Charlemagne Palestine

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charlemagne_palestine

I’m not David Lynch!

Charlemagne Palestine a Milano

di Alessio Galbiati

 

articolo pubblicato su Rapporto Confidenziale numero6 – giugnoo 2008 (pag.43-44) e su

DigiMag35/giugno2008 http://www.digicult.it/digimag/article.asp?id=1190

English version (a cura di Francesca Magnaghi): http://www.digicult.it/digimag/article.asp?id=1210

 

“Non sono David Lynch… ma uno spazio migliore me lo sarei pure meritato… Ho alle spalle quarant’anni di carriera tutta vissuta nell’underground… sono un artista underground!… ma da qualche anno ormai sono considerato un artista da accogliere con tutti gli onori. Perché la Triennale di Milano non mi incontra nemmeno? nessuno mi ha salutato, nessuno mi ha fatto gli onori di casa… la mia rassegna di video, cosa piuttosto rara da vedere, viene relegata in una sala marginale di questa fottuta struttura, con troppa luce ed in una sola ora di tempo… Cosa si può fare in un’ora?… Trentacinque anni fa ho iniziato a fare video delle mie performance proprio in Italia… negli anni settanta arrivavamo dall’america perché da voi c’era un terreno fertile, un fermento culturale davvero interessante… eravate all’avanguardia: cosa vi sta capitando? voi dovreste lamentarvi con le vostre Istituzioni, con la Triennale, che è prima di tutto un spazio vostro… lo dico a voi perché questa è la vostra città.”

 

Così Charlemagne Palestine introduce la retrospettiva video a lui dedicata domenica 25 maggio 2008 (anticipata da un concerto svoltosi, sempre in Triennale, il 23) da O’ (già O’artoteca) all’interno di inContemporanea numerodue, evento (polimorfico, policontenutistico, polifonicamente distonico) promosso dalla Provincia di Milano che “riunisce in un unico luogo e per la durata di tre giorni i progetti delle Associazioni che compongono la suddetta rete. Grazie alla collaborazione della Triennale, al patrocinio dell’Accademia di Belle Arti di Milano e sotto la direzione artistica di Gabi Scardi le 15 associazioni che compongono la rete non profit milanese che si occupa d’arte e sperimentazione nel campo della cultura visiva contemporanea (aMAZElab, AR.RI.VI, Assab One, Atelier Spazio Xpò, Careof, Connecting Cultures, FreeUndo, Isola Art Center, Museo Teo, Neon>FDV, O’, Reporting System, Viafarini, Wurmkos, Xing)” hanno avuto modo d’usufruire d’una buona visibilità entro uno spazio potenzialmente davvero interessante. Insomma un esplicito tentativo di portare letizia ad occhi ed orecchie, in una città abituata (ahi noi!) a ben altra Letizia.

Charlemagne Palestine arriva a Milano e mette il dito nella piaga d’una città, d’un paese, in cui la cultura è ormai divenuta (loossianamente) un delittuoso orpello ornamentale. La Triennale di Milano rappresenta l’epoca che (ahi noi!) viviamo; la Triennale di Milano ospita ma snobba, contiene ma non è: Gabibbo docet! (ricordate che il punto più basso, d’una Istituzione pensata dal Fascismo, fu la “mostra” della durata d’un mese dal titolo “Venti di Striscia”!!!).

Una retrospettiva video introdotta dall’autore, in un’ora di tempo è impresa sulla carta da guinness dei primati (evito il gioco di parole!) apparentemente irrealizzabile e concretamente impossibile: mordi e fuggi culturale, happy hours audiovisivo. Il programma prevedeva ben 6 video scelti dall’autore fra la sua produzione degli anni settanta, ma per ovvi motivi di tempo e per l’incredibile carica d’improvvisazione dell’autore il tutto è stato stravolto, ridimensionato dal punto di vista del numero di video proposti (peraltro non integralmente) ma espanso per ciò che concerne l’introduzione dei suoi lavori da parte dell’autore che come avrete capito non si è risparmiato in considerazioni sullo “stato dell’arte” milanese.

Considerato dalla critica musicale quale figlio ribelle del minimalismo musicale, Charlemagne Palestine nel corso della sua lunga carriera artistica ha spesso utilizzato il linguaggio dell’immagine in movimento per dare forma al proprio stile. A partire dagli anni settanta e discontinuamente fino ai giorni nostri ha realizzato vari documentari e cortometraggi fra loro assai omogenei per tecniche di ripresa e contenuto.

