta, passati per le precedenti edizioni, e lavori più recenti.

A guidare questo confronto tra le declinazioni che la produzione audiovisiva ha attraversato in oltre un ventennio, il confronto tra la predominanza del medium televisivo e il mezzo più potente del nostro ambiente mediale contemporaneo, la rete, e le influenze che entrambi hanno avuto o stanno avendo nella costruzione di forme di autorappresentazione, di racconto della nostra intimità, di interlocutori del nostro quotidiano. Se il passaggio dalla TV alla rete è stato per anni concepito come superamento del modello di trasmissione-ricezione, quali sono le possibilità per l’individuo di inserirsi all’interno del flusso ipertrofico di immagini e suoni? Che tipo di meccanismi di affettività produce il "‘Brodcast Yourself"? Come cambia l’accezione di celebrità nelle piattaforme partecipative? Quali i meccanismi di identificazione che legano i membri delle commnuity in rete? Come si modifica la rappresentazione e la percezione del paesaggio urbano e delle relazioni spazio-corpo-movimento?

Queste alcune delle domande al centro di Satellite Stories, rispetto alle quali, la selezione di Marcel Schwierin ha preferito instaurare ulteriori interrogativi e riflessioni, piuttosto che trovare risposte. Questo forse uno degli aspetti più interessanti della sua curatela: la capacità di scegliere lavori che rinunciano a fissare delle conclusioni, tesi piuttosto a tracciare e far emergere comportamenti e pratiche in corso, spesso attraverso un approccio ironico o giocoso. Un’attitudine che ben fotografa la fase di passaggio attuale nella quale, tema ricorrente in tutta questa edizione del trasmediale, sta emergendo una distanza dall’assoluto positivismo nei confronti della rete e dei media digitali di qualche anno fa. Se per quasi un ventennio la rete sembrava essere l’eldorado delle libertà contemporanee, ora molti autori stanno lavorando sui suoi limiti e ambiguità.

Testimonianza ne è l’opera di Dominic Gagnon, Pieces and Love All to Hell (2011, CA, video, 60’), dell’artista e teorico canadese che lavora da qualche anno sui meccanismi di censura "partecipativa"’ attuati dagli utenti di Youtube. “Flag as inappropriate”, questo lo strumento offerto a ciascun utente di Youtube per bollare un qualsiasi contenuto all’interno della piattaforma come inappropriato, offesivo, inadatto alla diffusione sulla piattaforma. Uno strumento che sancisce un diritto, la libertà del singolo di esprimere un suo parere rispetto ai contenuti, ma che si spinge bel oltre, determinando i limiti di libertà dei video in rete. Ogni contenuto segnalato viene infatti irrimediabilmente eliminato dal team di Youtube, attivando un meccanismo di censura partecipativa e anonima nel quale Gagnon si inserisce, recuperando e salvando i video prima che vengano rimossi.

In particolare Pieces and Love All to Hell si basa su un mash up di materiali censurati perché considerati eversivi. Gagnon manomette il meccanismo di censura, paradosso della libertà di internet, lasciano libero di scorrere per i sessanta minuti immagini di donne statunitensi da quale emerge, pur senza alcun commento, un ritratto della cittadinanza nordamericana dominato dall’ansia la paranoie e la cospirazione. Pieces and Love All to Hell verrà presentato il 25 marzo a Gorizia insieme a precedente, Rip in Pieces America (2009, CA, video, 21’), alla performance Weightless e al workshop dell’artista dal titolo Filmmaking in the Age of Internet, all’interno della prossima edizione del FilmForum (link).

