Dark Shadows > Tim Burton

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Victoria apparente
Dark Shadows

regia di Tim Burton (USA/2012)
recensione a cura di Leonardo Persia

’70 e ‘700: un decennio a confronto con un secolo. Tim Burton li collega attraverso un vampiro no-sferatu, creatura che lo specchio non riflette. I Lumi si spengono e il dark si accende. Dark Shadows è un vero e proprio tuffo impossibile e spericolato, come da incipit. Dall’alto della rupe, con destinazione scogliere Hammer: romantiche ma gotiche, d’amore ma horror. Acqua iniziale che trasmuta in fiamme finali, maschile versus femminile. Corman da Poe, Rebecca di Hitch e Daphne du Marier, Dario Argento delle tre madri. Il vecchio e il nuovo (mondo) si rincorrono, così come vecchie e nuove forme di dominio, di seduzione e di Capitale. Da una vecchia serie tv di Dan Curtis, riadattata da Seth Gravame-Smith, specialista nel rimescolare epoche (l’autore di Orgoglio e pregiudizio e Zombie).

L’aristocratico Barnabas Collins (Johnny Depp), inglese nel Maine per fini commerciali, si precipita a soccorrere l’amata Josette (Bella Heathcote), spinta giù da un incantesimo, lo stesso che renderà l’uomo, al momento della caduta, un vampiro immortale. La diabolica Angelique (Eva Green), ossimoro vivente, domestica sedotta e abbandonata dal nobile, ha compiuto il maleficio. O forse la tipizzazione dei personaggi è un’inevitabile concretizzazione di stati d’essere simbolici. Lui vampiro, cioè seduttore succhiasangue, capitalista; lei ribelle, ergo strega. Un gioco di relazione padrone/serva dove predominano introiezioni, proiezioni, contagi e scambi di ruolo. In stile Harold Pinter. Jung, giustamente, aveva visto nella strega un’affermazione negata, la pura rappresentazione dell’anima maschile. Smania del possesso e della competitività compresi.

Nel 1760 la vittima è lei, nel 1972 lui. La strega, guarda caso, è diventata un’imprenditrice, iper-liberista concorrente spietata dell’azienda ittica fondata dall’ex dominatore. In una grottesca old dark house, i quattro discendenti à la Whale dell’uomo, freak decaduti capitanati dalla patriarca Elizabeth (Michelle Pfeiffer), annaspano invece in un’epoca di freak più luccicanti. È l’era del glam-rock, della stravaganza eletta a statuto. Dove presto, per accidentato risveglio, arriva il vecchio parente, inscatolato in una bara da 200 anni, «196 per l’esattezza». La cupa luccicanza della M di McDonald’s gli sembra (è) il simbolo di Mefistofele. Altri demoni dominano. Non più Fritz Lang. Una nuova family life.

Sono le donne, almeno apparentemente, a comandare. I vecchi capifamiglia maschi sono incolori. Non mancano tuttavia le ragazze reiette, i bambini incompresi. O i domestici, vecchissimi, silenti. E frivole dottoresse specializzate in disagio. Diciamo che emarginati ed emarginazione hanno un riflesso nel mercato. Il rock, il ’68, l’assistenza sociale. Barnabas diventa un fotogramma di film muto incistato in un contesto post-modern, meraviglia delle scenografie di Rick Heinrichs e della fotografia di Bruno Delbonnel, oltre che dei truccatori. Ha il capello frangettato del Cesare di Caligari, un padrone asservito, potente impotente.

Per cui la vecchia sanguisuga sfodera ancora i suoi artigli classisti e conservatori, pre-nazisti. Fa fuori gli operai che gli aprono la bara, un gruppo di hippies (scemi, a dire il vero, fans ortodossi di Erich Segal), la psic (Helena Bonham-Carter) che lo sfida sul versante dell’eterna giovinezza (cioè del Potere, maschile). Il vampiro perde la cronologia, non i canini. Coazione a ripetere, riflesso condizionato. E’ l’inconscio collettivo stratificato a muovere lui come tutto il nuovo (!) che lo circonda. Il suo è un viaggio inconsapevole nelle meraviglie dell’oscurantismo di un decennio che doveva essere rivoluzionario, proprio come il secolo sinistramente «illuminato» da cui proviene. Meraviglie sconsolate, dove Alice diventa Alice Cooper, che il nobile, pensando appartenere al gentil sesso, definisce «la più brutta donna che abbia mai visto. Un vecchio vampiro, in fondo tenero. Persino salvifico. Il «morto» è sempre più «vivo» nell’universo burtoniano di sposi cadaveri. O di cadaveri che si amano.

