Cappuccetto rosso > Stefano Simone

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Il sottobosco cinematografico italiano è molto più ricco e folto di quanto noi possiamo immaginare, e parlare di sottobosco nel caso specifico di questo corto horror dal titolo “Cappuccetto rosso”, non è poi così casuale. Il regista Stefano Simone, però, meriterebbe ben più fama e riconoscimenti, vista la mole del lavoro svolto fin’ora (23 anni e già una dozzina di corti all’attivo) e la qualità apprezzabile di tale lavoro.

Dopo essersi dedicato anima e corpo al noir, seguendo le orme del suo idolo William Friedkin, stavolta ha deciso di cimentarsi con una favola dark, dalle atmosfere cupe e inquietanti e dal finale inaspettato ed originale. Un film che va preso per quello che è, senza mettersi su una cattedra a pretendere formalismi e serietà che sono molto lontani dalla forma mentis e dalle idee del regista che ci tiene più che altro a divertirsi e a divertire, oltre che a promuovere un tipo di cinema fatto di cuore e anima, piuttosto che di tecnicismi.

La sceneggiatura di Emanuele Mattana che ci sorprende con un ribaltamento di prosettive finale è tratta dal racconto di Gordiano Lupi e mai cognome fu più indicato come in questo caso.  La storia è come noi tutti la conosciamo, o quasi : un ragazzino viene mandato dalla madre a portare un po’ di cibo alla nonna malata. Per farlo deve attraversare il bosco dove fa la conoscenza di una strana e ambigua ragazza vestita con un cappuccio rosso. Questa le propone una gara: il primo che arriverà a casa della nonna vincerà un premio succulento. Il finale, ribalterà le carte in tavolta e ci darà un saggio sulla reale dinamica dei rapporti uomo-donna, e perché no una visione un po’ distorta della natura umana.

Incentrato principalmente sui cambi di atmosfera, resi magistralmente da una colonna sonora straordinaria e aiutati anche da una valentissima fotografia che si concentra proprio sui toni e i colori della favola (marrone, ocra e nero con qualche sprazzo di bianco azzurro e argento), “Cappuccetto rosso” si fa guardare tutto d’un fiato riuscendo persino a turbare in più di un’occasione, come nel bellissimo incipit ambientato nel bosco in cui un ragazzo si perde inseguendo una persona di cui si vede solo il cappuccio rosso e nel movimentato e sanguinolento finale in cui gli amanti dello splatter, e uno dei protagonisti della pellicola stessa, troveranno pane per i loro denti, letteralmente e non. Lode, dunque, anche ai caserecci ma convincenti effetti speciali, curati dallo stesso regista così come la fotografia che ci dimostrano non solo la natura horrorifica del film, ma anche le intenzioni “poco serie” del suo regista. Una sorta di divertissement che però ci lascia con la convinzione del talento registico di Simone (con una sola camera è riuscito a destreggiarsi abilmente tra interni ed esterni, oltre a curare egli stesso un funzionale e perfetto montaggio) e al suo intuito nel coniugare alla perfezione le immagini con le note della bellissima colonna sonora firmata Luca Auriemma (addirittura i pezzi sono stati scritti prima che le rirpese del film cominciassero, in modo che Simone ha ideato le inquadrature e le scene proprio sulla base delle note di Auriemma).

Simone gioca dunque col genere e con l’appassionato del genere e ci ripropone, a volte ridicolizzandoli volutamente, quasi tutti i topoi fondamentali del’horror in tutte le sue varie ramificazioni (lo splatter, il gotico, lo psicologico, ecc…), chiudendo la pellicola con un sorriso enigmatico che sicuramente sarà stato anche  il suo al termine delle riprese. Un regista che promette molto bene e che ci restituisce una realtà fatta di appassionati che credono e inseguono il proprio sogno, senza sottostare alle rigide e ferree regole di un cinema convenzionale e canonico, ma molte volte anche alquanto noioso.

Egli stesso, in una breve intervista, ci ha tenuto a sottolineare il carattere ludico e burlesco della sua ultima fatica:

Cosa ti ha spinto a scegliere proprio questa fiaba per rielaborarla in chiave orrorifica?

Bè, questo è il mio primo vero e proprio splatter-horror e quando ho deciso che l’avrei girato avevo appena letto una raccolta di racconti in cui c’era anche quello di Gordiano Lupi. Prima ancora di leggere il suo racconto, ho pensato che “Cappuccetto rosso” sarebbe stato perfetto come horror e a conti fatti devo dire che sono decisamente soddisfatto di questa scelta.

Cosa esprime, o per essere più precisi, qual è il sottotesto delle avventure di Cappuccetto rosso e del lupo?

Ci tengo a precisare che io faccio film senza l’intenzione di trasmettere messaggi o insegnare qualcosa allo spettatore. Se poi questi coglie spontaneamente delle considerazioni e delle riflessioni ben venga. Ma il mio intento primario non è questo. Mentre giravo “Cappuccetto rosso” mi sono divertito moltissimo, proprio perché nelle mie intenzioni doveva essere un filmetto senza cervello, solo intrattenimento e spettacolo. Certo un po’ di stress per la repentina realizzazione del progetto l’ho sofferto, ma si sa ogni lavoro che si rispetti comporta dei sacrifici. Il bello del mio lavoro è che io mi diverto mentre mi “sacrifico”.

Guardando “Cappuccetto rosso” e soprattutto la caratterizzazione del personaggio femminile principale e del suo contraltare maschile, si può notare una certa misoginia. Confermi l’impressione?

Sicuramente. Non sono di quelli che negano di aver dato un’impronta misogina alla propria pellicola. “Cappuccetto rosso” è proprio un film misogino, il tema portante è la maturità sessuale, tant’è che il protagonista maschile è dipinto volutamente come un “bambino”, quella femminile come una virago. E alla fine c’è una sorta di sovraimpressione di concetti come sbranare/violentare che esprimono il doppio senso del rapporto carnale: mangiare la carne, così come fanno i due, è come violentare l’altro.

Non hai paura che le intenzioni del tuo film possano essere fraintese?

In effetti “Cappuccetto rosso” potrebbe sembrare un film ridicolo, quando in realtà è volutamente grottesco. Io volevo che sembrasse tutto finto, ho persino detto agli attori di recitare meccanicamente, cosa che può essere facilmente fraintendibile. In realtà è difficile cogliere la vera essenza del corto il cui scopo principale è quello di giocare col genere.

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