L’Europa dei nuovi barbari

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L’Europa dei nuovi barbari
Le temps du loup di Michael Haneke (2003) e Calvaire di Fabrice Du Welz (2004)
articolo a cura di Fabrizio Fogliato

Solitudine, rabbia e follia in un’Europa antropologicamente arretrata. Il film di Fabrice Du Welz è allegoria del progressivo imbarbarimento del mondo contemporaneo e proseguimento ideale dell’opera di Michael Haneke. Eliminati i riferimenti filmici a Deliverance (Un tranquillo week-end di paura, 1972) di John Boorman, Le Temps du loup (Il tempo dei lupi, 2003) di Michael Haneke, il dimenticato (ma bellissimo) Jagdszenen aus Niederbayern (Scene di caccia in bassa Baviera, 1968) di Peter Fleischmann e l’omaggio finale al Lucio Fulci de L’aldilà (1981), rimane l’opera personalissima di Fabrice Du Welz. Giovane regista belga, che affronta con una radicalità hanekiana ed un rigore bressoniano un tema come quello della “barbarie”, apparentemente lontano dal contesto evoluto e iper-tecnologizzato in cui viviamo.

Al contempo Michael Haneke con Le Temps du loup (Il tempo dei lupi, 2003), dalla descrizione di micro-cosmi familiari (dei film precedenti), allarga i suoi orizzonti per descrivere una società implosa e collassata ridotta all’imbarbarimento, che vede nemici ovunque e che non si accorge di essere diventata ormai la controfigura di se stessa. Haneke passa quindi dalla soggettività all’inter-soggettività, raccontando un “tempo dei lupi” dove l’essere umano ha ormai lasciato il posto all’animale umano: uomini, donne e anche bambini ridotti a combattere contro se stessi in un estenuante quanto inutile gioco al massacro. Le Temps de Loup è presentato e inopinatamente stroncato al festival di Cannes del 2004, forse a causa del suo quoziente disequilibrato di intelligenza e sgradevolezza.

Gli uomini in fuga di Le Temps du loup sono stanchi, apatici e privi di volontà: fuggono da una catastrofe in atto ma di cui non si conoscono né le cause né le dimensioni. I personaggi si muovono in un contesto di “assenza” dove il nulla poco alla volta divora ogni cosa. Sono persone spaesate, in balia di se stesse e degli eventi che non si riconoscono più in una identità. Lo spaesamento è riprodotto in pellicola da Haneke attraverso l’utilizzo continuo e alternato di campi lunghi e primi piani. I campi lunghi raccontano un paesaggio spettrale grigio, nebbioso e buio, mentre il primo piano, attraverso la ripresa dei volti sofferenti, impassibili e macchiati di sangue, descrive la deriva che è in atto. Tutta la vicenda si svolge in campagna mentre la città viene solo e sempre nominata come luogo di “partenza”.

Haneke intende questa campagna come il terreno della storia: quello dove si sono combattute numerose battaglie e quello dove l’Europa ha costruito la sua identità attraverso la morte e la distruzione delle guerre del secolo scorso. Attraverso pochi elementi Haneke precipita lo spettatore in un incubo dal passo lento e dal ritmo statico: è in atto qualcosa di terribile, un rifugio sicuro è l’unica meta e l’acqua è il bene più prezioso (per averla si è pronti a prostituirsi e ad uccidere). Il tempo è indefinito e sospeso: c’è un oggi fatto di radio, biciclette e fucili ma anche di carcasse di animali che bruciano, d’ammassi di profughi e di xenofobia latente, ma c’è pure un tempo attivo, fatto di speranza (il treno) e di spiritualità (la leggenda dei 36 gusti).

Le Temps du loup è un film spietato e crudele che immagina un’umanità terminale in cui la società è ormai assente e dove la lotta per la sopravvivenza domina il pensiero e l’agire delle persone. L’istinto animale si coniuga al baratto e alla necessità di scambio delle merci, ma i beni che contano non sono né gioielli né preziosi, ma le cose utili: pile, forbici, taniche e coltelli. Quello di Haneke è quindi un tempo “barbaro”, dove gli “altri” (cioè la parte animale dell’essere umano) hanno preso il sopravvento, che appare lontanissimo a venire ma che in certe regioni dell’Europa è quanto mai attuale e presente.

