Spider-Man 2 > Sam Raimi

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Il bacio dell’Uomo Ragno

Beato il paese che non ha bisogno d’eroi. Ma maledizione ai luoghi i cui eroi vengono ignorati. Dove, trattati da criminali e marginalizzati, sono costretti a vivere a metà, ad auto-denigrarsi, a sparire. Peter Parker è il classico giovane occidentale spaventato a tal punto dai suoi superpoteri, che fa di tutto per nasconderli e reprimerli. Eppure è un genio: arriva tardi al lavoro e a lezione, s’innamora per sempre e provoca intoppi. Non a caso divenne subito un punto di riferimento imprescindibile per la controcultura, ben prima del ’68 e dei personaggi di Robert Crumb.

Gianni Amelio gli augurerebbe la morte, come fa con il supereroe coevo dell’inamidato Le chiavi di casa. Sam Raimi invece gli imbastisce un film miliardario che è anche un blockbuster dell’anima: Spider-Man 2 o della vendetta. Sventata prima che esecrata (come in Mystic River). Semmai ri-semantizzata: la vendetta, senza sangue, di un modus vivendi passato di moda. Quello che esibisce, senza esibizionismi, pure il clandestino Tom Hanks, unico eroe, perché extracomunitario, di un mondo arrivato al Terminal nel magico film di Spielberg e Andrew Niccol. La sceneggiatura, ad alta densità metaforica, è di Alvin Sargent, ultra-settantenne, e c’è la supervisione del nostalgico scrittore quarantenne Michael Chabon, l’inventore, per interposti Kavalier e Clay, di Escapista, il supereroe che si oppone ai nazi. Due maestri nel vecchio gioco, oggi così disprezzato, di capire gli altri, capire sè stessi, capire il mondo, tessendo il filo della propria sostanza e smascherando la rete del falso (proprio quello che fa il ragno nella mitologia buddista).

Ma le premesse sono altre: Peter Parker vuol mettere la testa a posto e riporre in soffitta il costume da eroe. Far finta di niente, ignorare quello che nel mondo non va e riposare tranquillo, come i fans della nuova sinistra. Naturalmente i familiari (la zia May; forse, in flashback, anche lo zio Ben) e il contorno sociale, a parte qualche teen-ager, spingono in tal senso. L’eroe vero, si sa, fa sempre paura e la società non può che riservargli un posto di disonore, scatenandogli contro un fiotto di anticorpi pronti a neutralizzarlo. A farne un uomo comune. O un uomo mascherato. Ligio al dovere e alla fatica, anche se, lo attestano con ironia triste le prime sequenze del film, il lavoro global mette KO persino Spider-Man.

Sotto le immagini campionate, il regista di Darkman sa celare etica e cultura, sfidando, sul piano della spettacolarità adulta, il grande Tim Burton del bergmaniano Batman-Il ritorno. Stesso controllo totale, medesima profondità di sguardo. Una regia che, citando pertinentemente Oscar Wilde e William Shakespeare, a proposito di menzogne e oscillamenti amletico-edipici, anticipa, nello sguardo nuovamente vindice di Harry Osborn, figlio di Goblin, un immancabile terzo episodio. Ma ha anche l’umiltà, dopo l’immortale monologo di David Carradine in Kill Bill 2, di rileggere tutta la storia dei supereroi per il giusto verso tarantiniano. Cioè, la vera maschera di Superman è quella di Clark Kent e non viceversa.

Passiamo la vita ad abortire il meglio che è in noi, aspirando a diventare stronzi qualsiasi. E a istigare, col nostro comportamento, un profluvio letale di imitatori, inanellando una catena senza scampo. Altrimenti, perché avremmo il mondo che abbiamo? Se esiste un eroe, consapevole e smascherato, esistono necessariamente pure tanti eroi (vedi la scena della metro). Se l’Uomo Ragno si nasconde, andrà tutto bene nei miseri alberghi umani acchiappasogni (famiglie, redazioni giornalistiche), eppure cresceranno crimini, piattumi, imbecillità e conflitti d’interessi tollerati, anzi invidiati. Quale ritratto migliore del nostro vivere neo-liberista, a partire dagli anni ’80, culminato nell’aberrazione, tra le tante, della guerra preventiva?

