La nascita della bellezza – Mostra fotografica di Luca Del Pia (Uovo festival 2012)

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Le immagini catturate/inventate di/da Luca Del Pia, raccolte nella mostra fotografica La nascita della bellezza, dal 21 al 24 marzo 2012 presso il Teatro Franco Parenti, all’interno di Uovo performing arts festival 2012, sono un’esperienza visiva poderosa, scioccante e travolgente. Sono frame/mondi che si attaccano al nervo oculare e si imprimono nella memoria, perché belle. Nascono dal teatro della Socìetas Raffaello Sanzio, foto di scena che paiono lampi che rischiarano mondi ignoti e terribili. C’è più cinema in questi scatti che in molto di ciò che per convenzione definiamo come tale.

Quello che segue è il testo (in esclusiva) di accompagnamento alla mostra, di introduzione (lo si trova al suo ingresso), a cura di Manolo Magnabosco.

 

 

 

 

Capro Venusiano, in me!
(intervallo mnemonico di un martire)

di Manolo Magnabosco

Rinunciate a guardare queste foto. Sono loro, se mai, che osservano voi. Che vi guardano e guadano, che vi palpano e vi spolpano. Che vi denudano scarnificano disossano. Che si sostituiscono a voi. Che sono vostra ombra e ambra. Che sono la vostra carne e il vostro ritrovarcisi dentro (scorticarvi non vi sarà sufficiente). Sono il vostro sudario, la vostra mummificazione, la vostra Pompei, la vostra (isola di) pasqua e lunedì dell’angelo (caduto). Sono la vostra t.a.c., la vostra dialisi, il vostro midollo.
Rinunciate a guardare. Questa non è una mostra. È la deposizione di una denuncia contro il reale. Il cedimento verso il reale è una lugubre debolezza neurologica. Un’infermità della mente.
Il cedimento del reale ha tutta la mia simpatia.
Fate i conti senza voi stessi se credete di avere davanti immagini. O, peggio ancora, se credete di essere a una mostra.
È l’impronta digitale di un Acta – Monstra – Fulgura.
È un bendarsi gli occhi di un altro sguardo (osservate l’osservatore osservato che vi osserva!)
Non c’è inerzia qui, solo assenza di gravità e legge ingravidazionale.
Non c’è inezia, qui, solo l’oltre dell’Oltre.
Una messa in abisso che va dall’impensabile al meraviglioso nulla che siete, che siamo, che sì, amo. Una comunione, ma senza liberazione. Un altro lato di medaglie senza facce. Un’amniosi-amnesia. Un salto dalla Bellezza in avanti, dall’Oltre all’oltraggio, dall’Infinito in poi.

La Figura (che è il contrario dell’immagine) dovrebbe eccitarsi o scandalizzarsi dall’/nell’ essere divorata dall’occhio nudo come un pasto inconsumabile?
Il lavoro di Luca lungi dal museificare e ibernare, rilancia e risprigiona la meiosi-mitosi di costellazioni che recavano i gentilizi di Orestea Amleto, Lucifero Masoch Iside e Osiride (Iride e Oniride, direi maggiormente) fino a quella Diade incontro a Gonade che è stata la Tragedia Endogonidia (un acronimo un perché).
Si era scaraventati in una mutazione genetica non più dell’arte ma di un cosmo parallelo che viralmente ti entrava in circolo fino a mutare te: gli organi si scambiavano di posto, i sensi non erano più solo 5, non erano più solo tuoi, forse erano quelli di Dio, forse erano sincreticamente ridotti/elevati a uno solo, forse erano innumerevoli, forse non c’erano più e bisognava trovarne di supplementari (…ed ecco, toccavi col suono, vedevi con l’udito, udivi con l’olfatto etc……eppure non si assiste sempre più alla sensificazione del residuo? il teatro non è sempre più terreno del margine, margine del margine? non so credere alla superficie senza mettermi più in alto. non so credere all’alto senza prima essere sprofondato. come se stratosfera e sabbie mobili fossero la stessa cosa). Insomma e in differenza, quello che in altri ambiti si chiama Nascita, e in altri ancora Bellezza.

È una seconda Costantinopoli quella sorta a Cesena con un Cenno (questo, nel 1980, il loro primo affondo, ndM). Una Socìetas Raffaello Bisanzio. E a perpendicolo, una nuova Ierapoli. Da lì in avanti ogni ricreazione del mondo era come proferita in lingua aliena. Probabilmente marziana (ma più marziale, forse).
Magari – certo! – venusiana.

Dunque, Venere.

