The Deer Hunter (Il cacciatore) > Michael Cimino

a cura di
CRITICA • August 16th, 2012

IL CACCIATORE BAMBI(NO) E LA GUERRA (AL) CERVO

«… il nome stesso di corno si collega (…) alla radice KRN, così come quello di corona, che è un’altra espressione simbolica delle medesime idee, poiché le due parole (…) sono assai vicine. (…) la corona è l’insegna del potere e il segno di un rango elevato e troviamo un primo accostamento con le corna nel fatto che sia queste che quella sono entrambe poste sulla testa, il che dà bene l’idea di un ‘vertice’. (…) la corona era originariamente un cerchio ornato di punte a forma di raggi; e le corna sono similmente considerate raffigurazioni dei raggi luminosi. (…) E’ chiarissimo, del resto, che le corna possono essere assimilate ad armi, anche nel senso più letterale, da cui deriva l’idea di forza e potenza che è stata loro attribuita sempre e dappertutto…»
(René Guénon, Simboli della scienza sacra)

Il cacciatore è un rifacimento live motion di Bambi. Anche qui troviamo tre bambi-ni (più o meno), Mick (Robert De Niro), Nick (Christopher Walken) e Steve (John Savage), (di là, Bambi, Tippete e Fiore) davanti al cervo posto in alto, sulla collina. E nemmeno mancano le riprese dal basso, le battute sul diventare adulti, sull’essere giovani o non più giovani. Ci sono inoltre ciminiere, vette, cupole, cori russi in sopraelevata, incoronamenti (metaforici e letterali), vertici da scalare e sogni di un rango migliore (la comunità ucraina).

Il titolo originale, The Deer Hunter, cioè «il cacciatore di cervi» potrebbe essere anche, perché no, «il cacciatore cervo», quindi, di nuovo, il cacciatore Bambi. Il cacciatore/esploratore che deve crescere, essere iniziato alla vita, alla verticalità degli up! (get e wake, risollevamento e risveglio) del film di Walt Disney, girato durante la II guerra mondiale. Il film di Cimino è invece sul Vietnam, sintetizzato nella parte centrale del film, concisa e dura come un rito di passaggio e incastonata, simbolicamente, tra un matrimonio e un funerale.

Sul concetto di guerra come iniziazione alla vera vita (cioè al dolore, al pericolo, alla morte e alla tortura, con relativo segno sul corpo: ferita e/o incoronamento) è fondata tutta una tradizione occidentale di Bildungsroman, persino quando pacifista (come nel caso di Bambi). Invece questo film rovescia il mito della spiritualità e religiosità del battesimo di sangue a partire dagli stessi simboli che ne determinano l’esistenza. Quando, senza alcun raccordo narrativo, vediamo i tre protagonisti catturati dai vietcong, immersi nelle acque di un fiume, ingabbiati e torturati psicologicamente e fisicamente (con l’alea della roulette russa), comprendiamo, attraverso l’improvviso e brusco cambio di tono (rispetto alla lunga sospensione temporale della cerimonia nuziale, vigilia della partenza per la guerra), che ci troviamo in una di quelle tipiche situazioni di isolamento e segregazione (vedi Propp e il coevo Apocalypse Now) con l’eroe sulle soglie della morte.

E’ il rito, racchiuso in uno spazio/casa (o gabbia, prigione, capanna), con cui (e da cui) il giovane prende accesso alla comunità tribale, diventa membro con pienezza di diritti, impara l’arte della caccia, del sesso e del potere, può contrarre matrimonio. Il fatto che ci siano battute di caccia e delle nozze prima di questo rit(ir)o non è una contraddizione. The Deer Hunter nega ogni possibile crescita e verticalità all’esperienza di guerra, al rito violento, come pure al ritorno a casa. Dopo la parte bellica, infatti, nessuno dei tre protagonisti diventa adulto. Semmai la loro drammatica trasformazione non è che il risultato di un incancrenimento dei loro caratteri acerbi presentati sin dall’inizio.