E’ proprio in questo mondo però che si nasconde Aracne, eternamente pronta a sfidare Atena. La razionalità che, con i suoi sonni, genera Bush, platee plaudenti e cavalieri mascarati. Il regno del terrore. Qui Doc Ock dai tentacoli avviluppanti e cingenti, pericolosi sì, ma nient’altro che pròtesi (e protési), costruzioni della mente. In fondo, benché agisca seminando lacrime, urla e terrori veri, con un realismo più doc rispetto alla media dei film crash hollywoodiani, anche Octopus è un uomo. Bisognoso di parlare, di essere capito. E riconducibile alla retta via. Al suo affogare simbolico. Metafora di una negazione del falso Sé, che costituisce il leit motiv di tutto il film. Invito a tagliare la propria testa, non quella degli altri. Tirando fuori la parte più autentica, che non ha nulla a che fare con la ragione. Sebbene, dice Jung, abbia il look di «un mondo psichico che ci è estraneo al massimo». Proprio perché il ragno non possiede «un sistema nervoso cerebro-spinale». E’ il top dell’inconscio.

E tuttavia è proprio all’interno di tale avvelenamento simbolico che si può incontrare «la messa in causa del sistema nel quale si è nati e cresciuti». Parola di Ernesto De Martino, altro esperto di ragni e ri-morsi, che negli anni della dolce vita, studiò a fondo i tarantati del Salento, i loro traumi e conflitti da sottosviluppo indotto che ne faceva tanti uomini (e donne) ragno. E ne rilevò il background proto-mediterraneo, oltre che afro e islamico, una risposta individualista e ancestrale al massiccio massificare del Potere. Possessione diabolica e divina invasione all’unisono, come ad Haiti, Togo, Cuba e Brasile. Anche Linda Blair, per le scale de L’esorcista, scivola rapida a quattro zampe come una lycosa tarentula, incarnando pulsioni nixoniane conservatrici contaminate con civiltà sunnite di lungo corso (il demone Pazuzu che, guarda caso, William Peter Blatty, irriducibile cattolico, fa nascere in Iraq).

Certo, la frustrazione non esorcizzata non può che implodere in una trappola. Ci trasforma in insetti kafkiani, vittime della Tarantula nucleare di Jack Arnold. Oppure del Dio terribile che, con le pericolose sembianze di un ragno mostruoso, minacciava Harriet Andersson in Come in uno specchio di Ingmar Bergman. La fine che rischia di fare Peter Parker se rinuncia a (s)mascherarsi. De Martino raccomandava a proposito il «trattamento coreutico-musicale della possessione>>, la tarantella risanatrice che nel film di Raimi corrisponde alla canzone cantata a squarciagola alla chitarra dalla cinese. Ma forse il vero esorcismo è quello che affoga il mio IO in TE, Spider-Man in Octopus, Harry Osborn in Spider-Man, disobbendo ai dettami di mamma e papà (Goblin). La sympathy for the devil che consiglia persino il falco (pentito?) McNamara in The Fog of War di Errol Morris.

Un romanzo (poi opera teatrale, poi film) di Manuel Puig, non a caso intitolato Il bacio della donna ragno, faceva scontrare poi incontrare, in una cella, un rivoluzionario impegnato e una checcha frivola, invertendone poi i ruoli. Per un giorno, il gay diventava rivoluzionario e il rivoluzionario gay. Piacerebbe che anche lo spettatore di questo film distogliesse per una volta lo sguardo dai popcorn e, baciato dall’Uomo Ragno, si lasciasse dolcemente (an)negare, come Doc Ock, rinunciando al proprio ruolo passivo.

Sarebbe un modo nuovo di vivere il glamour del cinema. PP (Peter Parker) come BB nel samba a lei dedicato: «Brigitte Bardot Bardot / Brigitte beijou beijou / na fila do cinema todo o mundo se afogou» (trad. Brigitte Bardot mandò baci agli spettatori del cinema e tutti affogarono/presero fuoco).

Leonardo Persia

Spider-Man 2
(USA/2004)
Regia: Sam Raimi
Soggetto: Alfred Gough, Miles Millar, Michael Chabon (dal personaggio creato da Stan Lee e Steve Ditko)
Sceneggiatura: Alvin Sargent
Musiche: Danny Elfman
Fotografia: Bill Pope
Montaggio: Bob Murawski
Casting: Dianne Crittenden
Scenografie: Neil Spisak
Direzione artistica: Jeff Knipp, Steven A. Saklad, Thomas Valentine, Thomas P. Wilkins
Costumi: James Acheson, Gary Jones
Interpreti principali: Tobey Maguire (Spider-Man/Peter Parker), Kirsten Dunst (Mary Jane Watson), James Franco (Harry Osborn), Alfred Molina (Doc Ock/Dr. Otto Octavius), Rosemary Harris (May Parker), J.K. Simmons (J. Jonah Jameson), Donna Murphy (Rosalie Octavius), Daniel Gillies (John Jameson), Dylan Baker (Dott. Curt Connors), Bill Nunn (Joseph ‘Robbie’ Robertson), Willem Dafoe (Green Goblin/Norman Osborn), Cliff Robertson (Ben Parker)
127′ (135′ extended cut)

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