La mala educación: Narciso Ibáñez Serrador

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La mala educación: Narciso Ibáñez Serrador
articolo a cura di Fabrizio Fogliato

Artista poliedrico e bizzarro, disincantato narratore di fiabe nere, feroce analista dei problemi dell’educazione, Narciso Ibanez Serrador (Montavideo, Uruguay, 1935) è stato capace di imporsi con solo due film come un caustico cantore dell’adolescenza.

Lavora a lungo per la televisione iberica e a più riprese dispensa incubi con le serie Historias para non dormir (1966-1967), per poi dedicarsi anima e corpo all’intrattenimento da piccolo schermo come presentatore da sabato sera. Poi all’improvviso due squarci grondanti sangue, due schegge impazzite, due riflessioni sulla repressione e sugli effetti distruttivi dell’educazione. Due film in “bianco e nero”, cioè senza colore, uno plumbeo e marcescente ambientato in un fosco collegio del sud della Francia, l’altro arso da un sole brutale, immerso nel deserto di un’isola del Sud della Spagna. La resindencia (irripetibile lo sciagurato titolo italiano: Gli orrori del liceo femminile) è del 1969, mentre ¿Quién puede matar a un niño? (Ma come si può uccidere un bambino?) è del 1975. Poi più nulla, abbandona il cinema come se tutto quello che avesse da dire fosse già esaurito. E ben venga una scelta così radicale (a differenza di tanti che si crogiolano nella bambagia di un primo successo e sfornano porcherie in sequenza), capace di lasciare i due film come due perle incastonate nella roccia.

Dato il cast e soprattutto la presenza di Lilli Palmer, attrice per Alfred Hitchcock e Fritz Lang, e volto noto del cinema classico, sarebbe facile associare La residencia al genere “gotico-geriatrico” in voga nel periodo (Che fine ha fatto Baby Jane?, del 1962, Piano… piano, dolce Carlotta, titolo del 1965 diretto da Robert Aldrich) con protagoniste star decadute del cinema che fu, ma ancora in grado di emozionare come la luciferina Bette Davies e l’inquietante Joan Crawford. Niente di più lontano invece, visto che l’esordio di Serrador mixa abilmente Hitchcock ed espressionismo e condisce il tutto con una dose di erotismo latente che mette i brividi. Su tutte la scena dell’amplesso nella stalla, dove il fuori campo rimanda solo il ritmo dell’ansimare della giovane mostrando le immagini delle altre ragazze durante la lezione di cucito, con un montaggio alternato serrato e crescente che accompagna il coito fino all’orgasmo: il filo che non entra nella cruna dell’ago, la saliva che bagna le labbra di una studentessa, il gomitolo rosso che gira vorticosamente, l’occhio languido di un’altra giovane e, infine, il sangue che sgorga dalla puntura di un ago (metafora neanche troppo nascosta della verginità violata).

La storia del film non è niente di eccezionale, quello che risalta è la forma di una messa in scena che non può essere assimilata a quella del cinema di “genere”. Narciso Ibáñez Serrador, non è un semplice mestierante, e seppur i suoi film soffrano di alcune incongruenze e di budget deficitari, la sua creatività e il suo talento sono in grado di trasformare storie bizzarre in ritratti inquietanti e spaventosi di un mondo complesso e disomogeneo come quello dell’adolescenza. La residencia è la prima metà di un progetto capace di coniugare fra loro senso del peccato, surrealismo e morbosità, senza mai rinunciare ad una messa inscena elegantemente barocca.

In un antico castello situato nei pressi di Avignone ha sede un collegio femminile nel quale sono ospitate ragazze dal passato burrascoso. Direttrice dell’istituto è la signora Forneau (Lilli Palmer), una donna rigida e severa, morbosamente attaccata al figlio Louis, che tiene costantemente segregato nel suo appartamento per evitargli contatti con ragazze non degne di lui. Nonostante le precauzioni materne Louis riesce ad intessere una relazione con una giovane ospite del collegio, che però, qualche tempo dopo, viene trovata uccisa nel giardino.