Calvaire di Fabrice Du Welz è un’opera prima cattiva e grottesca, diretta e sceneggiata (a quattro mani con Romain Protat) da un regista che fino a quel tempo si era occupato unicamente di animazione e cortometraggi. Presentata in concorso alla 43esima Semaine Internationale de la Critique di Cannes 2004, possiede uno stile che sfiora appena la volgarità visiva, un film che ha rappresentato il trampolino di lancio per un autore talentuoso capace di giocare, in perfetto equilibrio, fra cinismo e candore. È un film che fa male, perché parla di una realtà che non sa confrontarsi con il protagonista, il quale non riesce a comunicare con essa.

Calvaire è un film totalmente espressionista, scevro da ogni compromesso e da ogni idea di bellezza. Nel film di Fabrice Du Welz, tutto è lordo, impregnato di sangue, fango e umori corporei, e perfino gli ambienti interni rispecchiano questa configurazione degenerata. Nelle stanze dell’albergo di Bartel, prevalgono il marrone (delle carne animale) e il rosso (del sangue versato). Opera limite, dove la carne dell’uomo si congiunge (forzatamente) con quella dell’animale attraverso una zoofilia conclamata e assurdamente “naturale”. Un mondo senza donne, dove il sesso diventa motore inarrestabile del desiderio di Amore, necessario all’uomo per vivere in armonia e serenità con la natura ma, soprattutto con se stesso.

In Calvaire il silenzio pesante, scosso dai rumori (ovattati dalla neve) della natura, fa da sfondo inquietante ad una vicenda dotata di una insostenibile tensione morale. L’unico momento di “rottura” è rappresentato dalla dance of dead degli uomini chiusi in un locale senza tempo, accompagnati dalle “sette note in nero” che dal pianoforte percorrono tutte le pareti della stanza, entrando nella carne degli uomini e trovando sfogo mortale nel proiettile che uccide Maurice. La cena di Natale (momento “sacro” per eccellenza), si trasforma ben presto in un sabba orgiastico dove l’animalità umana deflagra in tutta la sua potenza repressa, mentre il nero della “notte della ragione” inghiotte ogni cosa. Il finale innevato, costantemente percorso da carrelli senza inizio e senza fine, restituisce un senso di desolazione e disperazione talmente profondi da non permettere altre parole che un sarcastico «Io ti ho amato», pronunciate da un incredulo e sfatto Marc davanti ad un uomo che lo crede una donna e che davanti a lui affoga lentamente nelle sabbie mobili.

Con Le Temps du loup Haneke ha tracciato una strada che individua nel sovraccarico di merci e di parole il male dell’Europa. Si è spinto sul terreno del paradosso per sancire l’irreversibilità del processo in atto: cambiando le condizioni di vita le dinamiche umane non migliorano ma, anzi, peggiorano. Il paradosso è quindi quello secondo il quale il benessere corre su binari paralleli a quelli della barbarie. Questa teoria inserita in un discorso estremo sulle dinamiche sociali è stato portato alle estreme conseguenze da un giovane regista belga che si è inserito nel solco tracciato da Haneke.

Fabrice du Welz, nel suo Calvaire, ha tracciato il ritratto di un’umanità giunta al capolinea e al punto di non ritorno che potrebbe anche coincidere con l’inizio di una nuova storia. Il cerchio in Calvaire si chiude intorno alla bestialità pura e semplice che risveglia il lato animale rimosso e dimenticato. Attraverso una messa in scena scarna e essenziale il giovane regista belga costruisce un ritratto muto e sporco, dove i gesti dominano le parole, di un’Europa primitiva dominata dall’istinto e dal sacrificio, dove una danza tribale anticipa e preannuncia la morte.

Calvaire è quindi, in definitiva, il completamento necessario di Le Temps du loup: il capitolo finale di un percorso retroattivo dell’uomo verso la sua essenza. Il termine ultimo della ragione e l’inizio di qualcosa di sconosciuto, un viaggio unidirezionale verso la speranza o, indifferentemente, verso la catastrofe, come presagiscono le scene finali di entrambi i film, dove un lungo carrello laterale si interrompe bruscamente su una natura incontaminata e minacciosa (ma tra le frasche degli alberi spunta un timido sole).
 