Nella carne notturna, è la pupilla di Venere a scintillare. Ha il suo massimo flare prima dell’alba o dopo il tramonto. Il palco si dà al tramonto del mondo, al tramondo. È assieme stella del mattino e della sera, e il teatro non è che un’alba dei tramonti.
È il pianeta più caldo del sistema solare, la sua temperatura è isotermica e i RS non hanno mai rinunciato alla termonuclearità. Il giorno è la notte, il polo è l’equatore. È ritenuto il pianeta gemello della terra, come gemelle che si cavano gli occhi a vicenda sono l’arte e la realtà. Scena-cornea, oskené-cervello: due autocannibalismi che si contemplano, separati proprio da questo contemplarsi che li liquefà in un’unica pozzanghera. Stare, nettamente e lordo d’ogni purezza, nella spola tra curaro e cantaridina, tra mattatoio ed eden.

Il nord del pianeta è Ishtar, la dea babilonese dell’amore e della battaglia (l’amore è battaglia), il sud è Aphrodite, dea Greca dell’amore. La maggior parte di Aphrodite Terra è ricoperta da un intrico di fratture e di faglie. L’arte è una faglia, una deriva continentale, nasce da una frattura ed è amorevole solo quando è sismica. Erostratica. Umanifuga. Alcaloide. Incondizionata. Indiscriminata. Innominabile, come la più indescrivibile delle apocalissi.

Di Venere, anche lo strabismo. Il teatro vede in modo incomitante ed eterotropico quell’allucinazione collettiva chiamata realtà. La più falsa tra le arti è la più vera, così falsa da trascendere e piegarsi su se stessa, finge al punto di non credere più neanche a se stessa (me-mento), si allontana da sé e non si riconosce, è come specchiarsi nella carne delle prorprie mani e riconoscerne le pieghe, o in quella delle proprie ferite e riconoscerne le piaghe, riconoscere se stessi come entità false e tuttavia purulente, come teatranti. Falso, che non è come dire fasullo o artificioso.

Venereo è il rapporto che bisogna avere con l’arte. Una conditio sine qua non di trasmissibilità. di Trancemissione. Pandemia. Senza profilassi alcuna. Senza quarantene. Ammalarsi. Ammaliarsi. Farsi levare la prima pelle. Esser veicoli di infezione. Gli spettatori non dovrebbero applaudire, a meno che delle semplici poltrone vuote non sappiano farlo. E sanno farlo. Dovreste sentirle. Chissà cosa pensa una poltrona dello spettatore che ospita… chissà se un sipario potesse sputare e un palco vomitare, quanti maremoti in sala… anche gli oggetti di scena, come i sogni, sapranno prendersi le proprie vendette verso creatori e osservatori. "Il bambino orfano", così i Masai amano chiamare Venere. Parimenti secondo la tradizione Yolngu, la comparsa di Venere permetteva di comunicare con i propri cari estinti. Attesa di un’attesa di un’attesa di un’attesa, quindi Gioia. poi niente. Poi Il Niente. Non è cosa da umani, la Gioia.

Sine vita vivens, sine morte mortuus, questo il nome, la sola didascalia possibile, di ciascuna delle 50 sonde Magellano qua offerte. Ciascuna fotografa le braccia della Venere di Milo, che fanno il gesto a 90 al mondo.

Venere è il solo pianeta nel Sistema Solare che abbia ricevuto un nome femminile.
Il Teatro è femmina. La Bellezza è femmina (più spesso ancora, androgina o asessuata o ermafrodita). Il teatro è Nascita. L’opera è escremento. Madre non è forse anagramma di merda? Organiche entrambe, fertili entrambe (mia dea, Medea, calami il tuo escrementizio cordone ombelicale, affinché io possa tornare alle origini).

La poltrona, mio trono sfondato, mio aculeo dorsale. Midollo. My dolly. Mi duole.
Mi effettua, in qual modo, ogni meccanismo che passi per un punto vivo, non fosse che ai primi segni della scena la pietra e la pelle hanno la stessa organizzazione e, gioia in petto, non li distinguo. Li finisco e mi sfinisco nella loro fine, che non è/sarà subito dopo e che promette una sinfonia di altre nascite, di altre bellezze.
Mi fa causa, in qual evasione dai modi, ogni punto morto che trapassi un meccanismo o una mecca ove gli ismi si prostrano adoranti.

Mi faccio passare da parte a parte, da disparte a disparte, da arte a arte da queste imago di un corpo in frammenti, di un organo senza corpi, mi faccio masticare e inghiottire dall’anamnesi carnivora, dalla noosfera mnemonica in cui ogni ricordo rintocca come una preghiera implosa (che più o meno sussurla: Avrai moltissimi altri dei al di fuori di me, ma certo non altro Dio al di dentro di te), e lascia un nodo alla gola, più d’uno allo stomaco e uno, gordiano, all’anima.
Questa è Grandezza, tutto il resto è teatro. E il resto, sappiamo bene, è uno scarto.

Manolo Magnabosco (o almeno credo)

 

 

 

 

 

 

 

tutte le immagini a corredo dell’articolo sono tratte da LA NASCITA DELLA BELLEZZA, mostra fotografica di Luca Del Pia ad Uovo 2012

 

Si ringraziano: Matteo Torterolo, Uovo Festival, Luca Del Pia, Manolo Magnabosco

 

 

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