In Body Music I (1973) il soggetto unico della ripresa è lo stesso Palestine che entro un’asettica stanza completamente disadorna intona un mantra fatto di vocalizzi vocalici sprofondato in un qualcosa d’assai simile allo stato di trance. Una ripresa d’una performance in cui è il corpo stesso dell’artista/soggetto a risuonare nella stanza per mezzo primariamente della voce e poi, in un crescendo parossistico, dei suoni prodotti dal suo corpo. Girato a Firenze nel 1973 il film, costato il prezzo dello sviluppo della pellicola, fruttò qualcosa come 100 mila dollari e venne ripreso l’anno successivo da un atipico sequel Body Music II (1974), in cui la reiterazione cinetica e sonora riverberano entro i saloni d’una antica villa Toscana. In questo lavoro la macchina da presa a mano segue i movimenti dell’artista ed insegue il suono da lui prodotto secondo quella tecnica d’improvvisazione sonora già illustrata nel precedente lavoro. La spazialità del suono viene qui messa in scena con maggior dovizia di dettagli, tanto da far comprendere con chiarezza allo spettatore la consistenza acustica degli spazi della rappresentazione, il suono è dunque protagonista attivo dello spazio raccontato dall’immagine. Entrambi i video contengono quelli che lo stesso Palestine chiama “Les animaux”, dei pupazzi di pezza con i quali ama circondarsi e che puntualmente lo “accompagnano” in ogni sua esibizione. C.P. ha poi proposto due estratti da video da lui realizzati negli ultimi anni Sonorious Lariat (2003) e Rituel dans le Vide (2001) che pur se realizzate con una migliore tecnologia di ripresa e meno usurate dal tempo dei due lavori precedenti mantengono la medesima impostazione estetica. Il primo è una ripresa della durata di pochi minuti d’una specie di cow-boy delle Ande che fa roteare sopra la propria testa una specie di lazzo luminoso, la colonna audio è la solita nenia vocalica ancestrale. Rituel dans le Vide appare invece come l’opera più complessa proposta, pur se ridotta a circa cinque minuti di visione – sui 40 originali – ha dato modo di vedere la realizzazione della sua estetica per immagini. L’impressione è che questo lavoro sia la concreta sommatoria di tutti gli elementi che compongono il suo stile. Entro un enorme spazio che potrebbe essere un loft newyorkese C.P. si muove seguendo un percorso ricorsivo punteggiato da una specie di pausa idolatrica davanti ad un qualcosa di simile ad un altare dominato dai due dei suoi amati peluches (un orsetto ed un elefante di pezza anche loro presenti alla Triennale dentro ad una valigia in compagnia con altri 30 loro simili). Gli elementi sono dunque i medesimi di sempre, cambia la durata, cosa che però è stata impossibile da vedere.

Insomma la retrospettiva dedicata a C.P. è stato un qualcosa di simile ad un assaggio del suo lavoro, un qualcosa che è servito ad incuriosire, una sbirciata dal buco della serratura che meriterebbero ben altro approfondimento.

E per conclude, una premessa (così tanto per il gusto del paradosso). I responsabili di O’ (Sara Serighelli e Angelo Colombo) hanno l’indiscusso ed indiscutibile merito d’aver portato a Milano un’artista assolutamente notevole ed interessante che altrimenti con difficoltà si sarebbe potuto vedere ed ascoltare, nel solco da loro promosso e posto in essere d’una ricerca artistica attenta alle marginalità eccellenti della sperimentazione in una città che ancora e sempre si è confermata provinciale e piccola; di questo non è possibile far carico a loro, ma alla Letizia ed ai sentimenti affini che governano quest’epoca che (ahi noi!) ci troviamo costretti a subire.

Per un approfondimento su Charlemagne Palestine rimando all’interessante articolo/intervista apparso sullo scorso numero 34 di DigiMag: L’estasi dissonante di Chalemagne Palestine di Giuseppe Cordaro (Trad.: Marco Mancuso) in DigiMag34/Maggio2008.

 

Linkografia:

http://www.charlemagnepalestine.org

http://www.incontemporanea.it

http://www.triennale.it

http://www.provincia.milano.it/cultura

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