La residencia del titolo è una magione austera e claustrofobica, composta da innumerevoli stanze, percorsa da drappi e legnami, immersa in una natura lussureggiante. I segni dell’inquietudine sono evidenti sin da subito, dall’arrivo della carrozza con Theresa, dietro la quale il cancello viene chiuso e (mostrato in primo piano) serrato con un gigantesco lucchetto; nella stanza da pranzo, Theresa siede da sola a prender un tè, ma all’improvviso uno scarafaggio si avvicina ai biscotti e mina definitivamente la sua serenità. Poi una ragazza allontanata in precedenza e messa in isolamento viene raggiunta da Madame Fourneau e dalla sua sodale Irene, una sorta di elegante e morbosa mezzana, figura simbolo della letteratura spagnola. Qui, in una stanza più simile ad una segreta, in seguito al rifiuto da parte della giovane di chiedere scusa all’istitutrice, Irene e altre due compagne le strappano la camicetta ed espongono la schiena alle fruste di Madame Fourneau. In montaggio alternato, Serrador mostra i colpi inferti alla giovane e il suo volto sofferente, intercalando le immagini con quelle delle altre ospiti del collegio assorte in una fervente (quanto coatta) preghiera.

Il carrello interminabile che solca i volti delle ragazze mentre recitano “militarmente” la preghiera della sera, immersi in un oscurità ambigua e infinita ed illuminati dalla luce delle lampade a gas che ne deformano i tratti con taglio espressionista, è un pezzo di cinema indimenticabile. La residencia è un film crudele e violento, capace di punte di lirismo macabro ineguagliabili, come quella dello stop frame sull’immagine del terzo omicidio, che per un attimo infinito sospende la morte, annulla la forza di gravità ed obbliga lo spettatore a guardare in faccia il baratro dell’inferno. Ma Serrador va oltre, rianima l’immagine, annulla il sonoro per un istante per farci sentire l’interminabile stridio della lama sulla pelle del collo di Theresa, e lentamente mostra il placido fluire del sangue dalla ferita mentre sullo sfondo la musica evoca, nei toni, un canto mortifero.

Madame Fourneau, non è solo un’istitutrice, è anche madre incestuosa di un figlio adolescente, plasmato e modellato a sua immagine e somiglianza, educato attraverso l’egida del divieto e allontanato e recluso dal resto del mondo. Su tutta la pellicola domina l’immagine di un’educazione repressiva e intransigente, che umilia le ragazze e ne annichilisce la personalità, che conduce alla malattia cronica (il figlio), che non permette contatti con l’esterno (se non clandestini), e che invita alla trasgressione (la scena delle docce) e all’infrazione della regola come unica forma di rivalsa e di affermazione. Poi tutto precipita, il marcio dilaga, la morte si copre con il suo nero mantello e impugna la falce, e conduce il film verso il mostruoso finale.

Dopo cinque anni Narciso Ibáñez Serrador torna dietro la macchina da presa per portare a termine il suo discorso e completare il suo progetto con la seconda (e ultima metà) mancante. ¿Quién puede matar a un niño?, contiene sin dal titolo l’essenza della sua inquietudine. Tratto da il romanzo El juego de los niños (inedito in Italia) di Juan Josè Plans, a prima vista il film può sembrare una riflessione crudele sulla cattiveria dei bambini. Il problema, invece, è che l’ “innocenza del diavolo”, nel film si manifesta attraverso un processo ben delineato che conduce direttamente alla funzione dell’educazione e alle sue peculiarità distorte che, sotterraneamente, alimentano qualcosa di inenarrabile. La vendetta dell’innocenza sulla mostruosità del mondo? Forse, come sembrano voler indicare i titoli di testa con le immagine documentarie (queste sì inutili e pretestuose) ma non è tutto: c’è nel film un sottile (quasi invisibile) filo rosso che lega la violenza con la crescita e la famiglia. È un piccolo segnale, posto nella scena che prelude al finale, quella con la casa isolata e i bambini che giocano nell’acqua. La scena mostra prima una madre che redarguisce violentemente e picchia uno dei suoi figli, poi questi, quasi in stato catatonico, si dirigono verso altri bambini provenienti dal centro dell’isola. Non c’è contatto, ma un semplice passaggio di “messaggio”, tra gli occhi degli uni nei confronti degli altri. L’ordine è stato impartito: uccidete!

