Andrzej Zulawski. Euroisterika (seconda parte)

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Andrzej Zulawski
Euroisterika: l’insostenibile leggerezza della follia nella vecchia e nuova Europa
seconda parte /\/\/\/\/ leggi la prima parte

a cura di Fabrizio Fogliato

Se il Caos domina sulla messa in scena, nello scavare all’interno di Anna e de “l’italiana”, si può tranquillamente parlare di “pornografia psicologica”. Lo sguardo di Zulawski è uno sguardo compassionevole verso questo maelstrom in cui l’uomo è sprofondato: il Male è negli esseri e nel mondo, immanente e trascendente, e svela la debolezza e la fragilità dell’uomo. Il regista prova disgusto e ribrezzo verso questa deriva malefica entro la quale l’uomo è posseduto da se stesso, in cui il Male è intrinseco alla sua carne, e per questo prova pena per la follia umana – intesa come abbandono alla tentazione.

Il suo cinema è purificatore attraverso la dinamica primitiva/tribale di punizione-rinascita e mira ad un nuovo battesimo sia per l’individuo (Anna e “l’italiana”) sia per l’umanità (Berlino nel 1981 è città-ponte tra due mondi e Varsavia nel 1996 sta cercando una sua identità post-comunista). Die mauer muss weg (il muro deve cadere) è una scritta che si intravede tra i titoli di testa di Possession, subito dopo l’immagine di una croce fragile e precaria. Il muro (di Berlino) diventa così il simbolo della divisione universale tra Bene e Male, ed è quindi il contesto necessario alla rappresentazione del rito iniziatico e ancestrale di cui Anna è vittima/sacerdotessa. Nella visione manichea di Zulawski ci sono echi di zoroastrismo, di una ritualità apotropaica in cui è il corpo il feticcio attraverso cui opporsi al Male.

Le due sorelle “Fede e Caos” convivono nel corpo di Anna, straziato dal dolore e dalla pulsione; convivono nella carne e promanano dal corpo in un profluvio di bile e liquidi ematici: è tutto il corpo di Anna che espelle i suoi umori (anche i più inconfessabili) nella scena del metrò, scena di dolore e lacerazione dell’individuo che è metonimia del dolore del mondo diviso. Il Muro, cioè Berlino o della separazione: centro “politico” vitale e disfunzionale dell’Europa, tra passato e presente, e luogo simbolico in cui Possession sperimenta la fuga in vanti, ultima e definitiva, in cui la follia è sinonimo di normalità (e viceversa); perché cosa c’è di più folle di un muro che divide le persone, l’Europa e due mondi? «Non uscire da te, ritorna a te stesso. Nell’intimo dell’uomo alberga la verità» dice Sant’Agostino e Zulawski trasla per immagini questo concetto. Il Male è dentro l’uomo e Anna partorisce il mostro nei sotterranei della metropolitana (la caverna/utero), lo depone nell’appartamento vuoto di Sebastien Sraße (la capanna/dimora), lo cresce nelle stesse stanze (l’educazione) e alla fine si accoppia con lui (la mutazione della carne) compiendo il sacrificio da cui (ri)nasce l’essere umano contaminato dal Male (il secondo Marc).

L’elevazione trascendente avviene attraverso la salita delle scale (che nel suo cinema sono una costante e sono sempre illuminate dall’alto), che sancisce la frantumazione definitiva della superficie e la contemporanea emersione della Verità. Quelle di Zulawski non sono scale per il paradiso, non hanno un termine e non portano in nessun luogo, sono l’elemento simbolico che congiunge ciò che è separato: il basso e l’alto, l’infernale e il celestiale, il Male e il Bene. Male che vive nei sotterranei, negli anfratti, nei cunicoli e nelle fogne, ma che è maledettamente tangibile e integrato con la società e con il suo nucleo primario, la famiglia (l’episodio terribile del ritorno a casa del “l’italiana”). Male che tra il passato (il fossile dello sciamano in Szamanka) e il presente (la Berlino spettarle di Possession), non produce altro che distruzione (anche dei sentimenti) e morte.

La morte diventa quindi solo la porta attraverso cui è possibile accedere alla Verità e quindi alla Salvezza. Zulawski racconta che a Possession manca una scena: «Sam Neil che nel finale corre sopra i tetti dopo essere stato contaminato dal Male e si dirige verso la parte Est della città», una sorta di visione fisica dalla permeabilità del Male. Lacerazione, frattura, crasi e crisi, divorzio: l’intimità che trascende la realtà e diventa, in Possession, la scissione traumatica della coppia-borghese; separazione che prelude alla catastrofe, alla frattura europea, alla fine di un mondo (il comunismo e l’anti-comunismo) e alla prospettiva della nascita di un nuovo mondo. I personaggi in Possession si muovono come dentro un acquario, e il colore dominante del film è il blu, quasi una folle profezia sull’Europa Unita, che verrà altrettanto divisa e sarà altrettanto lacerata di quella precedente, così come i suoi cittadini saranno altrettanto egoisti e individualisti come i personaggi di Possession.

Szamanka, invece, non mette in scena alcun “mostro” reale ma costruisce il personaggio de “l’italiana” come un “mostro” antropologico. La sua sessualità è uno strumento in grado di sovrastare le parole: una forma di linguaggio animale, violenta e psicotica, che diventa unica e possibile forma di comunicazione in un mondo freddo, inquinato e oscuro (nel film non c’è mai il sole). Il corpo della studentessa è uno strumento malleabile e sinuoso che, attraverso la sofferenza, restituisce all’uomo una percezione del piacere primitiva e istintuale, che determina come “naturali”, comportamenti aberranti come la necrofilia e il cannibalismo.

