Spider-Man 3 > Sam Raimi

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Spider Darkman

Si scrive Spider-Man 3, ma si legge Spider-Man per (contro) 3. Harry Osborn, l’Uomo Sabbia e Venom. Solo che in Sam Raimi il numero perfetto è tutt’altro che tale. Osborn ha vuoti di memoria, oscilla tra l’essere amico o nemico, è un cattivo a metà. L’Uomo Sabbia, altro doppio, galeotto smaterializzato da un esperimento di fisica anti-fisico, alla fine appare una vittima del sistema americano, fa più pena che paura, è più Toxic Avenger che Hoffmann riletto da Freud. E Venom, dai denti aguzzi come un serpente alien e predator, il più horror, versione Hyde di Eddie Brock, rivale/traditore di Peter Parker, acida parodia del collega competitivo, deve la sua crudeltà a una sostanza vischiosa e assimilante venuta dal cielo e che ha già ammorbato Spider-Man.

Anzi, il mostro sta all’Uomo Ragno come Giuda/Didimo/Tommaso a Gesù versione gnostica: un gemello «scuro», la via contorta e sofferta all’ascesi simbiotica. La favorite thing di Coltrane. Derivazioni e derive free jazz quindi anche gli altri due, geminazioni dell’eroe spin off di sé stesso. Spider-Man 3 (volte). Solo contro tutti, cioè nemico della sua parte meno presentabile e più proliferante di variazioni feroci. «Non arrivare al punto in cui non si dice più io, ma al punto in cui non ha più alcuna importanza dire o non dire io». Peter nessuno, centomila e massa. L’uomo Spider che tesse la propria ragnatela di anticorpi, auto-tarantato come in Patrick McGrath, David Cronenberg e il mondo autistico di oggi. In continua evoluzione regressiva, indietro andando avanti, Peter Parker pari pari a Peter Pan, se non fosse per il rosso blu al posto del verde. Passione oscura piuttosto che bambina speranza.

Sam Raimi non è nuovo a certe prodezze contenutistiche, amplifica la sua cifra stilistica di sempre, con più puro senso di autorialità negata all’interno di un park(er) a tema. Racconta una volta di più l’uomo che assorbe l’identità dagli altri e dalle cose, un proscenio di organico e inorganico, e che sostanzialmente si guarda solo allo specchio. Dove si riflettono i giornali, la televisione, i conflitti scemi dell’uomo mediatico di oggi, l’amore e la vita liquidi secondo Zygmunt Bauman. Darkman prendeva il look dei nemici come i soldi sporchi modellavano d’Io vero i tre amici del Minnesota, moglie di uno di essi compresa. Non erano, non sono raptus di follia. E’ la casa, l’appiccicoso e nero desiderio di razionalità e «normalità», l’ Atena anni ‘80, Reagan + Wojtyla, che riporta Aracne/Spiderman all’armata di tenebra che è l’America (e non solo) oggi. Medioevo tecnologico. Incubo gotico (e qui si cita il Quasimodo di Hugo).

Non è un caso che qualcosa comincia a incrinarsi quando Peter e Mary, spaparanzati su una ragnatela/amaca sotto le stelle, con evidente soddisfazione post coitum iniziano a pensare di mettere su casa, a progettare la famiglia, autentica icona del cinema anni ’80, vedi Scola o Ron Howard, o Terence Davies. Risposta psicologico-affettiva all’11 settembre 2001, direttamente incrociata all’evil dead privatistico che spazza gli anni ’70. Dal privato al pubblico, e di nuovo al privato. Un corto-circuito di filamenti che svela (col velo del ragno) l’abilità architettonica del potere negli ultimi 30 anni. Dal simple plan alla crimewave. Dall’edonismo al fondamentalismo. Giro di ombelichi. Senza ideologie marcate. Al regista non interessano le verità evidenti, fa i raggi X a quelle nascoste, contemplando contemporaneamente la visione del vuoto (pieno) come il Dhammapada indiano, dove non a caso si parla di ragni e ragnatele. Ricordando, a proposito di indiani, il Night M. Shyamalan che ricompone i puzzle scomponendoli.

Questo film robusto, obeso di soldi ed effetti speciali che sanno di inibizione protettiva, affloscia per paradosso ogni idea forte di proclama schierato, come pure di ricetta blockbuster. E’ vulnerabile come le Torri Gemelle, continuamente evocate e parodiate in gags di leggerissima e luccicante ferocia anarco-trafficante. Soprattutto si condensa, senza mai condensarsi, nell’immagine-cristallo del cristallo (dei grattacieli) che si sgretola, alter ego della sabbia di Flint Marko. Annientandosi così tutte le volte che tenta di ri-costruirsi, modellandosi sul polo illusorio io/non io, questo terzo Spider-Man avrebbe scatenato gli applausi colti del filosofo cinefilo Gilles Deleuze e di Félix Guattari (che cito, virgolettati, sopra e sotto). E difatti i titoli di testa ampliano la ragnatela a rizoma, ne scompaginano le maglie larghe della rete-sceneggiatura e aggiungono gli specchi come messa in abisso post-moderna e f(r)attura frattale dell’anima. Per critici e spettatori tradizionalisti, e anche un po’ orbi, è quel che si dice un film che non arriva mai al dunque, uno spin out sbandante e sbadato che non quaglia. Gli altri vi scorgeranno i mille piani.