Al di là della valenza pacifista, peraltro giusta, il rifiuto di Michael a sparare contro la preda assume soprattutto un risvolto di blocco di un’esperienza, del rito di passaggio (ovviamente violento). Sì, c’è un matrimonio prima della «licenza alle nozze», ma si scopre che Steve, lo sposo, non è mai stato a letto con Angela (Rutanya Alda), la sposa. I nomi assumono allora un’esplicita valenza allegorica. Steven è l’incoronato, Angela la donna focolare (e messaggera, attraverso lo stato interessante, della sessualità di lui). Ma qui l’ironia acre imperversa, smontando anche quanto di cattolico o ierogamico si cela dietro queste tipizzazioni (la vergine Maria, lei pure immacolata e incoronata).

L’altra donna, Linda (pulita, bella: Meryl Streep) è l’ulteriore donna-angelo a cui aspirano ufficialmente Nicholas (etimologicamente, il vincitore) e maldestramente (ma con qualche esito) Mick. Battute cattive sull’inadeguatezza sessuale di quest’ultimo da parte del perfido amico Stan (John Cazale) e aspetto androgino di Nick. Mick-Nick, quasi una diade (o triade, se aggiungiamo Steve), per un unico personaggio.

Vincitore è specialmente Mick, il «super-io» della situazione, il Michael come Dio (gli viene rinfacciato pure da Steven), che fa ritorno dal Nam decorato e (apparentemente) sano, addirittura eroe (torna a Saigon a salvare l’amico, rischiando persino la vita, di nuovo con la roulette russa, ma invano). Invece Steven, l’«io», torna paralizzato, impotente (non diversamente da Mick), laddove l’ «inconscio» Nicholas finisce per fissare il trauma della roulette russa/guerra in una coazione a ripetere spettacolare (a Saigon) e capitalizzata (le scommesse, il ritualismo). Il personaggio del francese, boss delle scommesse, per il retroterra storico del suo personaggio (la precedente occupazione francese dell’Indocina) è un ulteriore segno di questo simbolico arrestarsi della crescita.

Già Freud aveva individuato nello shock da guerra l’inevitabile addomesticamento dello stesso. In termini generali e collettivi, adattamento all’idea e allo stato (in tutti i sensi) di guerra. Quando nel finale, i superstiti intonano God Bless America, sappiamo che, dall’esperienza (diretta o indiretta) della guerra, essi non hanno appreso nulla. Semmai l’amano di più. Insieme ai concetti collaterali di patriottismo, sogno americano, crescita nel sangue. Quasi dieci anni dopo, calcando più perfidamente sulla falsa iniziazione e sulla fissazione allo stato infantile, Stanley Kubrick fece cantare ai marines battezzati del suo Full Metal Jacket l’inno di Topolino.

Leonardo Persia

The Deer Hunter
(titolo italiano: “Il cacciatore” / USA, 1978)
Regia: Michael Cimino
Soggetto: Michael Cimino, Deric Washburn, Louis Garfinkle, Quinn K. Redeker
Sceneggiatura: Deric Washburn
Musiche: Stanley Myers
Fotografia: Vilmos Zsigmond
Montaggio: Peter Zinner
Casting: Cis Corman
Scenografie: Ron Hobbs, Kim Swados
Interpreti principali: Robert De Niro, John Cazale, John Savage, Christopher Walken, Meryl Streep, George Dzundza, Chuck Aspegren, Shirley Stoler, Rutanya Alda, Pierre Segui, Mady Kaplan, Amy Wright, Mary Ann Haenel, Richard Kuss, Joe Grifasi
182′


/// Articoli correlati:

Death at a Funeral > Frank Oz
The Tree of Life > Terrence Malick
Goodbye '68 – La contestazione secondo Koji Wakamatsu

Tags: , , , ,