La luce è nota: Antonioni e Di Venanzo

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on TumblrEmail this to someonePrint this page

La luce è nota: Antonioni e Di Venanzo
di Leonardo Persia


«Visione del silenzio / angolo vuoto / pagina senza parole /
una lettera scritta sopra un viso di pietra vapore
/ amore / inutile finestra»

Caetano Veloso

 

Michelangelo Antonioni (1912-2007) e Gianni Di Venanzo (1920-1966). È stato uno degli incontri fondamentali della storia del cinema italiano. Attraverso il quale l’opera dei due giganti si ri-definisce e si ri-direziona. Si fa compiuta.

Quei nuovi spazi di messinscena, di regia simbolica e realistica, non avrebbero potuto esprimersi come si sono espressi senza quelle luci vere perché tecnologiche. Le piccole photoflood, che de-teatralizzano il set, vengono utilizzate come fossero una luce vera proveniente da una finestra. Linee dritte o ondulate, musica di luce, illuminano il vuoto a cui si cerca di dare una forma, facendole materializzare come non-essere. Non è più l’aspetto spirituale del chiarore nell’oscurità, è la stessa rifrazione di luce a designare la cupezza, lo scanner darkly dell’occhio non cieco ma cieco. L’invisibile (l’anima) è filmato.

La fotografia di Di Venanzo, che riflette sulla stessa luce elettrica, che utilizza al meglio luminarie in campo e lampade di interni (senza nessun tipo di artificiosità e artificialità se non quella stessa di ciò che si rappresenta), riesce come non mai a dar corpo ai nuovi (non) sentimenti, a manifestare quelle geometrie dell’anima (e della società) in tumulto. Svecchia di colpo il look del cinema italiano (e non solo). Rivela il mondo nuovo.

Modula l’incomunicabilità, l’effige attraente e fredda della «terza guerra mondiale» (cfr. Franco Fortini a proposito del suicidio di Pavese), facendo del mondo un cinegiornale (la società dello spettacolo che sposta ogni configurazione di valore nell’ordine superiore del simulacro). E colloca strategicamente (e definitivamente) i volti degli esseri umani, che soffrono e non sanno aiutarsi, al di là dell’immagine-affezione. Non c’è più distinzione determinata dalla lotta di classe (vedi Il grido e la sua nebbia realistica e metaforica). E, come nel caso di questo binomio, non c’è soluzione di continuità tra disegno registico e assestamento fotografico dello stesso. Ognuno è causa e conseguenza dell’altro.

L’occhio (la luce) annega nella regia. E ri-scrive l’aspetto del reale. Se davvero esso viene assorbito dal codice visivo, dall’artificio diffuso, è quell’artificio a diventare realismo. La nozione di assenza (di Dio e dell’umano) risulta cambiata. Il disegno (cancellato) è quello del sentimento liquido. Trionfano le merci, l’inorganico integra, dissolvendolo, l’organico. La luce è strana. E oggi quella luce è nota.

Leonardo Persia

 


Michelangelo Antonioni e Gianni Di Venanzo

Tentato suicidio – episodio di Amore in città  (1953)

Le amiche  (1955)

Il grido  (1957)

La notte  (1961)

L’eclisse  (1962)

 


Tentato suicidio – episodio di Amore in città  (1953)

 

 


Le amiche  (1955)

 

 

 

 

 

 


Il grido  (1957)

 

 

 


La notte  (1961)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


L’eclisse  (1962)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 





Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on TumblrEmail this to someonePrint this page