The Viking (I vichinghi) > Roy William Neill

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+

Il Vichingo come V-King
The Viking (I vichinghi)

regia di Roy William Neill (USA/1928)
recensione a cura di Leonardo Persia

Nessuno ricorda The Viking, film tra il muto e il sonoro (uscì muto nel ’28 e sonoro l’anno dopo; NdR) con frusciante colonna Vitaphone, assente dalle storie del cinema e diretto dall’irlandese ultra-prolifico Roy William Neill, più noto per il serial Sherlock Holmes con Basil Rathbone e Nigel Bruce. Si tratta sicuramente di un ibrido eccentrico. Kolossal Metro però a budget B, senza star ma in primigenio technicolor, dalla concezione drammatica e registica iper-americana (plot rotondo e classica invisibilità della regia) eppure contraddetta dalla macchina da presa fluttuante ed europea, in motion costante, quasi a voler esorcizzare la forzata immobilità a venire del nuovo cinema sonoro.

Inoltre, le emozioni sono forti e anche un po’ gore, da gusto sadico successivo, diciamo anni ’60. Quando arrivano gli invasori, la didascalia esplode graficamente, come se ci fosse un carrello scala 2-4-6 a procedere dai caratteri, ingigantendoli (mimesi dell’urlo della sorella del giovane lord Alwin, risolto con carrello opposto e complementare, dall’esterno all’interno). Poco prima, in dettaglio macabro, l’azione efferata dei barbari. Da un sacerdote sgozzato, che aveva visto già uccidere una guardia con freccia scagliata da albero a V (un dettaglio importante), piovono gocce di sangue sulla Bibbia. Quando, più tardi, subentra il mitico Erik il rosso, lo si rappresenta come un good fella (o gang-sta) scorsesiano ante litteram che prende ad accettate un vichingo convertitosi ai cristiani. Ironia, raccapriccio spettacolare, fascinazione martirologica. Prima ancora, in preghiera assort(it)a, la sorella devota di Alwin aveva scongiurato il Signore di proteggere casata e stirpe (inglesi) dalla spada e dai ceppi dei normanni.

Dall’horror cattolico al camp sexy, con l’arrivo della protagonista Helga (Pauline Starke, primo nome sui titoli), corpetto metal e avambracci intorcigliati di gioielli serpentini, chioma fulva e casco alato, mantello alla Flash Gordon e gonna a più lunghezze, soprattutto mini. Molto fumetto anni ’30 come rivisto dalla controcultura meta e post ’60-’70 (e siamo nel 1928!). Ha il look dell’eroina arrapante, amazzone e armata, stile, tette compres(s)e anche se poche, Russ Meyer o Herschell Gordon Lewis, ma con lo spirito imprenditoriale della it girl del periodo. È probabile che Roger Corman sia partito da lì per le sue Viking Women del ’58. Donna macho in carriera, pericolosa innescatrice di attrazioni lubitschiane, triangoli e quadrilateri, con licenza di scelta e abilissima a far quadrare sesso e bilancio. È la sposa più o meno promessa di Leif Eiriksson che la raccolse orfana e di lignaggio nobile, non ancora proto-vixen. Lui è Donald Crisp, già a colori ne Il pirata nero (1926), un po’ bamba benché eroe forzuto e cazzuto del film, che naturalmente lei rifiuterà anche con l’ausilio dei colpi di scena. In fondo senza colpo ferire.

Invece Egil the Black, il sailing master danese di Leif, si consuma per la donna senza battere ciglio, ultrà coatto della repressione, ma spargendo seme mentale avvelenato e girardiano molto moderno, con più pericolose ed eccitanti implicazioni shakespeariane (e Harry Lewis Woods, che lo interpreta con diabolica sordina, ha il ruolo-ombra migliore). Anche perché si accorge subito che lei gode troppo a spupazzare lo schiavo giocattolo Alwin (Le Roy Mason), conte di Northumbria rapito dai vichinghi già dall’incipit e futuro soppiantatore del ruolo storico, oltre che pulsionale, di Leif.

Quale ruolo? Qui entriamo nella parte curiosa del film, che sposa in toto l’ipotesi non molto ortodossa dei vichinghi scopritori d’America cinque secoli prima di Cristoforo Colombo. Questa tesi vede Leif, figlio di Erik il Rosso, fondatore della Groenlandia, prendere il mare, con un equipaggio di trentacinque uomini (nel film, in incognito, anche una donna: Helga), alla ricerca di nuove terre, per sbarcare probabilmente, nell’attuale Massachusetts, battezzata Vinland, terra del vino (per via di certe viti selvatiche). Eloquente didascalia: «And the first white men set foot on the shores of the New World». L’ultima immagine del film mostra la Torre di Newport, nel Rhode Island, stile irlandese secolo IX, che attesta concretamente un passaggio precolombiano ma non indio.

Storia o leggenda: chissà? Negli anni ’70, Jacques De Mathieu inanellò una serie di volumi documentatissimi sull’argomento, contenenti, a sostegno erudito della tesi, tutte le possibili affinità elettive tra religione, cultura, morfologia e lingua quiché-maya o quechua e quelle scandinave. Ma la storia vera che racconta il film è un’altra e rende The Viking un appuntamento imperdibile per chi voglia comprendere qualcosa dello spirito americano (e occidentale) soprattutto odierno e fare chiarezza sulle attuali guerre di religione neo-medioevali. Abbiamo già detto del gusto cattolico, che si spinge al punto di mostrare, oltre al sangue tanto venerato dai credenti, persino Helga intenta alla preghiera. In effetti, come si vede nel film, Leif Eiriksson fu uno dei primi a convertirsi al cattolicesimo, scatenando le ire del padre devoto a Thor. Anche la ciurma del viaggio americano deplora che, per gli scossoni delle onde, la croce risulta meno solida rispetto alla imperterrita fermezza del dio del tuono.