Oltretutto Spider-Man 3 è un’incursione più ironica che onirica nell’universo dorato e miasmatico della serializzazione, il pallino dello spettatore decaduto dei nostri anni che vuole sempre e comunque lo stesso, il riconoscibile ad oltranza, mettendo i paletti fisici, mentali e scopici a tutto ciò che non somiglia al già somigliante. Nel già noto, Raimi scombussola ogni facile riconoscibilità di plot e di carattere. Ramifica le storie, intorcina i personaggi, include déjà vu spostati, buca la sceneggiatura, capovolge le situazioni e meta-discorseggia sullo spettacolo. «Appunto perché dipende da una macchina astratta, il viso non si limiterà a ricoprire la testa, ma influenzerà le parti del corpo, ed eventualmente anche altri oggetti senza alcuna somiglianza. A questo punto il problema è di sapere in quali circostanze si mette in moto questa macchina, che produce viso e viseificazione».

Si veda quando Mary Jane alias Kirsten Dunst canta, da un palcoscenico di Broadway, They say that falling in love is wonderful al suo P.P., il solito Tobey Maguire, e lui, in prima fila, va in brodo sobrio di giuggiole al pari della spettatrice bambina de Il flauto magico di Bergman. Si riscrive il gioco d’amore tra vita e play (o game) come nel film con Kevin Costner e Kelly Preston, il meno considerato dei film di Sam Raimi, e vi si ritrovano le stesse implicazioni di soggettività rimbalzante. Anche lo spettatore del film si innamora. Il problema è che oltre la prima fila la voce non arriva, i critici stroncano e lei retrocede al pub jazz. I’m through with love, ho chiuso con l’amore (perché ne ho conosciuto UNO soltanto…), e in questo altro set mentale, l’Uomo Ragno diventa un narciso, travolteggia, le ruba la scena con effetti speciali privi d’affetto, da trickster si fa hipster, flirtando con Bryce Dallas Howard, figlia del capo della polizia che ha salvato da un incidente che fotocopia l’11 settembre in stile Scary Movie. E’ un’ex compagna di scuola, bionda e oca, cioè un suo Io passato, prova ne sia il remake del bacio a testa in giù già dato alla bella Mary Jane.

Del primo episodio si masterizza allora la fase regressiva sadico-anale-patriottica. Da trionfante (bionda e oca), adesso scura e purulenta, com’è (in)naturale che diventi. Avete visto Jesus Camp? Il ragno uomo, in cinque anni, ha introiettato Bush, le guerre preventive, i fondamentalismi religiosi. Forse ha dato uno sguardo anche alla politica italiana. Ai media medii. Bel gift! Ma, come eroe puramente narrativo, possiede ancora uno spirito da gobbo di Notre Dame. Non è indifferente al richiamo delle campane, all’amore. Alla gola profonda nella quale ricevere il pneuma, il ri-soffio. Lieto fine nelle tenebre. «C’è sempre una persona che fa la differenza». Era il messaggio di Spider-Man 2. Qui è un vero e proprio invito allo spettatore, una spinta a ritrasformarlo nella persona che non è più, a farne il doppio del doppio di Peter/Spider-Man. Dall’altra parte, il dark mirror riflette e riproduce la verticalità gotico-egotica, e anche un po’ fallica, del cielo negro che ha invaso il suo altro da sè Eddie Brock. Il quale, dinanzi a Cristo, in chiesa, dice la più credibile delle preghiere ratzingeriane: «Ti prego, ammazza Peter Parker!».

Leonardo Persia

Spider-Man 3
(USA/2007)
Regia: Sam Raimi
Sceneggiatura: Sam Raimi, Ivan Raimi, Alvin Sargent
Soggetto: Sam Raimi, Ivan Raimi (dal personaggio creato da Stan Lee e Steve Ditko)
Musiche: Christopher Young
Fotografia: Bill Pope
Montaggio: Bob Murawski
Casting: Kathy Driscoll, Francine Maisler
Scenografie: J. Michael Riva, Neil Spisak
Direzione artistica: Christopher Burian-Mohr, David F. Klassen, Dawn Swiderski, Suzan Wexler
Costumi: James Acheson, Katina Le Kerr
Interpreti principali: Tobey Maguire (Spider-Man/Peter Parker), Kirsten Dunst (Mary Jane Watson), James Franco (New Goblin/Harry Osborn), Thomas Haden Church (Sandman/Flint Marko), Topher Grace (Venom/Eddie Brock), Bryce Dallas Howard (Gwen Stacy), Rosemary Harris (May Parker), J.K. Simmons (J. Jonah Jameson), James Cromwell (Capitano Stacy), Theresa Russell (Emma Marko), Dylan Baker (Dott. Curt Connors), Bill Nunn (Joseph ‘Robbie’ Robertson), Bruce Campbell (Maître)
139′

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