The Amazing Spider-Man > Marc Webb

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INTO THE WEB(B)

Basterebbe quella battuta ormai classica, «Da un grande potere derivano grandi responsabilità», per precipitare Spider-Man nella ragnatela killer del conformismo statale, al fianco indefesso e fesso di una qualsiasi bandiera del nuovo ordine repressivo mondiale, USA, (N)europa o Oriente, medio o XXL, che sia. L’immagine che chiudeva il primo film della trilogia firmata Sam Raimi mostrava proprio l’Uomo Ragno in simbiosi con le stelle e le strisce patriottiche, icona consolatoria innalzata a caldo, subito dopo l’11 settembre 2001. D’altronde, il grande pubblico, anche quello convinto di essere anti-americano, questo si aspetta e desidera: grandi consolazioni. Ma tutto il film era in realtà la partita di ping pong di Peter Parker con il sovrumano in sé, pop-opera sulla scelta se essere un supereroe o un supermostro, la cultura (il rosso domato del fuoco) del micro e macro focolare domestico, assennatezza dentro e fuori le mura di casa, edificazione di una Home globale (che può diventare abitazione horror, chi più di Raimi potrebbe saperlo?), contro il verde (la natura, mostruosa) di (Green) Goblin assuefatto ai suoi istinti, sia pur indotti da capitale e new economy.

Dalle tarante, e tarantelle, salentine alle Tarantulas sci-fi dei maccartisti ’50, allo Spider di Patrick McGrath/David Cronenberg, il ragno edifica, abbattendoli, i confini tra salvezza e deriva. Razionalità come forza, pensiero critico, ius morale, dopo che però ci si è abbandonati a una tempesta ormonale, a uno scatenamento delle forze pulsionali. Con, intatto, quel verde, anello tra blu (divino) e rosso (infernale), scarificazione del rito di passaggio, eterno mettere in forse le antitesi cromatiche: il souvenir naturale della problematicità inabbatibile, il contrassegno del nostro eterno fluttuare senza pace. Verde era anche il vomito della posseduta Regan ragnante de L’esorcista.

Spider-Man rappresenta l’Amleto dei fumetti Marvel, è e non è: da lui ci si potrebbe aspettare di tutto. Come quella di Shakespeare, la sua tragedia risulta appunto ever-green, non c’è ri-messa in scena che possa esaurirla. Quindi, benché operazione di marketing, il reboot di Marc Webb, ligio a Stan Lee, più di Raimi, per la gioia dei fans fessi, non può che aprire nuove reti/web di problematicità. Un déjà vu che non si è ancora finito di vedere. Lo script di James Vanderbilt, Alvin Sargent e Steve Kloves dipinge una volta di più un Peter Parker (Andrew Garfield) a più strati antagonisti e il villain (Rhys Ifans, umano e in motion capture), di nuovo verde, rappresenta stavolta il «tutto d’un pezzo» in noi. Quella monodimensionalità, rischio di ogni sfigato del pianeta, dentro il quale, si agita o un Frank Delano Roosevelt o un Adolf Hitler, un Thomas Sankara o un Mario Monti. Imperativo categorico, good or bad. Un abisso pericoloso persino (o soprattutto) per Spider-Man, l’integrità psicotica che oggi, anno di disgrazia 2012, impera smisurata, e quasi incontrastata, nel Mondo.

Il dottor Connors, che evolve (in)naturalmente in Lizard, è lo scienziato debole (monco) che dichiara guerra alla debolezza, alla fragilità, agli «inferiori» (a un sé stesso che non accetta), consacrandosi alla forza, punto e basta. E’ il «tecnico» che vede tutto in termini di algoritmi, formule ed economia, la peste (lo spread) che travolge chi non può fargli fronte. Un personaggio all’altezza dei nostri tempi, pernicioso colpo di coda del Capitale esausto. Quella coda di rettile che, tagliata, si rigenera e «fa schifo», come esclama Peter Parker, quando se la ritrova, vischiosa e oscillante tra le mani, come una spending review. Il capitano Stacy (Denis Leary), capo di polizia che non dubita mai, è la inevitabile conseguenza di un tale (non) sentire, il cop all-bastard pronto a manganellare chiunque sia dentro la Diaz. E pensare che potrebbe diventare, come pure Connors, il padre mancante di Peter, innamorato della figlia Gwen (Emma Stone).

Che fare, in una simile, appiccicosa ragnatela di pericolose possibilità? Ordinare i dubbi, pensare. Responsabilizzarsi, diventare «altro». La battuta da cui siamo partiti è l’invito a riguardare le cose con più ponderazione, meno fretta, meno istinto, più considerazione dell’altro (un tabù per i tecnocrati, ma forse per chiunque, oggi). Si può dire che Peter sceglie di essere punto dal ragno, non incappa nel proprio destino di tarantolato. Risvegliatosi supereroe in metro, spacca tutto e chiede scusa a ripetizione. Le ragnatele sono sparate da un dispositivo, non più dai pollici fallici. Impegnato nella lotta sovrumana del finale, l’eroe non dimentica le uova da portare a Zia May (Sally Field), dopo che un gesto istintivamente dispettoso, scioccamente irrazionale, gli ha fatto perdere lo zio Ben (Martin Sheen). La love story con Gwen Stacy è meno tentennante, infantile, disseminata di maschere, di quanto lo fosse quella con la precedente Mary Jane Watson. Alla fine, riappare, come logica conseguenza di tanto ri-tessere, la classe operaia. All’inferno, per tornare in paradiso. Decisa e decisiva, ai fini della salvezza del mondo. Red is the color.

