Giù le mani > Danilo Catti

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Giù le mani (Svizzera/2008). Regia, sceneggiatura, fotografia: Danilo Catti; montaggio: Marianne Quarti, Danilo Catti; formato: Beta digital PAL; durata: 87’.
Presentato ‘fuori concorso’ nella sezione ‘Concorso cineasti del presente’ al 61° Festival del Film di Locarno.

“Giù le mani” racconta la storia d’una intensa lotta sindacale per la difesa del posto di lavoro che ha saputo oltrepassare il recinto della contingenza individuale per divenire sentimento condiviso di riaffermazione della propria dignità d’esseri umani, prima che di lavoratori. Il 7 marzo 2008 con un gelido comunicato la direzione delle Ferrovie Federali Svizzere annuncia un piano d’esternalizzazione che investirà le Officine Cargo di Bellinzona; immediatamente i lavoratori entrano in sciopero per la difesa incondizionata della produzione e dei 430 posti di lavori messi in discussione. Nel giro di pochissimo tempo prende forma un vasto movimento popolare, spontaneo ed inizialmente non politicizzato, di sostegno alla vertenza. Nel frattempo proseguono le trattative con l’azienda che però per qualche settimana rimarranno sospese in una condizione di stallo. Questa situazione vedrà costretto il governo federale ad intervenire per risolvere la questione dal momento che il “movimento”, sull’onda dell’entusiasmo, stava minacciando addirittura la paralisi completa dei trasporti nell’area del Canton Ticino. Il 5 aprile la direzione delle ferrovie ritira il proprio piano e garantisce che l’Officina proseguirà la manutenzione dei locomotori fino al 2012. Il giorno 7 i lavoratori decidono che è finita, che si torna alla vita normale.
“Giù le mani” potrebbe sembrare una favola operaia, una lotta vittoriosa dopo tutto non è un fatto così frequente, ma in realtà è un raro documentario sulle condizioni di vita e lavoro di quel che rimane della classe operaia. Il lavoro di Danilo Catti è particolarmente incisivo e riuscito laddove si sofferma a scrutare il dubbio delle persone, quando rallenta il corso degli eventi ed interroga direttamente quegli animi che vacillano nelle proprie convinzioni sotto il peso di una lotta che ha assunto i connotati semantici propri del termine. Devo confessare d’essermi emozionato più volte durante la proiezione, fatta in una piccolissima sala posta alla periferia estrema del festival (‘L’altra sala’) e gremita di persone che questa vertenza l’hanno vissuta sulla propria pelle e che hanno seguito gli 87 minuti con un trasporto emotivo davvero contagioso, quei discorsi sulla dignità, sul rispetto che si dovrebbe alle persone che lavorano per il proprio sostentamento e per quello dei propri cari, mi ha ricordato la misera situazione che vive la mia generazione assediata da contratti di lavoro che raramente prevedono il diritto alla non accettazione supina. Ma soprattutto m’ha ricordato che la mia generazione ha totalmente scordato che la difesa dei propri diritti è una lotta sempre aperta.
“Il film è stato accolto con un certo imbarazzo dal Festival”, con queste parole Danilo Catti, regista di questo bel Giù le mani, non gira troppo intorno alla questione della bizzarra esclusione del documentario da alcun concorso ufficiale. Forse ingenuamente, ma per chi scrive il doc in questione avrebbe meritato una proiezione in Piazza Grande e magari pure una menzione speciale, o quantomeno l’avrei visto volentieri in una qualche sezione competitiva del 61° Festival di Locarno. Essendo il lavoro di Catti realizzato in poco tempo (una specie di istantanea girata con lunghi piani sequenza volti a preservare l’autenticità della vicenda raccontata) sarà con tutta probabilità giunto con qualche ritardo rispetto ai tempi previsti per la selezione ufficiale; ma forse sarebbe buona cosa ricordarsi quel che fece Marco Müller (dalle parti di Locarno una vera e propria istituzione vivente) a Venezia 2006 con Still Life del cinese Zhang Ke Jia, che vinse il Leone d’Oro nonostante fosse stato inserito nel concorso ufficiale a festival già iniziato.
Mi soffermo su questo dato perché ho trovato incredibile la scelta di collocarlo quale unico titolo ‘fuori concoroso’ del concorso Filmmakers del presente. Insomma una strana faccenda che forse coinvolge gli sponsor assai più dell’organizzazione che, da “forestiero”, m’è sembrata davvero aver perso un’occasione unica di riaffermare il potere dell’immagine in movimento nella documentazione di quei processi storici che capitano nelle nostre. Una società pronta a commuoversi per storie dell’altro capo del mondo ma che è fredda con il proprio dirimpettaio è, quanto meno, una società affetta da schizofrenia. (Alessio Galbiati)

L’articolo è pubblicato su: Rapporto Confidenziale. Speciale 61° Festival del Film di Locarno.
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