Ciro Ascione – Cinema e spazzatura

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articolo pubblicato su Rapporto Confidenziale numero5 maggio’08 (pagg. 26-28)

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Cinema e spazzatura
Intervista a Ciro Ascione
di Matteo Contin

Ciro Ascione è un attento osservatore a cui piace sporcarsi le mani con la materia che studia, uno che ha scritto dei videogiochi quando ancora erano demonizzati e che con il suo ultimo libro (“Troll – Come ho inguaiato internet” Tea, 2006) e’ riuscito a realizzare un reportage divertitito e divertente sulla rete “vista dal di dentro”, attraverso il punto di vista privilegiato di uno Zelig capace di trasformarsi grazie al potere della tastiera, in un’associazione cattolica bacchettona, in un fascista gay e in altri strambi personaggi che solo grazie alla magia di Internet riescono a prendere vita (ed essere creduti vivi e veri da chi legge le loro parole). Ma tutto cio’ che c’entra col cinema, direte voi? Ciro gestisce da qualche tempo “Trashopolis” [http://www.trashopolis.com], un blog che si occupa di tutto il trash che ci circonda e, in un periodo dove l’etichetta “film trash” viene usata a sproposito (tanto da farci invocare una sorta di Denominazione di Origine Controllata), non potevamo non interpellarlo sull’argomento.

Matteo Contin: Cominciamo col cercare di dare una definizione di cinema trash. So bene che non sbrigheremo l’annosa questione con una sola misera domandina, ma è fondamentale iniziare questa chiaccherata cercando di capire cosa si nasconde dietro quella parola, in questi ultimi anni sin troppo (ab)usata per descrivere sia prodotti televisivi che cinematografici, venendo invocata ingiustamente ogni qualvolta ci si para davanti un brutto film.

Ciro Ascione: Bella domanda, risposta quasi impossibile. Cominciamo prima a definire cosa non è il trash. Il trash non coincide per forza con il cinema di serie B (in caso contrario rientrerebbero nel trash anche i film di Ray e di Ulmer), nè coincide per forza con il cinema brutto, dato che il brutto è un concetto quasi soggettivo, e posso definire un film di Muccino “brutto” ma non trash. Anni fa Tommaso Labranca ha dato un’ottima definizione di trash nel saggio “Andy Warhol era un coatto – Vivere e capire il trash”, identificando il trash nell’ emulazione fallita di modelli alti. Non è una spiegazione completa al cento per cento, ma forse è una delle più interessanti. Ciò che caratterizza il trash è la follia di fondo. Come si può pensare che gli spettatori trovino spaventoso o credibile quel pupazzone di gomma? Come si fa a scrivere un dialogo così assurdo? Perché un attore così cane fa la parte dell’eroe? Per questo motivo, secondo me, non appartiene al trash tutto quel sottofilone di commediaccie degli anni ‘70 e ‘80 dei vari Banfi, Abatantuono, Vitali, Milian eccetera. Alla fine questi film sono esattamente ciò che vogliono essere. Di solito si fa rientrare nel trash anche il trash consapevole di grandi autori come John Waters, Russ Meyer, Hershell Gordon Lewis e addirittura di Roger Corman. Ma in questi casi si tratta di meta-trash, più che di trash autentico.

MC: Hai già individuato le due grandi categorie in cui possiamo dividere il trash, ovvero il trash creato ad hoc (che tu chiami giustamente meta-trash) e il trash involontario in cui si nascondono vere e proprie perle del cinema di serie z. Nella prima categoria ci possiamo inserire Waters, ma anche la Troma con tutto il suo esercito di pupazzoni e, insomma, tutti quei film che usano il trash come metodo espressivo più che come status filmico. E’ un trash che parla di sè stesso e che, andando oltre all’immagine, non diventa altro che critica verso la società delle immagini (generalizzo, in realtà ogni autore muove le sue critiche personali). Il trash involontario secondo me è ancora più estremo e significativo per il genere, essendo, se vogliamo così definirlo, il trash puro, non contaminato da alcuna poetica autoriale.

