Hostel: il giardino delle delizie – parte prima

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Hostel: il giardino delle delizie – parte prima
a cura di Fabrizio Fogliato

 

Prima parte parte del saggio dedicato alla trilogia di Hostel: un viaggio nel sublime fascino dell’orrore. Leggi la seconda parte

 

Nel 1932, in contemporanea con la realizzazione di King Kong, il produttore David O. Selznick, i registi e produttori Merian C. Cooper, Ernest B. Schoedsack e Irving Pichel, lo sceneggiatore James Creelman e il compositore Max Steiner, con l’aggiunta degli interpreti Fay Wray e Robert Armstrong, riuniti sempre sotto l’egida della RKO, danno vita ad un’opera, sospesa tra terrore, thriller e avventura: The Most Dangerous Game. Tratto dal racconto Lo sport più pericoloso di Richard Connell, il film risulterà essere tanto importante quanto germinale, perché summa delle ataviche paure e angosce dell’uomo.

Il conte Zaroff (Leslie Banks) è un aristocratico russo che vive in un castello che domina un’isola posta al centro di acque sempre tempestose, uno scoglio che è causa e meta di tanti naufragi. Bob Rainsford (Joel McCrea), famoso cacciatore bianco e americano in ogni sua stilla, sarà l’unico scampato da uno di questi incidenti. Il giovane uomo, nella dimora del nobile e ospitale anfitrione, incontrerà una coppia di fratelli, salvatisi da una precedente disgrazia: Eve e Martin Trowbridge (Fay Wray e Robert Armstrong). Presto i tre capiranno come le amorevoli cure del padrone di casa nascondano un intento ben diverso: renderli prede d’una battuta di caccia nella foresta.

Nei primi minuti della pellicola, quelli sul panfilo, è portato alla luce il tema portante dell’opera: «L’animale, della giungla, che uccide per la sua sopravvivenza viene definito selvaggio, l’uomo che uccide solo per sport viene definito civile». Le Parole di Robert Reinsford sono una sorta di assioma dietro cui l’uomo si può rifugiare con tutte le certezze acquisite sicuro che l’essere dominante è egli stesso e che, ogni scelta esistenziale, dipende unicamente dalle sue intenzioni. The Most Dangerous Game sovverte questo concetto e, mettendo in scena una caccia primordiale, svela tutta l’insicurezza e le paure che animano l’individuo posto in situazione di pericolo.

L’aspetto più convincente del film è quello che maggiormente lo lega al genere horror: ossia il lato ricco di sadismo e il ritorno a un inquietante stato di natura come reale collante dei rapporti umani, dominati dal diritto del più forte, in un’eterna lotta per la sopravvivenza, all’insegna di un sempre attuale homo homini lupus. Senza dimenticare la permanenza coatta, in cattività, nel lugubre maniero, e il forte erotismo che pervade l’intero film, con al centro la donna come oggetto di conquista (sessuale per il Conte, amorosa per l’Eroe) per il vincitore. Non a caso il conte Zaroff, prima di “liberare” la sua preda (con alcune ore di vantaggio sul cacciatore), pronuncia queste parole: «Soltanto dopo aver ucciso, un uomo può conoscere la meravigliosa estasi dell’amore» (che potremmo anche tradurre in piacere, sessuale e non).

In Hostel (inteso come franchise) il tema della caccia è dominante, non solo per il nome dell’agenzia di reclutamento delle vittime “Elite Hunting”, ma anche per le dinamiche di individuazione delle cavie: identificazione, esca, trappola e (ovviamente) morte. Hostel è un marchio (così come lo è Saw) che appartiene a quella ristretta cerchia di pellicole borderline che dietro ad una facciata ridicola e/o terrificante nascondono un’idea portante e “politica” (anche se non sempre adeguatamente espressa attraverso la messa in scena). La sua cifra stilistica è quella del “bizzarro”, dove si uniscono l’umorismo più volgare e liberatorio al terrore più primitivo e perturbante. Non ha quindi senso dividere le tre pellicole, così come non è importante leggerne la riuscita o meno, ma appare ben più interessante prenderle nel loro complesso, per una volta lasciandosi affascinare dal “cattivo gusto”, rivisitandole come un’ evoluzione bestiale e adrenalinica di una nuova “Pericolosa Partita”.