Il giovane Thomas (Lewis Flander) e sua moglie Evelyn (Prunella Ransome), che aspetta il terzo figlio, sbarcano per una vacanza nell’isola spagnola di Almanzora. All’uomo, che vi torna dopo dodici anni, a sembra cambiato. C’è, però, qualcosa di strano: a parte una frotta di bambini, l’isola sembra disabitata. Dopo aver sorpreso, inorridito, una bambina uccidere un vecchio, egli scopre che gli adulti di Almanzora sono stati quasi tutti ammazzati: il solo scampato al massacro gli rivela che a compierlo sono stati i bambini. Qualche ora più tardi, anche l’ultimo sopravvissuto segue la sorte degli altri. Terrorizzati, Thomas ed Evelyn tentano di raggiungere il mare, ma una schiera di piccoli glielo impedisce, contando sull’incapacità degli adulti di far del male ai bambini…

Il film è percorso da un’atmosfera allucinante, capace di rendere claustrofobico anche un luogo come un’isola. Di più, il senso di estraneaménto che accompagna la visione sembra essere associato ad un’altra paura patologica, l’agorafobia, cioè la paura dei luoghi aperti e affollati. In realtà sull’isola domina il deserto: il bianco delle abitazioni, riflette una luce naturale abbacinante, mentre dal terreno il vento spazza la polvere. Il silenzio è intrinseco ai fotogrammi del film, un silenzio carico di mistero e di angoscia, squarciato violentemente dal suono di un telefono dentro un locale abbandonato: dall’altra parte della cornetta una lingua incomprensibile che disperatamente invoca aiuto.

La regia di Narciso Ibáñez Serrador, agisce magistralmente sullo spazio, dilatando gli ambienti, mostrando il Male, ma nascondendo l’orrore. Questo è suggerito, occultato, supposto, ed è proprio a questa assenza di compiacimento verso l’orrore che il film riesce a svelare l’ipocrisia dell’adulto. Questa è fatta di una violenza endemica che non risparmia l’infanzia, ma anzi se ne serve per gli scopi più biechi. Ecco perché in quella che è la scena più raccapricciante del film, un bambino non ancora nato uccide la madre direttamente dal suo grembo. Solo allora la donna si ricorda che una bambina (all’inizio del film) aveva toccato la sua pancia. La presa di coscienza dell’orrore, avviene fuori tempo massimo, poiché davanti a un viso d’angelo che con tenerezza accarezza un grembo materno, nessun pensiero maligno e malsano può cogliere la donna/mamma che riceve questa attenzione. Ed è in questa certezza che è racchiusa l’inconfutabile verità del film: i bambini uccidono perché sono gli stessi adulti che gliel’hanno insegnato. Al termine della visione, corre un brivido lungo la schiena, perché il finale, anziché mostrare la catarsi, presagisce un orrore senza fine. Si rimane interdetti e poi, anche un po’ cinicamente, ci si chiede: «¿Quién puede matar a un niño?».

Fabrizio Fogliato

La resindencia (Gli orrori del liceo femminile)
Regia: Narciso Ibáñez Serrador
Soggetto: Juan Tébar
Sceneggiatura: Luis Peñafiel
Fotografia: Manuel Berenguer, Godofredo Pacheco
Montaggio: Mercedes Alonso, Reginald Mills
Musiche: Waldo de los Ríos
Interpreti: Lilli Palmer (Sra. Fourneau), Cristina Galbó (Teresa), John Moulder-Brown (Luis), Maribel Martín (Isabelle), Mary Maude (Irene), Cándida Losada (Srta. Desprez), Pauline Challoner (Catalina), Tomás Blanco (Pedro Baldie), Víctor Israel (Brechardv), Teresa Hurtado (Andrea), María José Valero (Elena), Conchita Paredes (Susana), Ana María Pol (Claudia), Mari Carmen Duque (Julia), Paloma Pagés (Cecilia)
Casa di produzione: Anabel Films
Paese: Spagna
Anno: 1969
Durata: 99′

Leggi la recensione a cura di Roberto Rippa

 

¿Quién puede matar a un niño? (Ma come si può uccidere un bambino?)
Regia: Narciso Ibáñez Serrador
Sceneggiatura: Narciso Ibáñez Serrador dal romanzo El juego de los niños di Juan José Plans
Fotografia: José Luis Alcaine
Montaggio: Antonio Ramírez de Loaysa, Juan Serra
Musiche: Waldo de los Ríos
Costumi: Carmen de la Casa
Trucco: Fernando Florido
Effetti speciali: Juan Antonio Balandín
Produttore esecutivo: Manuel Salvador
Interpreti: Lewis Fiander (Tom), Prunella Ransome (Evelyn), Antonio Iranzo (padre della bambina)
Casa di produzione: Penta films
Paese: Spagna
Anno: 1976
Durata: 107′

Leggi la recensione a cura di Roberto Rippa

 

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