CA: C’è una bella differenza però tra un Waters, che fa una riflessione critica sul brutto, e i registi della Troma, che non fanno altro che appropriarsi in maniera consapevole di molti elementi del cinema di serie zeta. I film della Troma sono camp più che trash (o meta-trash). C’è anche da chiedersi se sia vero che il trash puro non sia contaminato da alcuna poetica autoriale. Spesso la poetica autoriale c’è eccome (pensa a tutta la filosofia di serie zeta presente nel cinema di Renato Polselli). Solo che si tratta di poetica autoriale che scade nel ridicolo.

“Riti, magie nere e segrete orge nel trecento”, Renato Polselli, 1973

MC: Esatto. Waters e la Troma ragionano in modo differente sul trash. L’uno lo utilizza come metodo espressivo per una riflessione (seppur divertita) sulla società, mentre l’altra ne esaspera il linguaggio per film il cui scopo principale è il divertimento senza pensieri. La caduta nel ridicolo è un’altra di quelle caratteristiche che rendono puro il cinema trash. Cosa c’è di più divertente di un film inverosimile che fa di tutto per prendersi sul serio?

CA: Concordo completamente. Forse però dobbiamo specificare che il prendersi sul serio non riguarda la seriosità del film. Possono esistere anche film trash comici che prendono sul serio il fatto di essere comici, ma che in realtà non fanno ridere. Penso agli ultimi film della saga dei Tre Supermen, ad esempio.

MC: Oppure come certi film horror. Mi viene in mente quello che secondo me è uno dei migliori trash movie italiani, ovvero “La croce dalle sette pietre”, dove un uomo si trasforma in uno sciatto lupo mannaro perchè gli è stata rubata la collana che lo proteggeva da una maledizione. L’uomo si metterà contro la camorra per recuperare la collana. Insomma, trama impensabile e tecnicamente terrificante, ovvero gli ottimi ingredienti per un film trash autentico.

CA: Un autentico mito, adoro questo film! “La croce dalle sette pietre” ci suggerisce anche che il trash è il territorio delle contaminazioni improbabili, oltre che delle emulazioni fallite. In questo caso l’horror si fonde con il camorra-movie, con risultati al di là del bello e del brutto. E penso anche alle migliaia di volte in cui il cinema porno si è mescolato con i vari generi cinematografici. Come in “Edward mani di pene”…

“La croce dalle sette pietre”, Marco Antonio Andolfi, 1987

MC: Decisamente imperdibile anche quello! La cosa più assurda è che nonostante trastulli svariate ragazze, Edward rimane sempre malinconico. Insomma, il personaggio di Burton non viene di certo tradito, ma i risultati sono del tutto diversi come ben si può immaginare. Un’altra peculiarità del genere è che si crede che tutto possa spaventare. Rifancendosi di certo alla fantascienza anni 50/60 che ha messo in campo una serie spropositata insetti ingigantiti, il cinema trash ha sfornato un’altra serie infinita di animali dalle dimensioni spropositate, tra cui brillano sicuramente per demenza i conigli mastodontici de “La notte della lunga paura”, uno dei film più improbabile di sempre. Come hanno potuto pensare degli esseri umani che dei conigli giganti possano far paura? Al massimo possono essere più pucciosi!

CA: Quello è un film decisamente assurdo, la cosa più strana è che si tratta di una produzione di serie A, con tanto di marchio MGM, e non è nemmeno filmato male. Forse non è definibile neanche trash. Però gli sceneggiatori avevano di sicuro mangiato del peyote.

MC: Negli ultimi anni il termine trash si è trasferito anche al mezzo televisivo. Secondo te il trash cinematografico e quello televisivo possono essere paragonati tra loro?

