Crash! > Harley Cokliss

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Crash!
regia di Harley Cokliss (UK/1971)
recensione a cura di Fabrizio Fogliato

Crash! prima di Crash, l’interiezione e il suono (1971) prima del libro (1973); l’orrore (pre)annunciato, il rumore sordo e metallico del corpo-macchina che prelude all’orgasmo del corpo-carne. Quindi Cronenberg ha avuto un predecessore: Harley Cokliss, 25 anni prima di lui gira questo cortometraggio per la BBC, interpretato da J.G. Ballard in prima persona e tratto da alcuni frammenti di The Atrocity Exhibition. «Dilavati lontano dall’obiettivo della fotocamera, la dimensione della profondità manca dalla stanza, e le due figure hanno un rapporto sempre più astratto tra loro, e alle forme rettilinee del divano, pareti e soffitto. In questo contesto quasi tutto è possibile, i loro movimenti sono una serie di equazioni posturali che devono avere un significato diverso rispetto alle loro apparenze» (JGB, The 60 Minutes Zoom, 1976). In Crash! JGB, con l’attrice Gabrielle Drake, racconta un mondo composito ed erotizzato in cui la penetrazione delle lamiere è indistinguibile da quella sessuale e in cui le linee e le traiettorie giocano un ruolo definitivo nella definizione del paesaggio urbano e di quello del corpo.

Il film nasce nella parentesi più buia e sperimentale di JGB, quella che ha all’origine il contraccolpo psicologico per la morte improvvisa della moglie nel 1964. L’urgenza dell’autore è quella di confrontarsi con la realtà, abbandonare la fantascienza “classica” e abbracciare l’iconoclastia della tecnologia e del progresso; dopo la psiche e la lezione freudiana per JGB viene il momento di raccontare l’involucro, l’esterno, il reale da quantizzare ed erotizzare. È necessario capire, comprendere il ruolo dell’automobile nella società dei consumi, identificare l’icona del XX secolo, il ruolo che il consumismo di massa gioca nell’alterazione dell’equilibrio psichico dell’individuo e sviscerare le ossessioni di quest’ultimo, le sue pulsioni di morte legate all’avanzare del progresso, intercettare i suoi sistemi neurologici per (ri)esumare la sua identità perduta, abbandonata e annegata tra le lamiere fredde e lucenti. «Il 12 febbraio 1971, Radio Times ha annunciato per le 8.30 p.m. sulla BBC2: Crash! Per lo scrittore di fantascienza J.G. Ballard, l’immagine chiave di oggi è l’uomo in automobile. È l’immagine che rappresenta i sogni e le fantasie che troppo facilmente possono trasformarsi in incubi» (in ballardian.com).

L’estetica del lavoro di Cokliss è fortemente ballardiana, costruita sul principio del parabrezza frantumato, attraverso i cui segmenti si può solo intravedere la realtà. Frammenti di cristalli e segmenti di corpo femminile: il risultato è un collage straniante ed erotico in cui il metallo si confonde con la carne, il vetro con la pelle e l’olio motore con il sangue. In Crash! il montaggio e la dissolvenza giocano abilmente nel mettere in relazione il corpo nudo della donna sotto la doccia con la carrozzeria dell’automobile. Frammenti, dettagli “pornogrfici” del corpo femminile associati a frammenti della carrozzeria delle vetture: pieghe del parabrezza, coperchi dei cerchioni delle ruote, le bacchette dei radiatori, le curve dei fanali, i “rigonfiamenti” della carrozzeria sono associati alle pieghe del gomito, ai capezzoli del seno, alle costole della cassa toracica, alla curve delle ascella, alla rotula del ginocchio. La scene viene dopo la sequenza in cui il fallo-macchina penetra l’autolavaggio-vagina liberando gli umori corporei, in un tripudio di schiuma e umidità, e chiude il segmento aperto dall’erotizzazione della vettura in relazione al corpo della donna. La seduzione avviene per progressioni e stacchi: il seno di Gabrielle Drake sfiora la portiera e il freddo del metallo erige il suo capezzolo, le sue cosce urtano contro il volante e le sue calze sfregano la plastica, la sua mano impugna la leva del cambio come un fallo e le sue natiche si modellano sulla forma del sedile di finta pelle.

L’incipit del corto, privo di titoli di testa è particolarmente emblematico: Gabrielle Drake inquadrata in primo piano e di profilo gira lo sguardo verso lo spettatore e lo fissa; JGB a figura intera guarda verso l’orizzonte dal tetto di un parcheggio multipiano. La relazione tra i due è stabilita da una lenta e reiterata oscillazione della macchina da presa che dal primo piano dell’uomo svela la figura intera della donna: quasi come una sorta di proiezione interiore, una visione che si manifesta in relazione ai crash-test montati in montaggio alternato. Seguono scorci subliminali di entrambi seduti dentro una grossa automobile americana mentre sulle loro teste scorrono i cartelli segnaletici che mostrano che la direzione è quella della Westway, sulla M41, verso Shepherds Bush. JGB gira lo sguardo verso il posto del passeggero e vede accanto a lui la donna, ma dopo un battito d’occhi questa è scomparsa, perché l’immagine chiave del XX secolo è (solo) quella dell’uomo in automobile.