Una “partita” che è ormai divenuta globale, e che dall’Europa (teatro dei primi due film a firma Eli Roth) si espande agli Stati Uniti (Las Vegas è il centro del terzo capitolo diretto da Scott Spiegel), mettendo in evidenza come l’ “Elite Hunting” sia una vera e propria “multinazionale del piacere” con filiali sparse a tutte le latitudini (un quarto capitolo potrebbe tranquillamente essere ambientato nel Sud-Est asiatico). Hostel, inteso come ostello, è il luogo per eccellenza delle vacanze low-cost di giovani che (a gruppi o da soli) sono alla ricerca del piacere (inteso in senso lato); gli ostelli sono ovunque, servono esclusivamente per dormire (poche ore) in attesa di perdersi nelle mille luci delle metropoli dell’Est Europa o del deserto del Nevada, per giocare la “propria partita” tra sesso, alcol/droga e fiumi di denaro.

In Hostel si mescolano piacere e dolore, sadismo e perversione in una atmosfera ludica e (concettualmente) provocatoria volta a mostrare due cose: da un lato come la natura umana sia inesorabilmente attratta tanto dal piacere quanto dal dolore, e dall’altra come entrambe le cose siano da sempre al centro degli spettacoli di massa (l’archetipo è l’arena coi gladiatori). Per questo non è importante la qualità delle tre pellicole (di cui l’ultimo capitolo, grezzo e modesto, ha però al suo interno uno snodo narrativo esiziale), perché la fattura è solo la superficie di un discorso sulla giocabilità del Male e sulle dinamiche contagiose della violenza. I “puristi” diranno che Roth e Spiegel non hanno alcuno spessore “autoriale” per potersi permettere di esprimere concetti così alti e complessi (cosa peraltro condivisibile), ma è proprio attraverso il “genere” rivolto ad un pubblico di massa che l’innesto “politico” di Hostel riesce a farsi strada in maniera sotterranea e subliminale.

L’aspetto estetico è sì importante, ma nulla aggiunge a quanto si è già visto in passato, mentre l’aspetto inter-testuale appare molto più complesso e affascinante. Con una costruzione scenografica a metà strada tra Goya e Bosch, Eli Roth dissemina la sua opera di messaggi cifrati che servono ad elevare il suo film ad un livello teorico e politico che a prima vista può anche non essere colto. Spiegel invece, nel dirigere il terzo capitolo, straight to video, sceglie un’estetica glamour e da videoclip, corroborata da una fotografia laccata che bene illustra l’aspetto finto e di paccottiglia della città di Las Vegas, dove: «Quello che succede a Las Vegas rimane a Las Vegas». Il caos che domina l’Europa, di cui la Slovacchia è evidentemente solo la propaggine necessaria alla rappresentazione, è animato dalla “normalità” dei carnefici e dalla ingenuità/colpevolezza delle vittime. Scott Spiegel invece costruisce un film freddo e plastico, asettico nella rappresentazione delle torture oramai divenute spettacolo per pochi e facoltosi eletti, che non si sporcano più le mani ma che preferiscono che il lavoro sporco sia fatto da altri mentre loro, seduti in poltrona con davanti il portatile, scommettono su tempi e modi delle torture, mentre discinte e sode cameriere in topless servono loro cocktail e stuzzichini.

Le componenti sociologiche, psicanalitiche, sadiche e crudeli, che orbitano intorno ad Hostel, sono il compendio necessario per poter porre lo spettatore di fronte ad uno specchio dove egli non si vuole riconoscere. Uno specchio incrinato dalla spasmodica ricerca dell’effimero e dove non esiste più differenza tra realtà e finzione, tanto che, i due piani, sono inesorabilmente destinati a confondersi spiazzando e irritando continuamente chi guarda. L’Europa e Las Vegas sono spazi-lagër dove «puoi pagare per fare qualunque cosa»: questo è ciò che fanno annoiati e boriosi manager o falliti e frustrati commercianti, che pagano ingenti somme di denaro per torturare e uccidere giovani vittime o inquietanti “nuovi ricchi” pronti a passare (discutibili) serate alternative divisi tra pornografia (perché, in Hostel 3, è lo schermo al plasma che restituisce l’immagine della tortura) e crudeltà. I carnefici però sono solo l’ultimo anello di una catena composta da ambigui gestori di ostelli, giovani e disinibite ragazze, e apparentemente innocui viaggiatori che sono invece il veicolo “fantasma” che conduce gli ignari e ingenui stranieri verso una morte orribile. Nell’Europa e nell’America di Hostel le ragazze concedono sesso e morte contemporaneamente, i bambini uccidono per una gomma americana e quelli che sembrano essere i “cattivi” paradossalmente sono buoni e lì pronti a diventare carne da macello (come dimostra il prologo di Hostel 3, la scena migliore del film).

