Deliverance (Un tranquillo week-end di paura) > John Boorman

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Deliverance
regia di John Boorman (USA/1972)
recensione a cura di Fabrizio Fogliato

Ciò che colpì più di ogni altra cosa l’immaginazione del dottor Sanders, quando guardò per la prima volta verso la grande distesa dell’estuario del Matarre, fu l’oscurità del fiume. Dopo molti ritardi, il piccolo battello passeggeri si stava finalmente avvicinando alla fila delle banchine, ma sebbene fossero le dieci, la superficie dell’acqua era ancora grigia e indolente, e filtrava le tinte cupe della vegetazione che ricadeva folta e inerte lungo le sponde del fiume. A intervalli, quando il cielo era coperto, l’acqua era quasi nera, come una tintura putrescente. Per contrasto, la distesa disordinata di magazzini, depositi e alberghetti che costituivano Port Matarre riluceva tra quelle masse scure con una brillantezza spettrale, come se fosse illuminata più da qualche fonte interiore che dalla luce solare simile al padiglione di una necropoli abbandonata, edificata su una teoria di moli scaturiti dalla giungla.
– E
stratto da Foresta di cristallo (The Cristal World) di James Graham Ballard * (1966)

Di Deliverance si è già detto tutto: il contrasto uomo-natura, il confronto tra “barbarie” e civiltà, la fine della bellezza, l’impianto ecologista, la vendetta dello spirito sulla materia, e la visione della stessa come forma risolutiva dei conflitti… quello che non è ancora stato fatto è raccontare Deliverance come un funerale tribale, in cui il fiume rappresenta la via che conduce agli inferi e i protagonisti ignari passeggeri di un Caronte divino scevro da pregiudizi, che guida il manipolo verso una fine certa e verso una (probabile) rinascita. La Natura panica che avvolge la pellicola con il suo continuo ondeggiare tra lussureggiante e inquietante, tra l’asprezza delle superfici rocciose e la fluidità “sessuale” dello scorrere del fiume sono lo scenario perfetto per inscenare la cerimonia funebre dell’homo sapiens, privato di ogni comfort e ricondotto alla sua matrice primordiale attraverso l’emersione del rimosso: la componente animale e istintiva negata dalla vita di città. La vendetta, intesa come estrema ratio nelle dinamiche umane e come forma estrema di “condivisione” del corpo, diventa quindi un mero passaggio scenico-esistenziale necessario al rituale funebre.

L’acqua è elemento salvifico, ri-generativo, il liquido amniotico attraverso il quale “galleggia” la vita, ma quella di Deliverance è acqua violenta e torbida che discende verso il basso di una civiltà in “scomposizione”, (il paese che se ne va per lasciare il posto alla diga), trascinandosi dietro corpi e volti distrutti dal suo impeto e dai suoi “segreti”. Il riflesso scuro della foresta che si rispecchia nel fiume, le rapide che giungono improvvise come prova di maturità dell’uomo moderno, miseramente fallita per presunzione e arroganza, l’animalità dei rednecks traslarti nella forma “sociale” del nemico-invasore del privato e dell’intimità (anche sessuale come dimostra lo stupro), tutto contribuisce ad una visione primordiale dell’esistenza con cui il gruppo di uomini (proprio perché lontano dalle proprie donne), non solo non riesce ad uscirne vincente, ma anzi ri-torna decimato (come dopo una guerra) in quello stesso mondo che l’ha privato del rapporto diretto con la natura. Un mondo che ha forgiato identità plastificate che, di fronte all’imponente “reale” di Gaia, crollano velocemente senza alibi e senza giustificazioni.

La vendetta, secondo John Boorman, assume i connotati pedagogici della “severa lezione” impartita dal creato all’uomo che, nel suo delirio di onnipotenza, appare convinto di poterlo modificare a proprio uso e consumo (ancora la diga) ma che, in fin dei conti, risulta essere impotente e disarmato di fronte all’imprevisto (tutto ciò che non è programmato) e alla sorpresa di trovarsi infinitamente piccolo di fronte ad un ambiente facilmente manipolabile attraverso le azioni altrui ma invalicabile di fronte al proprio vissuto personale. Non a caso in tutta questa atmosfera mortifera e umiliante, spicca l’unico elemento “altro”, veramente estraneo e arcaico, come la musica, nella perfetta empatia del virtuosismo benjo-chitarra che richiama quella del “normale”-freak attraverso il duetto suonato alla luce del sole e ripreso con inquadrature dall’alto e dal basso che mettono in comunione il cielo azzurro e la terra polverosa. Quasi come ad esaltare la bellezza del Creato in contrapposizione alla “bruttezza” dell’essere umano (che veste di grigio nero e verde militare) e si atteggia a super-macho (o a pusillanime) ignaro di ciò che sta per avvenire.

Deliverance (che vuol dire sia liberazione che salvataggio) è dunque la rappresentazione funerea della fine della ragione e in tale contesto la vendetta assume il valore simbolico di rappresentazione di una società implosa e collassata ridotta all’imbarbarimento, che vede nemici ovunque e che non si accorge di essere diventata ormai la controfigura di se stessa, fatta da uomini (e non donne) stanchi, apatici e privi di volontà: fuggono da una catastrofe in atto (come viene vista la costruzione della diga), ma di cui non si assumono mai (perché non le vedono) le responsabilità, e non cercano né le cause né le conseguenze (salvo poi viverle sulla propria pelle). I personaggi di Deliverence si muovono in un contesto di “assenza” dove il nulla poco alla volta divora ogni cosa. Sono persone spaesate, in balia di se stesse e degli eventi che non si riconoscono più in un identità. Non a caso Boorman inserisce splendide immagini naturali senza commento, dove il rumore dello scrosciare dell’acqua, il canto degli uccelli e il silenzio assordante che esalta la bellezza delle rive del fiume, fungono da necessario contraltare alla menzogna, alla colpa e alle responsabilità (rigettate) del manipolo di uomini in cerca di una “sporca ultima meta”: quella del riconoscimento della propria immagine “reale”, che non a caso il fiume non rispecchia mai.

Ultima fermata quindi, quella di un “inferno terreno” in cui celebrare il funerale di un mondo spietato e crudele, in un film che immagina un’umanità terminale in cui la società è ormai assente e dove la lotta per la sopravvivenza domina il pensiero e l’agire delle persone. L’istinto animale si coniuga al baratto e alla necessità di scambio delle merci, ma i beni che contano non sono né soldi, né gioielli né preziosi, ma le cose utili: pile, forbici, taniche e coltelli, e anche la vendetta (intesa come reazione) appare superflua e inadeguata.

Fabrizio Fogliato
 

Deliverance (Un tranquillo week-end di paura)
Regia: John Boorman
Soggetto, sceneggiatura: James Dickey (dal romanzo omonimo)
Fotografia: Vilmos Zsigmond
Montaggio: Tom Priestley
Effetti speciali: Marcel Vercoutere
Scenografia: Fred Harpman
Trucco: Michael Hancock
Musica: Michael Addiss
Sound editor: Jim Atkinson
Sound mixer: Walter Goss
Produttore: John Boorman
Interpreti: Jon Voight (Ed Gentry), Burt Reynolds (Lewis Medlock), Ned Beatty (Bobby Trippe), Ronny Cox (Drew Ballinger), Ed Ramey, Seamon Glass, Randall Deal, Bill McKinney, James Dickey, Macon McCalman, Louise Coldren,
Casa di produzione: Warner Bros.
Formato: 2.20 : 1
Paese: USA
Anno: 1972
Durata: 109′

 

 

 

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