My Reincarnation > Jennifer Fox

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Filmato nel corso di vent’anni dalla regista Jennifer Fox (“Flying: Confessions of a Free Woman”), “My Reincarnation” testimonia le storie dell’alto Maestro buddista tibetano Chögyal Namkhai Norbu e di suo figlio Yeshi. Mentre segue la crescita di Namkhai Norbu come Maestro in Occidente, il film narra di suo figlio, nato e cresciuto in Italia e riconosciuto come la reincarnazione di un famoso Maestro spirituale, che si allontana dall’educazione di suo padre per abbracciare il mondo moderno. Ma riuscirà il padre a convincere suo figlio a mantenere viva la tradizione della sua famiglia e la sua eredità spirituale?
Ma prima d’ora un Maestro tibetano aveva concesso di entrare in maniera così profonda nella sua vita privata ed è probabile che non accadrà mai più.

“My Reincarnation” è un film che, grazie ai numerosi temi che tratta, non smette di sorprendere lungo l’intero suo arco narrativo: dramma epico che si svolge nell’arco di due decenni e tre generazioni e che tratta di spiritualità, identità, famiglia, fede, religione, aspettativa, sogno, Buddismo, il film segue il Maestro spirituale tibetano Chögyal Namkhai Norbu, il primo a portare in Occidente il Dzogchen (ossia il più alto percorso verso l’illuminazione secondo il Buddismo), nei suoi sforzi per diffondere e mantenere viva la sua tradizione spirituale e suo figlio Yeshi, italiano di nascita e di educazione, che rifiuta un richiamo da cui molti si aspettano si lasci trasportare.

La regista Jennifer Fox inizia a filmare la famiglia alla fine degli anni ’80, quando lei è allieva del Maestro e Yeshi un ragazzo appena maggiorenne non in particolare sintonia con il padre, cui rimprovera di comportarsi più da Maestro che da genitore e di cui sopporta a stento le frequenti assenze in quanto impegnato, ai suoi occhi, più con i suoi studenti che con la sua famiglia. Ma anche il Maestro ha alle spalle una storia particolare: riconosciuto a cinque anni come la reincarnazione di un Lama, è stato tolto alla famiglia e portato a vivere in un monastero perché si dedicasse in maniera intensiva ed estremamente rigida allo studio.
In fuga dal Tibet e dalle persecuzioni cinesi, il Maestro giunge alla fine degli anni ’50 in Italia, dove si sposa e forma una famiglia. Suo figlio Yeshi viene riconosciuto a sua volta e sin dai suoi primi anni di vita come la reincarnazione di un prozìo paterno, anch’esso Maestro tibetano. Un riconoscimento che lui rifiuta come un trauma, tanto da rimuoverlo letteralmente, ma di cui riconoscerà in seguito alcuni segni, come i sogni molto circostanziati che lo accompagnano da tempo. Mentre Norbu diventa uno tra i più noti e influenti insegnanti dei precetti del Buddismo tibetano in Occidente, pare logico che Yeshi diventi a sua volta un Maestro.
La prima apparizione di Yeshi nel film, mostra un giovane uomo alla ricerca di una sua identità, una ricerca comune a tutti ma che per lui ha un significato più profondo ancora. La sua eredità familiare e l’aspettativa spirituale riposta in lui appaiono infatti più come un fardello che una benedizione, così come un fardello appare la sensazione che tutti sappiano di lui più di quanto sia lecito immaginare, non conoscendolo personalmente.
Sarà proprio il suo non comune percorso a dare la spinta narrativa al film.

Dopo un salto di una ventina di anni, la regista torna ad occuparsi di Yeshi e della sua famiglia. Quello che allora era un ragazzo in fuga (“Ho sempre fatto sogni sin da quando avevo 5 anni. Strane visioni che mi spaventavano molto. Non volevo andare in Tibet. Così ho chiesto a mio padre ma lui non mi ha risposto”) è diventato un uomo che si è formato una famiglia propria ed è attivo nel campo dell’informatica. Finalmente la persona che aspirava ad essere, libero dal sospetto di un destino incontrovertibile, si reca in Tibet, dove il suo arrivo era atteso da lungo tempo da molte persone.
Jennifer Fox non si limita a seguire la complessa formazione personale di un giovane uomo e di suo padre, nemmeno quest’ultimo impermeabile al rimpianto o al dubbio, scegliendo di non compiacere nessuno. Racconta anche di come essere scelti possa diventare un problema dalla risposta non semplice. Non solo: osservare le lezioni di Norbu con i suoi studenti e la sua personale lotta contro il cancro, rende facile comprendere come il Buddismo abbia potuto costruirsi nel tempo un forte interesse in Occidente, anche presso coloro che mantengono una fede diversa.
“My Reincarnation” è un film mirabile e mai meno che appassionante che, senza mai porre il Buddismo al centro della storia o argomentarlo in maniera encomiastica ma portando lo spettatore a porsi molte domande, è capace di parlare a tutti attraverso il percorso di crescita di un figlio, e di un padre, forse non così peculiari quanto la loro storia, sulla carta, porterebbe a credere. Un film che sa come suscitare empatia presso lo spettatore facendone poi buon uso quando giunge il momento di instillare il dubbio.

Roberto Rippa

My Reincarnation
(USA/Olanda/Svizzera/Germania/Italia, 2011)
Regia, fotografia: Jennifer Fox
Musiche: Jan Tilman Schade
Montaggio: Sabine Krayenbühl
80′
myreincarnationfilm.com

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