Hunger > Steve McQueen

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Hunger
regia di Steve McQueen (UK-Irlanda/2008)
recensione a cura di Loredana Flacco


«Per me Hunger ha una risonanza contemporanea. Il corpo come luogo di lotta politica sta diventando un fenomeno sempre più famigliare. È l’atto estremo della disperazione: il corpo è l’ultima risorsa di cui si dispone per protestare. Si usa quello di cui si dispone, a torto o a ragione». Steve McQueen


Film potentissimo, concentrato di sensazioni fisiche e corporali. Quasi completamente assente una vera e propria narrazione, si sviluppa attraverso i dettagli, come tanti frammenti ordinati cronologicamente, attaccati ad un lungo filo, uno di seguito all’altro. Basta un’inquadratura delle nocche insanguinate e gonfie per capire, è sufficiente soffermarsi su quei corpi, su quelle porzioni di pelle livida e sporca, senza bisogno di raccontare. Il protagonista del film compare dopo mezz’ora in cui quel filo segue i dettagli di altre vite e di altri corpi. Altre ferite, altri lividi, altri escrementi.


«Il filo narrativo era piuttosto insidioso: molto è detto senza parole e non è stato semplice arrivare a raccontarlo. Ogni qualvolta dicevamo troppo sbagliavamo, ma dovevamo portare avanti il film. La struttura narrativa è visibile, ma non sommerge l’intera opera. Inoltre, volevo mantenere un distacco e trattenere tutte le emozioni. Spesso questo genere di film è molto manipolatorio a livello emotivo e tende a scivolare nel romanticismo e a noi non sembrava affatto giusto. Abbiamo solo concesso al protagonista alcune paure e alcune emozioni autentiche quando ci è sembrato importante e spero che il film sia più forte grazie a questo». Enda Walsh, co-sceneggiatore di Hunger insieme a Steve McQueen
 

«Poi ho iniziato a pensare di inserire, dopo una parte di assenza di dialogo, una valanga di parole, un confronto, un dibattito… simile al movimento avanti e indietro di una finale di doppio di tennis a Wimbledon tra Jimmy Connors e John McEnroe o a un incontro tra Joe Frazer e Muhammad Ali. Non sai per chi parteggiare, non c’è un vincitore netto. In Hunger, è la scena tra Bobby Sands e il sacerdote». Steve McQueen


Due parti inframmezzate da un magistrale e lunghissimo piano sequenza in cui viene detto tutto quello che può essere detto. Prima e dopo è essenzialmente silenzio, lotta fisica, vitale e ribelle, e dettagli. Nella seconda parte il ritmo cambia, rallenta, e il tempo scorre sulle piaghe, sulla pelle e sulle vene di Bobby Sands e del suo libero arbitrio.


«Io volevo usare una lente d’ingrandimento […] per produrre un effetto simile a quello della fotografia in bianco e nero che a volte consente di vedere meglio la struttura, la forma delle cose». Steve McQueen


Ci si sente male davanti a quelle immagini che mettono lo spettatore in una condizione al limite della sostenibilità. L’osservazione del corpo che lentamente si consuma provoca sensazioni fisiche reali, senso di soffocamento, oppressione, disagio. Quella lente ingrandisce al punto da avviluppare e risucchiare anche lo spettatore.


«Ho voluto mostrare quello che si vedeva, si ascoltava, si annusava e si toccava all’interno dell’H-block nel 1981. Ho voluto trasmettere qualcosa che non si può trovare nei libri o negli archivi: l’ordinarietà e la straordinarietà della vita nel carcere di Long Kesh. E tuttavia il film è anche un’astrazione del significato che ha morire per una causa». Steve McQueen


McQueen riesce a tratteggiare bene la cornice pur senza raccontare, utilizzando stralci di discorsi della Lady di Ferro Margareth Tatcher come coordinate storiche, e attraverso il piano sequenza centrale in cui Bobby dialoga con il prete vengono toccate le questioni politiche e filosofiche che sono alla base della vicenda. Mai retorico, asciutto e neutro, non fornisce interpretazioni, non emette giudizi, non santifica.

 

Loredana Flacco

 

 


Hunger

Regia: Steve McQueen
Sceneggiatura: Enda Walsh, Steve McQueen
Fotografia: Sean Bobbitt (BSC)
Montaggio: Joe Walker
Musiche: David Holmes, Leo Abrahams
Suono: Paul Davies
Scenografia: Tom McCullagh
Costumi: Anushia Nieradzik
Trucco e acconciature: Jacqueline Fowler
Prodottori: Laura Hastings-Smith, Robin Gutch
Produttori esecutivi: Jan Younghusband, Peter Carlton, Linda James, Edmund Coulthard, Iain Canning
Direttore di produzione: Andrew Litvin
Casting: Gary Davy
Interpreti: Michael Fassbender (Bobby Sands), Raymond Lohan (Stuart Graham), Laine Megaw (moglie di Raymond), Brian Milligan (Davey Gillen), Liam McMahon (Gerry Campbell), Karen Hassan (ragazza di Gerry), Frank McCusker (direttore del carcere), Lalor Roddy (William), Helen Madden (madre di Booby Sands), Des McAleer (padre di Bobby), Geoff Gatt (carcerato), Rory Mullen (prete), Ben Peel (Agente penitenziario Stephen Graves), Helena Bereen (madre di Raymond), Paddy Jenkins (il sicario), Liam Cunningham (Padre Dominic Moran), Billy Clarke (Ufficiale sanitario), Ciaran Flynn (Bobby Sands bambino), B. J. Hogg (inserviente lealista)
Case di produzione: Film4, Channel Four Film in associazione con Northern Ireland Screen, Broadcasting Commission of Ireland, Wales Creative IP Fund, Blast! Films e con il supporto di Sound & Vision Broadcasting Funding Scheme
Distribuzione italiana: BIM (2012)
Paese: UK, Irlanda
Anno: 2008
Durata: 96′


 

Steve McQueen
Londinese, classe 1969, approda al cinema dal mondo della fotografia e della scultura, ed espone in due edizioni della Biennale Delle Arti Visive di Venezia, nel 2007 e nel 2009. Ha studiato al Chelsea College of Art and Design e al Goldsmiths College; lasciato quest’ultimo nel 1993, ha frequentato la Tisch School di New York. Raggiunge la notorietà a livello internazionale nel 2008 con il suo primo lungometraggio, Hunger, con cui partecipa al Festival di Cannes nella sezione Un Certain Regard, aggiudicandosi la Caméra d’or per la migliore opera prima.
Il suo secondo film, Shame, partecipa nel 2011 alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, e il protagonista, ancora Michael Fassbender, si aggiudica la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile.

 

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