Spider-Man > Sam Raimi

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+

La tela fragile del ragno

L’abissale distanza tra Peter Parker, nerd occhialuto che perde puntualmente l’autobus, e Spider-Man, il supereroe dalla prodigiosa prontezza di riflessi nel quale si trasforma, è uno dei luoghi tipici dell’immaginario americano. Stanley Kubrick lo reinterpretò con uno stacco di montaggio di ardita poesia, l’osso che diventa navicella spaziale, una lontananza che, considerata la circolarità sconsolata di 2001, finisce per risultare contiguità. Il dottor Jerryll di Lewis era altresì il concentrato di un tipico e goffo homo americanus (ma oggi dell’intero pianeta) che si vede affiancato, dentro di sé, il suo splendente contrario (che, precedentemente, al di fuori di sé, era invece il vincente Dean Martin). E’ la coppia dissonante che, a guardar bene, risulta indiscernibile. Bello/brutto, grasso/magro, eroe/imbranato, bianco/nero.

Il regista di The Gift sa che c’è un dono interiore, una voce di dentro, che può innalzare o perdere chi l’ascolta e a seconda di come l’ascolta: Soldi sporchi ne è la conferma sanguinaria. La casa horror degli inizi diventa la casa quieta di Gioco d’amore. Quindi, il suo Uomo Ragno, oltre a rappresentare compiutamente le infinitesimali distanze di cui sopra, ha come nemici l’incarnazione di quelle «voci» che hanno trovato un altro, opposto sviluppo, una differente ma affine destinazione. La trasformazione di Parker (Toby Maguire) in supereroe e quella di Norman Osborn (Willem Defoe) nel supercattivo (Green) Goblin hanno per forza di cose uno svolgimento parallelo. E’ ancora uno stacco di montaggio che spezza, disgiunzione congiuntiva, l’obnubilamento «caligarico» (con tanto di doppio ipnotizzatore) del secondo con il risveglio del primo. Un buongiorno nel quale si adombra la trasformazione da ragazzo ad adulto, tempesta ormonal-adolescenziale con tanto di ragnatela/schizzo.

E’ la potenza rigenerativa che permette all’ex sprovveduto di conquistare la bellissima irraggiungibile Mary Jane Watson (Kirsten Durst), troppo attratta dalla coolness di un teppistello feroce come Flash Thompson (Joe Manganiello), nemico ancora «umano» di Peter, e dalle macchine costose del fidanzato Osborn jr., Harry (James Franco), amico rivale che, insieme alla ragazza, fa del ricco villain un potenziale sostituto paterno dell’orfano ragazzo, a cui evidentemente non bastano zia May (Rosemary Harris) e zio Ben (Cliff Robertson). Quest’ultimo, per propria inconsapevole colpa, lo perderà prestissimo, ribadendo una maledizione che sembra sottrargli ogni volta la figura adulta di riferimento. «Qualunque cosa io faccia, e per quanto io mi sforzi, le persone che amo sono sempre quelle che pagano!».

E qui sta il punto: Peter, non Pan, deve sforzarsi di trovare l’adulto in sé, amandosi. «Devi far sapere a lei chi sei!» gli dice la zia May, vedendolo afflitto dalle pene d’amore. E’ la voce che gli avvia la formazione dell’anima, la tela/mandala, centro delle energie psichiche, di cui si parla nelle Upanishad indiane. Al contrario, Osborn, dipendente della Oscorp, fornitrice d’armi, società a rischio perpetuo che «licenzia il personale e assume il profitto», si lascia condizionare dagli energici boss dell’azienda, licenziatori senza scrupoli, e regredisce a infante, a folletto: Goblin.

Il verde che lo caratterizza simboleggia il colore primaverile dell’infanzia, innaturale in un adulto (lo gnomo freak perché gigante), immediatamente restituito come il verdemoccio joyciano della morte. Quei suoi «orribili occhi gialli» sono un equivalente cromatico ambiguo (sole o inganno) che potrebbero, da un momento all’altro, trasformare in verde anche il blu della tuta dell’eroe. E annientare il rosso della torcia energetica in sanguinolenta calamità. Il direttore ed editore del Daily Bugle, il terribile ma comico J. Jonah Jameson (J. K. Simmons), diventa la normalizzazione della gelosia scatena-tragedie. Il rappresentante dei media mediocri, incapace di capire l’eroismo al di fuori dei cliché giornalistici, equivocandolo in condizione clandestina e fuorilegge. «Non vuole diventare famoso, lo faccio diventare famigerato». Ed è proprio il «famigerato», a sua insaputa, a consegnargli le foto del «famoso». La stessa identica persona.

Tutto Spider-Man attrae e respinge i colori e le opposizioni in lotta, il segno di cui sono sintesi, fuori e dentro i personaggi. Il bacio al rovescio dell’Uomo Ragno a Mary Jane, con lei che cerca di smascherarlo (e, poiché attrice aspirante, anch’essa espressione concreta di un coacervo infinito di maschere), diventa la figurazione di un’amalgama fondato su opposti coincidenti, una coagulazione alchemica. Lo scorpione immesso nella Oscorp si pone come un equivalente negativo del ragno, costituisce la puntura letale, il contrario di quella salvifica del ragno radioattivo che ha «risvegliato» Parker.

Ma pure l’aracnide, come si vede bene nel film, costeggia continuamente la possibile caduta. «La più fragile delle case è proprio quella del ragno!» tuona il Corano (XXXIX, v. 41) e questo film, che vede accadere l’11 settembre durante le riprese, non può che rifletterne gli esiti. Trionfalistici, demoralizzati. Eroici, sconfitti. Le Twin Towers sono il sottofondo oscuro del film, l’immagine dissol(u)ta appena percepibile negli occhi dell’eroe. Quella casa americana, simbolo massimale di una sicurezza indotta (e fragile), Raimi la rappresenta ancora horror.

Leonardo Persia

Spider-Man
(USA/2002)
Regia: Sam Raimi
Sceneggiatura: David Koepp (dal personaggio creato da Stan Lee e Steve Ditko)
Musiche: Danny Elfman
Fotografia: Don Burgess
Montaggio: Arthur Coburn, Bob Murawski
Casting: Lynn Kressel, Francine Maisler
Scenografie: Neil Spisak
Direzione artistica: Steve Arnold (supervisore), Tony Fanning, Stella Vaccaro
Costumi: James Acheson
Interpreti principali: Tobey Maguire (Spider-Man/Peter Parker), Willem Dafoe (Green Goblin/Norman Osborn), Kirsten Dunst (Mary Jane Watson), James Franco (Harry Osborn), Cliff Robertson (Ben Parker), Rosemary Harris (May Parker), J.K. Simmons (J. Jonah Jameson), Joe Manganiello (Flash Thompson), Gerry Becker (Maximilian Fargas)
121′

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+