La “giocabilità” delle esecuzioni (in Hostel 2 c’è perfino una citazione della contessa ungherese Erzbeth Bathory e dei suoi bagni ematici) nasconde, nell’aspetto ludico, l’assenza di valore della vita nella società odierna e il divertissment delle élite di poter esercitare e sfogare le proprie pulsioni, altrimenti represse, in famiglia, sul lavoro e nella quotidianità: «Queste cose non posso farle a mia moglie» dice uno dei personaggi rivolto alla propria vittima. Il ruolo dell’ “Elite Hunting” non appare quindi tanto diverso da quello delle agenzie di turismo sessuale, che invitano uomini di tutto il mondo a servirsi al lauto ed economico banchetto di bellezze esotiche rigorosamente under-eighteen (c’è in Hostel 2 un chiaro riferimento alla gonorrea presa in Thailandia da uno dei due fratelli). Nel terzo capitolo il salto di qualità è rappresentato dal “piacere della visione”, dalla necessità/bisogno di guardare in faccia il dolore (per provare piacere, e per esorcizzarlo) esultare, agitarsi, applaudire, gioire smodatamente di fronte al supplizio di giovani vittime abbigliate di volta in volta diversamente (smoking, cheer leader…) per soddisfare perversioni e per corrispondere i gusti dell’immaginario collettivo. Il pubblico è animato dal desiderio di alzare continuamente la posta, ma diversamente dai capitoli precedenti, questi uomini e donne nell’impossibilità di essere attori delle proprie scelte, condividono attraverso il vetro trasparente solo l’impressione della tortura. (continua)

 

Fabrizio Fogliato

 

 

 

 

  Hostel
Regia, soggetto, sceneggiatura: Eli Roth
Fotografia: Milan Chadima
Montaggio: George Folsey Jr.
Musiche: Nathan Barr
Produttori: Eli Roth, Quentin Tarantino, Boaz Yakin
Interpreti: Jay Hernandez (Paxton), Derek Richardson (Josh), Eythor Gudjonsson (Oli), Barbara Nedeljakova (Natalya), Jana Kaderabkova (Svetlana), Takashi Miike (Miike Takashi)
Paese: USA
Anno: 2005
Durata: 89′
     
  Hostel: Part II
Regia, soggetto, sceneggiatura: Eli Roth
Fotografia: Milan Chadima
Montaggio: George Folsey Jr., Brad E. Wilhite
Effetti speciali: Joe Giles
Musiche: Nathan Barr
Produttori: Eli Roth, Mike Fleiss, Chris Briggs
Produttori esecutivi: Quentin Tarantino, Scott Spiegel, Boaz Akin
Interpreti: Lauren German (Beth Salinger), Roger Bart (Stuart), Heather Matarazzo (Lorna Weisenfreund), Bijou Phillips (Whitney Swerling), Richard Burgi (Todd), Vera Jordanova (Axelle), Jay Hernandez (Paxton), Jordan Ladd (Stephanie), Vladimir Sasky (Sasha), Stanislav Ianevski (Miroslav), Zuzana Geisrlerova (Inya), Monika Malacova (Bathory), Davide Dominici (Riccardo), Petr Vencura (Pavel), Ruggero Deodato (Cannibale italiano), Luc Merenda (Capo della confraterinta), Edwige Fenech (Insegnante)
Paese: USA
Anno: 2007
Durata: 93′
     
  Hostel: Part III
Regia: Scott Spiegel
Soggetto: Eli Roth
Sceneggiatura: Michael D. Weiss
Fotografia: Andrew Strahorn
Montaggio: George Folsey Jr.
Musiche: Frederik Wiedmann
Produttori: Chris Briggs, Mike Fleiss, Scott Spiegel
Produttori esecutivi: Rui Costa Reis, Eliad Josephson, Scott Putman
Interpreti: Thomas Kretschmann (Flemming), Zulay Henao (Nikki), Sarah Habel (Kendra), Kip Pardue (Carter McMullen), Kelly Thiebaud (Amy), John Hensley (Justin), Evelina Oboza (Anka), Alicia Vela-Bailey (Cyberpunk giapponese), Barry Livingston (Client EHC), Angelique Sky (Client EHC), Brian Hallisay (Scott), Skyler Stone (Mike Malloy), Danny Jacobs (Middle Eastern Cabbie), Chris Coy (Travis), Jeanette Manderachia (Angela)
Paese: USA
Anno: 2011
Durata: 88′

 

 

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