Vacancy > Nimród Antal

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Vacancy
regia di Nimród Antal (USA/2007)
recensione a cura di Fabrizio Fogliato

Vacancy è un viaggio lisergico all’interno della vertigine, che sin dai titoli di testa, labirintici e di vaga ispirazione hitchcockiana (vedi alla voce Saul Bass), sprofonda lo spettatore in un baratro oscuro e allucinante dove niente è come sembra e dove le certezze si sgretolano lentamente. La crisi coniugale di Amy (Kate Beckinsale) e David (Luke Wilson) si evidenzia sin da subito in una messa in scena perturbante in cui il dettaglio obliquo e sinistro anticipa il divenire della finzione. Le inquadrature che insistentemente mostrano il viso di Amy riflesso in specchi, vetri e superfici lucide, sono la chiave di lettura di un’opera disturbante ed evocativa che mette al centro la paura, la colpa e il fallimento che nutrono la crisi matrimoniale. C’è un trauma nel passato dei due coniugi, la morte accidentale di un figlio, che alimenta di continuo la distruzione del loro progetto di vita insieme e che prende forma nel momento della sosta forzata al Pinewood Motel.

L’albergo notturno, non-luogo per eccellenza da Hitchcock a Lynch, assorbe gli umori malsani della crisi e li materializza sotto forma di tremendi rumori e inquietanti personaggi. Il Pinewood Motel non esiste, è solo il teatro necessario alla coppia per compiere un percorso di espiazione della colpa e di rinascita familiare. È chiaro sin da subito che il giovane regista ungherese, Nimród Antal, non è per nulla interessato alla costruzione di un film di pura suspance, ma che mira più in alto, cercando ambiziosamente di disegnare l’orrore dell’abbandono e della separazione. Vacancy divide gli spazi aperti dagli spazi chiusi in modo asimmetrico, consegnando i primi alla rappresentazione della minaccia, i secondi alla dimensione protettiva della casa-rifugio. Il controcampo dello snuff è negato, in quanto utile solo ed esclusivamente alla rivelazione, ma è necessario per la presa di coscienza di Amy e David: solo la loro ri-unione può salvarli dalla morte.

Il viaggio emotivo che compiono coincide con il percorso di fuga che, dal profondo dei cunicoli sotterranei, conduce lentamente la coppia verso la superficie. Nimród Antal costruisce, grazie anche alla splendida fotografia sporca e de-saturata di Andrzej Sekula (già direttore della fotografia, fra gli altri, per Quentin Tantino in Le iene, Pulp Fiction e The Man From Hollywood – episodio del film Four Rooms) uno spazio scenico che comprende al suo interno gli elementi costitutivi del perturbante freudiano, attraverso la sovrapposizione di livelli organici in grado di trasformare il luogo da entità inerte ad organismo vivente. Si va dai sotterranei bui e marcescenti affollati di topi, alla stanza-cervello entro cui decine di schermi riproducono le immagini-snuff delle camere del motel, fino alla soffitta da cui Amy osserva impotente l’aggressione a David e da cui, stesa in posizione fetale, rinasce pronta per una nuova vita. Evitando la facile trappola dello splatter, tipica dei prodotti con al centro il tema dello snuff-movie (da Snuff di Roberta Findlay, a 8 mm. di Joel Schumacher), Vacancy si propone in superficie come un thriller torbido e riuscito, ma è nel substrato significante che offre le sue carte migliori.

Pur non rinunciando allo spavento e al climax della tensione, è un film che tra le sue pieghe cerca di dire qualcosa di non banale e di decisamente profondo sul matrimonio. La crisi è già in atto durante il viaggio iniziale, ma esplode definitivamente dopo il guasto alla macchina e durante il pernottamento nella stanza n°4 del Pinewood Motel. È una crisi fatta di incomprensioni, di assenza di dialogo, ma soprattutto di un senso di colpa violento e mai metabolizzato verso la disgrazia occorsa al giovane figlio. È il trauma il vero fulcro centrale della separazione e come tale si presenta nella sua forma più primitiva e ancestrale: quella della violenza snuff, metafora assoluta dell’impossibilità di spiegare il Male. Nimród Antal crea un allegoria esteticamente morbosa che sia attraverso l’uso di una fotografia espressionista fatta di illuminazione parziale dei corpi e di violenti passaggi dal buio alla luce, sia attraverso un uso inconsueto del sonoro che qui diventa il vero elemento disturbante e il motore della tensione (e che ricorda tanto il Lucio Fulci de L’aldilà), assorbe dentro di sé tutto il malessere e il disagio per una separazione incomprensibile e indecifrabile come quella in atto tra Amy e David.
È quindi naturale che nel finale la coppia si ricomponga: dopo essere stati protagonisti di un rituale di morte-rinascita, e grazie alla minaccia “sacra” della violenza, Amy e David riusciranno a (ri)-portare alla luce quei sentimenti sinceri e profondi che li legano reciprocamente.

Fabrizio Fogliato

 

Vacancy
Regia: Nimród Antal
Sceneggiatura: Mark L. Smith
Fotografia: Andrzej Sekula
Montaggio: Armen Minasian
Musiche: Paul Haslinger
Scenografia: Jon Gary Steele
Produttore: Hal Lieberman
Interpreti: Kate Beckinsale (Amy Fox), Luke Wilson (David Fox), Frank Whaley (Mason), Ethan Embry (Il meccanico)
Casa di produzione: Screen Gems, Hal Lieberman Company
Formato: 2,35:1
Paese: USA
Anno: 2007
Durata: 80′

 

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