CA: Tutto quello che attualmente viene definito “trash” in TV (reality, talk show, eccetera) non è degno di essere chiamato trash. E’ solo merda. Il trash ha dalla sua parte il fascino della produzione indipendente, un’origine avventurosa, la simpatia che non si può negare a chi tenta un’impresa impossibile. Il cosiddetto trash della TV generalista è solo sinonimo di cattiva qualità, lo schifo che ormai è arrivato al potere. Oggi in Italia il cinema trash non esiste più. Possono uscire dei film orrendi, tipo “Troppo belli” o “Parentesi tonde”, ma non sono più supportati da piccoli produttori un po’ avventurieri e un po’ gonzi: a promuoverli ci sono le varie Mediaset e Rai. Le ultime roccaforti del trash sono le TV private. Ma anche in questo caso i divietti delle TV private si stanno standardizzando, assomigliano sempre di più a quelli (pessimi) delle reti nazionali. Negli anni 90 esisteva ancora un trash televisivo purissimo: quello del mago Gennaro D’Auria, dei vari cantanti locali, dei neomelodici alle prime armi. Ora è sempre tutto più omologato.

MC: Concordo pienamente su tutto, anche se penso che in alcune televendite che passano sulle TV locali ci possa essere ancora quel guizzo di genialità trash, oppure nei programmi di ballo e canto che trasmettono nella mia zona. Ma è anche vero che il tutto è omologato, diventando la brutta e noiosa copia di qualcosa che già di per sè non era perfetto. Non ti ho ancora chiesto però una cosa a dir poco fondamentale: com’è iniziato il tuo amore per un genere del tutto lontano dalle sale cinematografiche e completamente fuori dagli schemi?

CA: Tra poco avrò quarant’anni, quindi credo di aver vissuto in diretta la stagione d’oro del trash cinematografico. Nei cinema degli anni ‘70 passavano di tutto, anche film vecchi una ventina d’anni. Da ragazzino consumavo western, peplum e film di guerra di ogni tipo, non c’era troppa differenza per me tra “I magnifici sette” e “Arizona si scatenò e li fece fuori tutti”, tra “Spartacus” e “I dieci gladiatori”, tra “La croce di ferro” e “Cinque per l’inferno”. Poi con l’adolescenza venne la fase della cinefilia integralista, rinnegai tutto e mi trasformai in un rompiballe insopportabile. Politica degli autori a tutto spiano, se non era Dreyer storcevo il naso. In compenso vidi un fantastiliardo di film. E dopo un po’ di tempo, iniziai a riavvicinarmi al trash. In maniera consapevole, però. In molto mi ha aiutato anche la mia compagna, Titti. Anche lei è una trashofila militante. E sa cogliere certe sfumature dei filmacci degli anni 70 molto meglio di me.

“Le notti del terrore”, Andrea Bianchi, 1981

MC: Più o meno abbiamo seguito lo stesso percorso, nonostante sia di una ventina d’anni più giovane di te. Da piccolo guardavo tutto, praticamente qualsiasi cosa passasse in televisione e con l’adolescenza è arrivata la fase dove ho affinato i miei gusti guardando praticamente solo film d’autore (i misteri delle tempeste ormonali evidentemente). É solo recentemente, da quando mi sono avvicinato alla critica cinematografica che ho riscoperto il piacere del cinema trash. Tutto sommato non è altro che un nuovo tipo di autorialità e, in fondo, l’interesse di avvicinarsi ad un altro tipo di cinema.

CA: Sì, è vero, si tratta di percorsi molto simili. Con la differenza che oggi è molto più facile accedere a determinati titoli che un tempo erano introvabili. Il fatto di essere molto vincolati alla politica degli autori nella fase adolescenziale è un momento molto formativo del tuo percorso da cinefilo. Passi dalla fruizione indifferenziata e onnivora dei film a un tipo di visione più selettivo. Perciò iniziano a incuriosirti soprattutto quelle opere dove il marchio d’autore è più facilmente riconoscibile. Il tocco di Hitchcock, di Ford, di Lubitsch, di Godard e di Kubrick lo individui subito. Per capire il trash ci vuole una consapevolezza maggiore, che ti può dare solo una conoscenza approfondita del cinema classico. E’ un po’ come l’arte contemporanea: per apprezzare Picasso e Beuys, devi prima conoscere bene Giotto e Michelangelo. Non puoi cogliere una trasgressione stilistica se prima non sai cos’è uno stile.

MC: Ma alla fine perchè si dovrebbe guardare un film trash? E’ realizzato male, spesso e volentieri assurdo e in più è difficile da recuperare…

CA: E non ti sembrano motivi sufficienti?