Nella cattolicissima Polonia un prete si suicida, e suo fratello – Michal – commenta l’episodio con queste parole: «Mio fratello aveva una doppia vocazione… quella del prete e del pederasta… e il dilemma lo lacerava». Michal, quando viene ucciso da “l’italiana”, indossa la tonaca del fratello e poco prima risponde alla donna che lo interroga sul perché voglia andarsene: «Non ci sono risposte…e quando non ci sono risposte ci si fa preti». In Szamanka c’è un legame inscindibile tra il Sacro e il Profano, che nel film si traduce in un messa in scena ragionata e architettata sugli opposti estremi, una poetica dell’eccesso (volutamente manierista) in cui si coniugano cattolicesimo e perversione, remissione e peccato, poesia e pornografia. Varsavia è il centro, il motore, dell’azione: il selciato delle sue strade, umide e fumose di vapori e miasmi, è baciato da un sole pallido e sterile, percorso con violenza e impeto dal passo malfermo e scoordinato de “l’italiana”. Il cielo plumbeo soverchia e schiaccia la città “universitaria” e si confonde con la sporcizia dei palazzi.

La Varsavia post-comunista è un crogiolo del Male; un coacervo di degrado, malattia, isteria, lacerazione e povertà. La volgarità si propaga a macchia d’olio, dilaga e ammorba le coscienze e i comportamenti (le beffe ridicole degli studenti di antropologia intorno al fossile dello sciamano), e dal centro dell’ex capitale del “Patto” si allarga a contaminare la “nuova Europa”. Che il discorso di Andrzej Zulawski non sia solo locale ma, (come in Possession) globale, è confermato dal suggestivo e doloroso finale apocalittico del film. L’esplosione dell’ogiva nucleare, segue il doppio suicidio di Juliusz e Anna, entrambi morti per amore e a causa dell’assolutismo del rapporto tra Michal e “l’italiana”. L’esplosione è seguita da una doccia ematica che si scatena sul corpo nudo della giovane studentessa, dopo che questa si è appena nutrita del cervello di Michal. Entrambe le situazioni, legate tra loro da dissolvenze/solarizzazioni incrociate, rappresentano l’implosione dei sentimenti che deflagra dopo la separazione traumatica e in attesa della (ri)unione normalizzatrice.

Il discorso è dunque lo stesso che riguarda tanto l’Europa pre-comunista di Possession con i militari del check-point che guardano verso la finestra di Marc da dietro la barriera del muro, che quella post-Comunista di Szamanka in cui la separazione è ontologica in quanto la relazione e deprivata (all’origine) dei sentimenti. La coppia borghese o bohèmienne (non ha importanza) quando esplode diventa un cancro le cui metastasi corrompono tutto ciò che la circonda. Szamanka si chiude nello stesso modo in cui inizia Possession: con un lungo carrello laterale lungo un muro. L’isteria provocata dall’egoismo e dal possesso, genera mostri psichici (Possession) e fisici (Szamanka), mentre l’Europa assiste attonita e muta (Berlino e Varsavia, nei due film, sono città disabitate, disadorne, fredde e inospitali) al suo annientamento, senza né speranza, né futuro. Se Possession è la visione dell’essenza della follia come panacea del Male, Szamanka è rappresentazione del Caos dominante alimentato dalla follia. La “morte bianca” chiude entrambe i film, e certo non è una caso; la luce è solo e sempre sullo sfondo, lontana, un miraggio a cui tendere ma a cui mai, forse, si potrà arrivare.

Fabrizio Fogliato

 

 

leggi la prima parte

 

 

Possession
regia: Andrzej Zulawski
sceneggiatura: Andrzej Zulawski, Frederic Tuten
fotografia: Bruno Nuytten
montaggio: Marie-Sophie Dubus e Suzanne Lang-Willar
musiche: Andrzej Korzynski
scenografia: Holger Gross
costumi: Ingrid Zoré
produttore: Marie-Laure Reyre
interpreti: Isabelle Adjani (Anna/Helen), Sam Neill (Mark), Margit Carstensen (Margit Gluckmeister), Heinz Bennent (Heinrich), Johanna Hofer (madre di Heinrich), Carl Duering (Detective), Shaun Lawton (Zimmermann)
casa di produzione: Gaumont
paese: Francia, Germania Ovest
anno: 1981
durata: 127′

 

 

Szamanka (La sciamana)
regia: Andrzej Zulawski
sceneggiatura: Manuela Gretkowska
fotografia: Andrzej Jaroszewicz
montaggio: Wanda Zeman
musiche: Andrzej Korzynski
interpreti: Boguslaw Linda (Michal), Iwona Petry (L’italiana), Piotr Machalica (Padre di Anna), Agnieszka Wagner (Anna), Pawel Burczyk (Marcin), Tomasz Piernasz-Strus (Padre dell’Italiana), Piotr Wawrzynczak (Il prete)
case di produzione: Alhena Films, Canal+ Polska
paese: Polonia, Francia, Svizzera
anno: 1996
durata: 110′

Andrzej Żuławski | Filmografia

1971 – La terza parte della notte (Trzecia czesc nocy)
1972 – Diabel (Il diavolo)
1975 – L’important c’est d’aimer (L’importante è amare)
1976/88 – Na srebnym globie (Sul globo d’argento)
1981 – Possession
1984 – La femme publique
1985 – Amour braque – Amore balordo (L’Amour braque)
1987 – Na srebrnym globie (Sul globo d’argento)
1989 – Mes nuits sont plus belles que vos jours (Le mie notti sono più belle dei vostri giorni)
1989 – Boris Godunov
1991 – La Note bleue (La nota blu)
1996 – Szamanka (La sciamana)
2000 – La Fidélité

 

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