Le sinuosità del copro femminile sono sovrapponibili a quelle delle carrozzerie, ed Harvey Cokliss traduce questo concetto lungo la sequenza psichedelica in cui mostra al rallentatore, e con un movimento lascivo e seduttivo, i contorni dei radiatori: un paesaggio spinale indistinto da quello neurologico in cui il feticismo per il corpo-macchina non lascia nulla all’immaginazione, e in cui l’erotismo del metallo si confonde con quello della carne. Sequenza “pornografica” perché iperrealisticamente amplia a dismisura la dimensione del dettaglio e promette un “paradiso che non c’è”. La cromatura del parafanghi e dei contorni dei fanali, la sua lucentezza “oscena”, il suo riflettere la realtà esterna segue la voice-over a commento della relazione tra il corpo della donna e gli spazi della vettura, e mette in relazione inclinazioni, linee e traiettorie erotiche, invisibili ad un primo approccio, ma esiziali nei comportamenti umani dell’uomo moderno: «…La sporgenza e l’inclinazione del pube mentre si siede sul sedile del conducente. La pressione morbida delle cosce contro il cerchio del volante…».

L’intreccio narrativo di Crash! si basa sulla massima di JGB secondo cui tutta l’umanità potrebbe scomparire in una notte, e mette in relazione il dissesto che persiste tra mondo interiore e mondo esteriore. La razza umana, dopo la sua scomparsa potrebbe tranquillamente essere ri-creata attraverso l’accumulo e la selezione dei suoi detriti tecnologici. La relazione che esiste tra il mestruo della donna e l’incidente stradale è legata allo spargimento di sangue. Sono questi anfratti “osceni” e repulsivi della poetica ballardiana a svelare l’ipocrisia dell’uomo tecnologizzato e del consumatore di massa, come ben riassume la voice-over di commento: «Ripresa conoscenza, fissava il sangue sulle sue gambe. Il liquido pesante imbrattava la gonna. Il livido sotto il seno sinistro la raggiunse dietro lo sterno, cogliendo come una mano al suo cuore. Si mise a sedere, sollevando se stessa dal volante rotto, incerta per un momento se il parabrezza dell’auto fosse stato frantumato. Contro la fronte i fili di sangue formavano un velo strappato. Sopra le ginocchia, la mano si mosse verso la maniglia. Mentre guardava, la porta si aprì e lei cadde. Sollevando se stessa, tenendosi saldamente alla macchina, sentendo la pressione dello porta contro la mano».

Le immagini che illustrano il commento sono inequivocabili: il corpo di Gabrielle Drake ha perso ogni sensualità e colore, quelle stesse parti erotiche ed erogene mostrate precedentemente ora fanno repulsione, tumefatte, mutilate, imbrattate di sangue. La ripresa è sempre per dettagli, questa volta le immagini per frammenti associate a quelle di dettagli di lamiere contorte, fanali enucleati dalla vettura, ruggine che corrode la carrozzeria, parabrezza infranti e strappi negli interni dell’abitacolo. L’effetto è lo stesso che in precedenza ma il significato è opposto: dove c’era Eros ora c’è Morte. La società dei consumi ha lasciato il posto alla società della morte. JGB si muove isolato e inquieto in un cimitero di automobili, sotto un cielo livido e immanente, per poi entrare con la sua vettura in un autosilo a spirale e dal tetto dello stesso prende ad interrogare lo spettatore: «Abbiamo raggiunto un punto di non-ritorno. Dove hanno senso i grandi sistemi tecnologici? Penso anch’io…». Il landscape che si mostra ai suoi occhi è quello intuito da Angela Carter nel 1979, secondo cui Ballard mostra il mondo contemporaneo fatto di immagini e visioni paradossali in cui coesistono città sommerse, paesaggi desertici e giungle di cristallo. Un uomo e una donna si sono mossi lungo il corto di Harvey Cokliss nel silenzio più assoluto: due manichini uguali e ricalcati su quelli usati nei crash-test… ecco il il futuro dell’umanità secondo James Graham Ballard.

 

Fabrizio Fogliato

 

 

 

 

 

Crash!
regia: Harley Cokliss
sceneggiatura: J.G. Ballard J.G. Ballard dal suo romanzo sperimentale del 1970 ‘The Atrocity Exhibition’ (La mostra delle atrocità, Rizzoli, 1990)
interpreti: J.G. Ballard, Gabrielle Drake
casa di produzione: BBC
paese: UK
anno: 1971
durata: 17′

 

 

/ / / Ballardiana \ a cura di Fabrizio Fogliato/ / / / / / \ / / / / / / /

 

 

The Atrocity Exhibition
Regia: Jonathan Weiss (USA/2000)
recensione a cura di Fabrizio Fogliato
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Minus One
Regia: Simon Brook (USA/1991)
recensione a cura di Fabrizio Fogliato
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Aparelho Voador a Baixa Altitude
Regia: Simon Brook (Portogallo-Svezia/2002)
recensione a cura di Fabrizio Fogliato
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