MC :E internet che ruolo ha in tutto questo? Il trash sembra aver trovato una nuova diffusione e un blog come il tuo che consiglia le visioni più al limite di questo genere non può che essere una mini-guida all’interno di un labirinto vasto come quello del cinema trash…

CA: Internet aiuta la diffusione di qualsiasi tipo di cultura “di nicchia”, quindi la conoscenza del trash ne beneficia eccome. “Trashopolis” [http://www.trashopolis.com] però, non vuole essere una miniguida, non ha pretese di esaustività. E’ un sito che vuole offrire degli stimoli. La sua forza secondo me è nella mescolanza spesso irrazionale degli argomenti trattati. Ci trovi un po’ di tutto, dal cinema italiano di genere al weird e alla psychotronia straniera, con il trash napoletano a fare da trait d’union. Così i cinefili più estremi magari si avvicinano agli orrori dei cantanti neomelodici, e i nostalgici della vecchia tv di culto scoprono un tipo di cinema che magari prima ignoravano.

Chesty Morgan [Liliana Wilczkowska] in “Double Agent 73”, Doris Wishman, 1974

MC: Tim Burton e Quentin Tarantino sono stati due dei registi che hanno saputo rivalutare il cinema trash, dandogli molto probabilmente il risalto che avrebbe meritato. Con “Ed Wood” Burton ci ha parlato del sogno del cinema, di un mondo di senza talento ma ricchi di sogni, mentre Tarantino con i suoi film shackerati ha saputo riportare in auge lo stile e gli stilemi del cinema trash e di serie B. Secondo te perchè gli anni Novanta sono stati il terreno di questa rivalutazione?

CA: Probabilmente perché il trash cinematografico più ruspante è finito a metà degli anni ottanta. Tim Burton e Quentin Tarantino hanno avuto il tempo e la possibilità di digerire il prodotto e di rielaborarlo in maniera geniale. Tarantino però è grande soprattutto quando parla di serie B : la blaxploitation, il cinema di kung-fu, il road movie, il poliziesco, l’horror. Quando ti tira fuori un’operazione più esplicitamente trash come “Grindhouse” scade nella maniera. L’ “Ed Wood” di Tim Burton è invece un capolavoro: ti dimostra la sostanziale uguaglianza della poetica di Wood e di Orson Welles.

MC: Lasciaci ora qualche visione consigliata, ovvero alcuni dei film che un trash-cultore non può non aver visto.

CA: Così su due piedi mi prendi di sorpresa. Allora, per il cinema erotico consiglierei “Quando l’amore è oscenità” di Renato Polselli, follia assoluta. Ma anche “La principessa nuda” di Cesare Canevari non scherza. Per il cinema napoletano, oltre al già citato “La croce dalle sette pietre”, ti segnalo “Via lattea…la prima a destra” di Ninì Grassia, contaminazione tra sceneggiata, fantascienza e cristologia. Per l’horror, il sublime “Zombi Horror” (alias “Le notti del terrore”. Ndr.) di Andrea Bianchi, con un nano orribile nella parte di un bambino che stacca il seno della madre a morsi. Consiglio inoltre la visione di qualcuno dei film messicani del Santo, il celebre lottatore di wrestling. Poi c’è il cinema turco, con tutto il filone dei remake abusivi di “Guerre Stellari” e “Superman”. Il cinema americano è un territorio sconfinato. Io ho il culto dei film della supertettona Chesty Morgan, diretti dalla grande Doris Wishman, e se devo indicarti un titolo dico “Double Agent 73”. Anche certi trashoni horror di Andy Milligan, tipo “Oh mio dio mia madre è cannibale” e “L’invasione degli ultratopi” sono memorabili. Trovo estremamente vitali i pornazzi bavaresi della serie “Schuldmadchen report”. Però mi piacerebbe tanto che fossero anche gli altri a consigliare (o a passare) i film al sottoscritto. Chiudo perciò con una confessione: cerco da una vita un paio di titolo che mi sogno giorno e notte e che non ho mai avuto l’onore di vedere: “Povero Cristo” di Pier Carpi con Mino Reitano e “White Pop Jesus” con Awana Gana. Chi mi aiuta?

Matteo Contin

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