Tutto il film, nel frattempo, appare lo spettacolare stereoscopico di come l’essere/non essere si manifesta, dentro e fuori le dimensioni interiori, la notturna ma scintillante e profonda, anche visualmente, lotta tra ragno e lucertola che, secondo Plinio, costituiva uno spettacolo degno dell’anfiteatro. Nello spazio ampio della messinscena, decisamente raffinata per un blockbuster, non si eccede in botti, effetti 3-D. L’action è preceduta da lunghe scene umane, troppo umane, quasi rétro. Interni domestici, flashback interiori. Persino il costume di Spider-Man appare più artigianale e anni ’70, a misura del corpo meno muscoloso del nuovo attore. Sparisce la stampa sbraitante di J. Jonah Jameson, altro imprescindibile collegamento con la stupidità a una dimensione del Potere. Adesso basta il poliziotto Stacy. Match concentrato ma denso.
L’auto-eroismo di Peter Parker diventa la rappresentazione simbolica di questo suo formarsi «diverso» rispetto alle lusinghe esterne e in relazione alle proprie premesse di secchione loser, preda di bulli-Flash (qui davvero una meteora). Non esiste grandezza non preceduta da goffaggine e handicap. Da infanzia larmoyant, dileggi altrui, mancanza (e quest) del padre, vita con lo zio. Sempre a proposito di Hamlet. Pure i mostri partono da lì. Connors è lo scienziato «interrotto», amico del padre scomparso del supereroe, che pure potrebbe rifulgere di grandezza. E invece. Vero che appare un intermediario diabolico (il dottor Ratha: l’indiano Irfan Khan), irresponsabile acceleratore di tempi, che sta all’uomo di scienza, di illuminismo scivolato dialetticamente nel suo contrario (cfr. Adorno/Horkheimer), come l’efficenza global dei vecchi caporioni aziendali stava al vecchio Osborn/Goblin. Il sonno della ragione genera mostri. Il sogno della ragione l’eroismo fanta.

Ciò però conferma la narratività della metafora, la concretizzazione in personaggio dell’elemento scatenante, il visibile dell’invisibile. The Amazing Spider-Man recupera il debole rimosso a partire dagli anni ’80, lo dissemina nei suoi interstizi di regia. E’ un film nostalgico che intende ripartire da quel mezzo secolo fa in cui iniziò la saga, esprimendo il desiderio di riedificare, incarnandolo in sé, un Padre mancante, un autentico, non bigotto, moralizzatore interno, esattamente come, con altri mezzi, Gianni Amelio ha fatto, con l’intellettuale ex povero de Il primo uomo.

Il regista di (500) giorni insieme non possiede lo stesso gusto per la sfumatura, la leggerezza del gioco psicologico e simbolico di Raimi. Tuttavia sa muoversi agilmente in un terreno già tracciato e denso di senso (a partire dal fumetto originale). E’ eclettico, ha la capacità di organizzare gli spazi. Con minore disinvoltura, anche stavolta non ci si perita di mostrare il doppio complesso della vita all’interno di una tessitura che si vuole il più possibile efficiente in termini di narrazione, spettacolarità e fedeltà alle strisce di partenza. Doppio era Osborn e doppio è Connors. Più che doppio, visto che diventa il punto d’incontro tra mad doctor, Jekyll & Hyde, la vittima freak, Godzilla e King Kong. Il mostro, in tempi post post-moderni, è pluristratificato e amletico al pari di Spider-Man. Chissà quanto lo sarebbero stati i diversi cattivi previsti da Raimi per quel mai nato episodio 4, che proprio l’affollamento di figure negative (e, probabilmente, di possibili derive per Spider-Man) gli avrebbe impedito di nascere, determinando la rottura tra la produzione e il regista di Darkman.

Leonardo Persia

The Amazing Spider-Man
(USA/2012)
Regia: Marc Webb
Soggetto: James Vanderbilt (dal personaggio creato da Stan Lee e Steve Ditko)
Sceneggiatura: James Vanderbilt, Alvin Sargent, Steve Kloves
Musiche originali: James Horner
Fotografia: John Schwartzman
Montaggio: Alan Edward Bell, Michael McCusker, Pietro Scalia
Casting: Francine Maisler
Scenografia: J. Michael Riva
Direzione artistica: Page Buckner, Michael E. Goldman, David F. Klassen (supervisore)
Costumi: Kym Barrett
Interpreti principali: Andrew Garfield (Spider-Man/Peter Parker), Emma Stone (Gwen Stacy), Rhys Ifans (The Lizard/Dott. Curt Connors), Denis Leary (Capitano Stacy), Martin Sheen (zio Ben), Sally Field (zia May), Irrfan Khan (Rajit Ratha), Campbell Scott (Richard Parker), Embeth Davidtz (Mary Parker), Chris Zylka (Flash Thompson), Max Charles (Peter Parker a 4 anni), C. Thomas Howell (padre di Jack)
136′

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