Lo sceneggiatore Jack Cunningham, che ha adattato un romanzo di Ottilie A. Liljencrantz (The Thrall of Leif the Lucky), ha dovuto porsi un problema tipico del cinema di un tempo. Come rendere simpatici e accattivanti i protagonisti, vichinghi assalitori assatanati, dato che il punto di vista della narrazione è loro e gli spettatori devono identificarsi? Le vittime degli assalti spariscono a cinque minuti dall’inizio e una di esse, Alwin, diventa il favorito del vichingo numero uno, Leif, e della sua futura consorte Helga. Costei, si è detto, aveva nobili natali, proprio come Alwin. Sono proprio loro due, Helga e Alwin, vichinghi non vichinghi, a rimanere nella new land, con la croce in mano, da consegnare agli indios, e qui scattano le sovrimpressioni identitarie dell’opera, che gradatamente si denuda, rivelando il vero volto a più strati dei suoi (non) eroi. Popolo colonizzatore, europeo, bianco, anglo e sassone. Meglio: melting pot di razze pezzenti ma nobili. Comprendente persino neri, arabi e greci (gli schiavi, compagni di sventura di Alwin). Popolo cristiano e brutale. Decisamente conquistador, ma nel senso neo del termine. Il suo fine violento giustifica la fine lieta, l’happy end/ mezzo (di persuasione). La guerra per portare la pace. Siamo viking o yankee?

È facile notare come dal gioco mistificatorio di identità e di identificazione del cinema classico (e di quel cinema più che classico che è il cinema di guerra e di propaganda) emerga sempre un lapsus rivelatore del mascheramento effettuato. Il film anti-nipponico First Yank in Tokyo (1943) mostrava un americano che si infiltrava tra i giapponesi con una pesante truccatura orientale. In questo modo rivelava, involontariamente, che i caratteri negativi attribuiti al popolo del sol levante erano in realtà la proiezione dark sugli stessi del nemico USA (che diventava, alla lettera, giapponese). D’altronde, in Nascita di una nazione (1915), erano proprio i negri a far fuori quelli del KKK (!). E in molti film della/sulla prima guerra mondiale, come per esempio The Unbeliever (1918) di Alan Crosland, Cristo appariva sul fronte a suggello della necessità di guerra e violenza (rivelando così la strumentalità propagandistica della religione).

Quetzalcoatl, il re bianco dei Toltechi (altra prova dei fautori della tesi della scoperta vichinga dell’America), era guerriero e asceta allo stesso tempo, per questo amatissimo da D. H. Lawrence. Un dualismo fin troppo cristianeggiante. Negli anni in cui viene ideato e realizzato The Viking, negli States si stravende un libro di Bruce Barton intitolato A Discovery of the Real Jesus (1925). Il vero Gesù, per l’autore, era un vincente, un grande pubblicitario, un uomo d’affari dal glamour imbattibile (crocifissione a parte), un vero macho combattente e resistente, ai confini col kamikaze. Cecil B. De Mille, prima di Mel Gibson, vi si ispirò per il Cristo non «effeminato» né «untuoso» del suo Il re dei re (1927), ovvero The King of Kings. Il Viking di Roy William Neill (che, non a caso, elimina la s del plurale) è soprattutto un V-King, pronuncia altra, dove V sta per victory più che per vendetta. Il Signore della Vittoria, il Cristo yankee, l’occidentale trionfante.

P.S. Dopo Il codice da Vinci sappiamo che il segno V rappresenta pure il simbolo femminile. Considerato che nei film hollywoodiani d’epoca le donne non mancano mai (persino, come ricordava Orson Welles, tra i marinai, rinnegati e reietti di Moby Dick), e che qui Helga muove la storia e la Storia, The V-King potrebbe rivelarsi anche come una V-Queen, un omaggio al femminino sacro. Che poi queste donne servano soprattutto al riposo (e all’attività) del guerriero è un’altra storia. E un’altra Storia.

Leonardo Persia

 



The Viking (I vichinghi)

Regia: Roy William Neill
Sceneggiatura: Randolph Bartlett e Jack Cunningham dal romanzo "The Thrall of Leif the Lucky" di Ottilie A. Liljencrantz
Fotografia: George Cave
Montaggio: Aubrey Scotto
Musiche: William Axt
Scenografie: Carl Oscar Borg
Technicolor: Natalie Kalmus
Produttore: Herbert T. Kalmus
Interpreti: Pauline Starke (Helga Nilsson), Donald Crisp (Leif Ericsson), LeRoy Mason (Lord Alwin), Anders Randolf (Eric il Rosso), Richard Alexander (Sigurd), Harry Woods (Egil il Nero), Albert MacQuarrie (Kark), Roy Stewart (Re Olaf), Torben Meyer (lo strano), Claire McDowell (Lady Editha / madre di Alwin), Julia Swayne Gordon (Thorhild / madre di Leif),
Case di produzione: Metro-Goldwyn-Mayer (MGM), Technicolor Motion Picture Corporation
Paese: USA
Anno: 1928 (1929/sonoro)
Durata: 90′

 

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+