Calvaire
Alcuni giorni prima di Natale Marc Stevens (Laurent Lucas), un cantante girovago, a causa di un guasto al suo furgone viene bloccato di notte nel mezzo di un bosco nella paludosa regione Hautes Fagnes di Liège. Qui incontrerà uno strano tizio che dice di essere in cerca del suo cane e che lo accompagnerà in una locanda. Il locandiere, Mr. Bartel (Philip Nahon), si offre di riparare il suo mezzo di trasporto, avvertendolo di non avventurarsi nel vicino villaggio. Ma durante una passeggiata notturna, Marc si troverà invischiato in un terribile incubo…

Le Temps du loup
Anna (Isabelle Huppert), il marito e i due figli Eva (Anais Demoustier) e Ben (Lucas Biscombe), arrivano nella propria casa di campagna trovandola occupata da una famiglia di extracomunitari: immediatamente l’uomo della famiglia abusiva fredda a sangue freddo il marito di Anna. La donna, rimasta sola con i figli, si reca in cerca di un aiuto che gli abitanti del villaggio, impauriti e chiusi nelle loro case, le negano. Durante la notte passata in un casolare incontriamo un giovane ladruncolo che unitosi a loro li conduce in una desolata fabbrica-stazione, dove uomini, donne, vecchi e bambini delle più svariate nazionalità hanno trovato rifugio…

 


Fabrizio Fogliato

 

 

 

 

Le temps du loup (Il tempo dei lupi)
regia, sceneggiatura: Michael Haneke
fotografia: Jürgen Jürges
montaggio: Nadine Muse, Monika Willi
casting: Markus Schleinzer
scenografie: Christoph Kanter
architetto-scenografo: James David Goldmark
costumi: Lisy Christl
produttori: Veit Heiduschka, Margaret Ménégoz
coproduttori: Michael Weber
produttore esecutivo: Michael Katz
interpreti: Isabelle Huppert (Anne Laurent), Béatrice Dalle (Lise Brandt), Patrice Chéreau (Thomas Brandt), Rona Hartner (Arina), Maurice Bénichou (M. Azoulay), Olivier Gourmet (Koslowski), Brigitte Roüan (Béa), Lucas Biscombe (Ben), Hakim Taleb (Giovane in fuga), Anaïs Demoustier (Eva), Serge Riaboukine (Il leader)
case di produzione: Bavaria Film, Canal+, Centre National de la Cinématographie (CNC), Eurimages, France 3 Cinéma, Les Films du Losange, Wega Film, arte France Cinéma
paese: Francia, Austria, Germania
anno: 2003
durata: 113′

 

Calvaire
regia: Fabrice Du Welz
sceneggiatura: Fabrice Du Welz, Romain Protat
fotografia: Benoît Debie
montaggio: Sabine Hubeaux
musiche: Vincent Cahay
suono: Marc Engels
scenografie: Manu de Meulemeester
costumi: Geraldine Picron
effetti speciali: Alain Couty
produttori: Michael Gentile, Eddy Géradon-Luyckx, Vincent Tavier
produttori associati: Philippe Kauffmann, Guillaume Malandrin, Donato Rotunno
interpreti: Laurent Lucas (Marc Stevens), Brigitte Lahaie (Mademoiselle Vicky), Gigi Coursigny (Madame Langhoff), Jean-Luc Couchard (Boris), Jackie Berroyer (Bartel), Philippe Nahon (Robert Orton), Philippe Grand’Henry (Tomas Orton), Jo Prestia (Fermier Mylène), Marc Lefebvre (Lucien), Alfred David (Roland)
case di produzione: La Parti Productions, Tarantula, Studio Canal, The Film, Backup Films, Centre du Cinéma et de l’Audiovisuel de la Communauté Française de Belgique, Fonds National de Soutien à la Production Audiovisuelle du Luxembourg, Télédistributeurs Wallons
paese: Belgio, Francia, Lussemburgo
anno: 2004
durata: 88′

 

 

 

Fabrizio Fogliato (Torino, 1974) è un critico cinematografico, per Nocturno e Voceditalia.it (e dal numero30 pure di RC), autore – oltre alla monografia dedicata a Michael Haneke – di “Flesh and Redemption: il cinema di Abel Ferrara” (Falsopiano Editore, 2006) e “Saw – Analisi di un successo annunciato” (Morpheo Edizioni, 2008).

 

 

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