Man of the Year > Barry Levinson

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Man of the Year (L’uomo dell’anno)
regia di Barry Levinson (USA/2006)
recensione a cura di Alessio Galbiati

Tom Dobbs (Robin Williams) è un popolare comico televisivo, il suo programma è il tipico talk show stile David Letterman (o del fu Daniele Luttazzi nostrano) basato sulla velocità di battuta ed orientato verso una feroce satira sugli usi e costumi della classe politica americana. Le sue battute trovano sempre il favore del pubblico perché il suo tocco ed il suo stile riescono con semplicità a far comprendere quanto il Re sia nudo, ovvero quanto la politica sia scollegata dalla realtà, condizionata dal potere economico. Un giorno mentre va in onda il suo show, una ragazza seduta in mezzo al pubblico che presenzia al programma gli domanderà se egli non abbia intenzione di candidarsi alle Presidenziali. Nel volgere di poche ore il quartier generale del programma verrà subissato da qualche milione di mail che domandano tutte la stessa cosa: perché Tom Dobbs non si candida alla carica di Presidente degli Stati Uniti d’America?
Detto fatto. Dobbs con il suo inseparabile staff di collaboratori si catapulterà nella campagna elettorale e, grazie ai preziosi consigli del suo fidato manager Jack Menken (Christopher Walken) e del suo vulcanico autore Eddie Langston (Lewis Black), brucerà tutte le tappe fino a diventare, contro ogni pronostico, il nuovo Presidente designato della nazione più potente del pianeta. Ma sarà solo in quel momento che le cose inizieranno a non quadrare, fra problemi di calcolo degli scrutini elettronici ed un’inaspettata passione per una donna misteriosa (Laura Linney), Tom Dobbs si troverà a dover fare i conti con la propria coscienza.

I film del premio Oscar Barry Levinson traggono spesso ispirazione della politica, si pensi a pellicole come Good Morning, Vietnam (1987), una feroce commedia ambientata durante la guerra nel sud-est asiatico, oppure a Wag the Dog (Sesso e potere, 1997), ficcante satira sul potere dei media che trae spunto dall’affaire Clinton-Lewinsky. Ragionare sulla democrazia rappresentativa mettendone in scena limiti e idiosincrasie, costruendo vicende plausibili ma sempre frutto di congegni di sceneggiatura fantastici che utilizzano la realtà e le sue istanze come elementi attraverso i quali comporre il film, questo in poche parole il suo stile. Man of the Year è una interessante, ma solo sulla carta, commedia sul sistema politico statunitense che vorrebbe mettere a nudo due dei principi cardine della moderna democrazia rappresentativa: la costruzione della popolarità attraverso i media ed i sistemi di voto elettronici. «Non dovremmo fidarci di macchine che offrono meno garanzie di una slot machine di Las Vegas», dirà il Presidente Tom Dobbs.

La pellicola però fondamentalmente non convince. La prima parte del film è senz’altro la più divertente, si segue l’ascesa dello spassoso comico che, sfidando l’intero sistema politico e mediatico, riesce a mettere in contraddizione tutti quei tic e quei tabù che ammantano il sistema rappresentativo americano. La storia però si sfilaccia nel momento in cui viene introdotta la questione relativa ai possibili errori nel sistema elettronico di raccolta ed elaborazione dei dati, mettendo lo spettatore nella condizione di non capire con certezza dove Levinson (autori anche della sceneggiatura) volesse andare a parare. Non si capisce cioè su cosa volesse realmente porre l’accento del proprio sberleffo cinematografico, se sul (mal) funzionamento della classe politica, considerata a tal punto screditata agli occhi dell’opinione pubblica da essere immediatamente abbindolata da un comico televisivo populista, oppure sulla pericolosità di ogni sistema elettronico di votazione. Certo entrambi gli elementi avrebbero tranquillamente potuto coesistere, ma davvero non si comprende il perché far naufragare l’intero film in un finale che, in ultima analisi, non è null’altro che un colossale equivoco prodotto da un errore di calcolo. Insomma una castrazione totale della fiducia che lo spettatore ha riposto nella storia che gli è stata raccontata.

Il sistema di raccolta e calcolo elettronico dei voti fece la sua prima ed originalissima comparsa al cinema in un, assai poco conosciuto, film firmato da quel geniaccio di Luciano Salce. In Colpo di Stato, del 1969, si mettevano in scena le elezioni politiche di un futuro prossimo (1972), elezioni in cui, grazie ad un sistema computerizzato che eliminava ogni broglio, il Partito Comunista italiano otteneva la maggioranza assoluto delle preferenze. E qui il colpo di genio del Re dello sberleffo. Di fronte alla vittoria schiacciante i vertici del PCI, impreparati al successo, si accordavano sotto banco con i democratico cristiani, e con i veri padroni della scena politica, USA e URSS, per dichiarare nullo il risultato, inscenando una farlocca vittoria della DC. Un colpo di Stato al contrario che manteneva intatti gli equilibri di potere in Italia, e nel mondo.

L’idea che sorregge la sceneggiatura di Barry Levinson è oramai divenuta, ma lo era già ai tempi dell’uscita del film (uscì in Italia nel 2007), tutt’altro che sorprendente e peregrina per gli italiani: immaginarsi un comico Presidente è un qualcosa che probabilmente molti fanno, il caso Beppe Grillo è lì quotidianamente a dimostrarci che il sistema politico è talmente in crisi da poter essere rigenerato paradossalmente solo dalla (presunta) onestà che un satiro ha nei confronti del proprio pubblico. La libertà del suo linguaggio gli permette di denudare il Re ad ogni frase, posto che il Re più che nudo appare oggi scarnificato, sbugiardando la montagna di menzogne di Stato e vergogne partitocratiche che come una peste hanno ammalato l’intera collettività. Nel film di Levinson, come nella realtà italiana, quel che proprio non ci è chiaro è il dopo: dopo che una risata li avrà seppelliti cosa succederà?

Alessio Galbiati

 


Man of the Year (L’uomo dell’anno)

Regia, sceneggiatura: Barry Levinson
Fotografia: Dick Pope
Montaggio: Blair Daily, Steven Weisberg
Musiche: Graeme Revell
Casting: Pam Dixon
Art Direction: Joshu de Cartier
Scenografie: Clive Thomasson
Costumi: Delphine White
Produttori: David C. Robinson, James G. Robinson
Interpreti: Robin Williams (Tom Dobbs), Christopher Walken (Jack Menken), Laura Linney (Eleanor Green), Lewis Black (Eddie Langston), Jeff Goldblum (Stewart), David Alpay (Danny), Faith Daniels (Moderatore), Tina Fey, Amy Poehler, Doug Murray
Case di produzione: Universal Pictures, Morgan Creek Productions
Paese: USA
Anno: 2006
Durata: 115′

 

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