L’attacco del film è immerso in una ragnatela di movimenti di macchina virtuosistici, in un montaggio delle «attrazioni» fatali, tripudio di sentimenti opposti, apollinei e contemporaneamente dionisiaci. Testa e cuore. Burton coniuga i toni giocosi di Alice con l’oscurità soffocante di Sweeney Tod (recensione1/recensione2). Entrambi film poco riusciti. Qui invece i toni si risollevano, l’opera rifulge in un passato futuro. I titoli di testa catapultano il film in un viaggio del tempo. L’oltre-passaggio è dato dal treno, su cui viaggia Victoria, reincarnazione di Josette (ma si tratta, fondamentalmente, di archetipi psicologici), la ragazza di New York considerata strega dai genitori, in fuga verso il Maine, per far da tata al disadattato bambino discendente di Barnabas. La musica goticheggiante di Danny Elfmann sfocia nel commento musicale dei Moody Blues, esplicito: Nights in White Satinnever reach the end.

È il trionfo del ripetersi, dell’eterno ritorno di un fantasma d’amore di classe. Senza fine. Il triangolo, tipico dell’autore, ha lati tanto spigolosi e affilati quanto più il film tende all’apparente inoffensività. Si tratta della pericolosa figura geometrica del maschile che, se rovesciato, diventa simbolo del femminile. Contiguità agli estremi. Così lontani, così vicini. Quell’amplesso vorticoso e cartoonesco tra gli amanti ritrovati, su musica di Barry White (anacronistica: You’re the First, the Last, My Everything è del 1974), una messa a morte del set, fa ridere e inquieta, ricorda il vecchio, bellissimo Batman 2. Poggia sull’invisibile distruttivo di un eros impossibilito a fondersi (vertici opposti) e che quindi ha altri stimoli, è libidinoso d’altro. Anche la dottoressa di Helena Bonham Carter, ipnotizzata dall’eterna giovinezza, oltrepassa la frontiera delle nuove, asessuate «attrazioni».

È nostalgico, seriale (in tutti i sensi) e malinconico il quadro d’insieme, riassume alla perfezione le ombre buie del titolo. Ma non c’è buio senza luce, né luce senza buio, all’infinito. La storia d’amore tra pericolosi, opposti poli d’attrazione continua e continuerà. La vittoria finale è data proprio da Victoria, stesso nome (n omen!) della sposa legittima insidiata da e ne La sposa cadavere.

Victoria, come nell’altro film, riconquista lo sposo. Il quale rifiuta il cuore offertogli (alla lettera) da Angelique, intrappolata in un gigantesco lampadario rovesciatosi (la caduta dei lumi?), e frantumata (alla lettera) anche lei. E tuttavia la fanciulla innocente viene a sua volta vampirizzata. Per evitarle la morte, dice il testo. O per continuare ancora il maleficio, suggerisce il sub-testo. Il padrone non sa amare. E neppure la vittima consenziente.

Leonardo Persia

 

Dark Shadows
Regia: Tim Burton
Soggetto: John August, Seth Grahame-Smith dalla serie televisiva di Dan Curtis
Sceneggiatura: Seth Grahame-Smith
Fotografia: Bruno Delbonnel
Montaggio: Chris Lebenzon
Musiche: Danny Elfman
Costumi: Colleen Atwood
Scenografie: Rick Heinrichs
Casting: Susie Figgis
Produttori: Christi Dembrowski, Johnny Depp, David Kennedy, Graham King, Richard D. Zanuck
Coproduttore: Katterly Frauenfelder
Interpreti: Johnny Depp (Barnabas Collins), Michelle Pfeiffer (Elizabeth Collins Stoddard), Helena Bonham Carter (Dr. Julia Hoffman), Eva Green (Angelique Bouchard), Jackie Earle Haley (Willie Loomis), Jonny Lee Miller (Roger Collins), Bella Heathcote (Victoria Winters / Josette DuPres), Chloë Grace Moretz (Carolyn Stoddard), Gulliver McGrath (David Collins), Ray Shirley (Mrs. Johnson), Christopher Lee (Clarney), Alice Cooper (se stesso), Ivan Kaye (Joshua Collins), Susanna Cappellaro (Naomi Collins), Josephine Butler (madre di David)
Case di produzione: Warner Bros. Pictures, Village Roadshow Pictures, Infinitum Nihil, GK Films, Zanuck Company, The, Dan Curtis Productions, Tim Burton Productions
Paese: USA
Anno: 2012
Durata: 140′

 

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