Shelter > Jonah Markowitz

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CRITICA • July 9th, 2012

Zach è un aspirante studente di belle arti che abita a San Pedro, California. Costretto ad accantonare le sue ambizioni e accettare lavori di poco conto per contribuire alla conduzione della sua famiglia, che comprende un padre disabile in seguito a un incindente professionale e una sorella madre di un bambino di cinque anni, trova come unica fonte di libertà e svago le uscite in surf con il migliore amico Gabe.


Zach: I can’t just take whatever I want. My life is not like that.
Shaun: You’ll never get what you want unless you take it.

Negli Stati Uniti, negli anni ’70, una serie di film realizzati appositamente per la televisione costituiva un appuntamento settimanale fisso per milioni di telespettatori. Gli elementi di spunto erano  generalmente molto lineari: una storia dalla tematica sociale (forte e o meno, in primo piano o meno) e un personaggio che, a dispetto delle difficoltà, riusciva a trovare un riscatto.
In alternativa, le storie potevano essere più truci e propagandare il farsi giustizia da soli come un viatico verso la salvezza, fisica e non.
Gli esempi sono centinaia e centinaia, la sola guida dei titoli presentati nella serie “ABC Movie of the Week” ne comprende più di 200 andati in onda tra il 1969 e il 1975, tra cui una chicca, quel Duel che rivelò il talento di un giovanissimo Steven Spielberg dopo la regia di alcuni episodi di serie televisive.

Shelter, dell’esordiente alla regia Jonah Markowitz, si inserisce a distanza di una quarantina di anni nella stessa scia attraverso una storia, apparentemente semplice ma inequivocabilmente efficace, prodotta dalla rete via cavo Here!, destinata a un pubblico GLBT.

Nel film, Zack è un giovane che, schiavo di responsabilità autoimposte, stenta a ritrovare se stesso: suo padre, vittima di un incidente sul lavoro, è depresso e totalmente assente, la sorella maggiore, ragazza madre, è invece costantemente occupata a ubricarsi e passare da un uomo all’altro dando per scontato che sia il fratello ad occuparsi del piccolo Cody grazie a una costante opera di manipolazione cui non è affatto estraneo il palesamento di una totale indifferenza nei confronti del figlioletto.
Zack è un uomo in trappola, impegnato in lavoretti temporanei, sporadici e insoddisfacenti incontri con la ragazza che frequenta da tempo e – unica vera soddisfazione – il disegno e qualche cavalcata sulle onde.
Il dubbio però nasce spontaneo: quanto è prigioniero delle responsabilità che pare costretto ad assumersi o quanto queste gli permettono di sfuggire dalle assunzioni di responsabilità che deve a sé stesso?

Il dilemma viene fugato al momento dell’incontro con il fratello maggiore del suo migliore amico, scrittore in visita da Los Angeles e ideale principe da favola classica. È lui a offrirgli il “riparo” del titolo, nella forma di lunghe sessioni di surf, momenti di spensieratezza e il primo bacio davvero sentito della sua vita, un evento che catalizza il conflitto interiore portandolo però finalmente nella giusta direzione: quella della scoperta di sé. Non è un momento facile ma gli permetterà di tornare in pieno possesso della sua esistenza e di rivedere le priorità alla luce di una consapevolezza per lui nuova. Non solo: gli darà la possibilità di svelare la pochezza umana di una sorella che, pur omofoba, non avrà altra possibilità che accettare le decisioni di suo fratello per proter proseguire la sua disgraziata vita.

Quella di Shelter è una storia dalla costruzione e dallo sviluppo improntati alla massima naturalezza, che non evita il luogo comune, si tratti della musica a sottolineare ed enfatizzare gli stati d’animo del protagonista o della talvolta estrema semplicità nella caratterizzazione dei personaggi di secondo piano.
Però, malgrado tutto questo, è un classico “feel good movie” (ossia uno di quei film il cui personaggio principale trova un proprio riscatto a dispetto delle premesse che non lascerebbero speranza), intelligente e decisamente apprezzabile grazie all’accortezza e la capacità di sottigliezza nella scrittura. Di più: è un film che abborda tematiche come la presa di coscienza di se, il rapporto con la famiglia e quindi, in maniera macroscopica, con la società, in modo spontaneo, inserendole nel contesto di quella che appare e tiene ad apparire soprattutto come una storia d’amore dagli elementi romantici.

Non è un caso che, a dispetto delle recensioni contrastanti ottenute, il film sia risultato tra i più amati dal pubblico dei numerosi festival a tematica GLBT cui è stato presentato e continui ad essere oggetto di visioni ripetute da parte di chi lo ha scoperto in una di quelle occasioni. Del resto, alzi la mano chi – in un momento di difficoltà – non ha mai sognato che qualcuno lo prendesse sotto la sua ala permettendogli se non di uscire da quello che poteva apparire come un pur temporaneo vicolo cieco, almeno di riprendere fiato. E se questo non bastasse, Shelter merita una visione anche solo come “guilty pleasure” pronto a diventare ricorrente.
Una menzione speciale va al protagonista Trevor Wright, capace di misura e intensità allo stesso tempo, e che meriterebbe ruoli decisamente migliori di quelli accettati dopo questo film.

Roberto Rippa

Shelter
(USA/2007)
Regia, sceneggiatura: Jonah Markowitz
Musiche originali: J. Peter Robinson
Fotografia: Joseph White
Montaggio: Michael Hofacre
Scenografie: Denise Hudson, Gabor Norman
Costumi: Derek Lee
Interpreti principali: Trevor Wright, Brad Rowe, Tina Holmes, Jackson Wurth, Katie Walder
97′


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