Il programma Suspension, ha presentato inoltre alcune tra le possibili forme di affettività e autorappresentazione provocate sia dal medium televisivo che dalla rete: Suspension (USA, 1997, video, 8’), lavoro di Antony Discenza che ha dato titolo allo screening, alla memoria un altro periodo dei media, quello della tv, delle riviste e delle supermodelle degli anni ’80, costruendo un ritratto-mosaico in costante movimento di visi e icone di una bellezza depersonalizzata; Magic For Beginners (Jesse McLean, USA, 2010, video, 20’), racconta gli sconfinamenti tra reale e irreale emoziotivo indotti dai media; Eight Characters and Two Syllables, dedicato ad un fenomeno molto presente su Youtube, quello delle community sul make up, forme di autocelebrazione della bellezza e di fama in rete.

Vertical Distraction è invece il titolo di un programma incentrato sulle compatibilità e incompatibilità tra spazio urbano e corpo, tra progettualità architettonica e esplosione della città come organismo autonomo e inderterminabile. Tra i video più interessanti: 544/544 (up/down), dell’olandese Thomas Mohr (NL, 2011, video, 9’), complesso sistema di relazione tra dimensione spaziale dell’immagine e la sua moltiplicazione del tempo; The Experience of Fliehkraft, di Till Nowak (DE, 2011, video, 3’), porta al parossismo e all’allucinazione il sogno della sfida alla grafità; Transformance, di Nina Kurtela (DE, 2010, video, 10’), nel quale il corpo dell’autrice diventa medium per segnare la relazione tra lo spazio e il tempo che lo modifica.

Infine la rassegna The Sound of the End of Music ha declinato il tema della compatibilità/incompatibilità rispetto alla relazione tra audio e immagini in movimento e su meccanismi di dispercezione tra dato sonoro e visivo, come nella trappola narrativa tesa allo spettatore da Nicolas Provost in Stardust (US/BE, 2010, 20’), tra i lavori migliori presentati all’interno di Satellite Stories o The Sound of the End of Music (UK 2010, 4’) potente detournement audiovisivo di People Like Us, già presentato in forma live nell’edizione 2011 del festival.

 

Claudia D’Alonzo

 

www.transmediale.de/festival/video

 

 

Crediti immagini

cover 1. Magic for Beginners by Jesse McLean | jessemclean.com

2. The Experience of Fliehkraft by Till Nowak | framebox.de

3. Vertical Distraction by Dennis Feser | performancevideo.org

4. 544/544 (up/down) by Thomas Mohr

5. Transformance by Nina Kurtela | ninakurtela.com

6. Stardust by Nicolas Provost | nicolasprovost.com

 

 

DIGIMAG 72 – marzo 2012
nuova release del magazine del progetto Digicult
www.digicult.it/digimag
Codice ISSN: 2037-2256

 

Digicult è dal 2005 una piattaforma culturale ed editoriale, online e offline, che si occupa dell’impatto delle nuove tecnologie e delle scienze sull’arte, il design, la cultura e la società contemporanea. Digicult è stato fondato ed è diretto da Marco Mancuso e si basa sulla partecipazione attiva di oltre 50 professionisti che rappresentano un ampio Network di giornalisti, curatori, artisti, teorici e critici nell’ambito della new media art. Digicult pubblica il magazine mensile Digimag, che si occupa con approccio critico e giornalistico di specifiche tematiche culturali, artistiche e produttive come: arte in rete, hacktivism, video art, sound aty, audiovideo, design, arte e scienza, new media, software art e performing art. Digicult produce inoltre un podcast di musica elettonica e audiovisivi Digipod, legato al mondo delle netlabels e della produzione audiovisiva indipendente online, e possiede un proprio servizio internazionale di newsletter Diginews. Digicult è infine coinvolto in una serie di attività collaterali tramite la sua agenzia e associazione culturale Digimade, media partnerships e report di festival e rassegne, nonchè progetti speciali e curatele in Italia e all’estero, e sta attualmente lavorando come curatore e promoter di alcuni artisti e designer audiovisivi italiani promuovendo il loro lavoro in festival, gallerie, mostre e centri culturali a livello internazionale.

digicult.it

 

 

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