Transformers > Michael Bay

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Transformers
regia di Michael Bay (USA/2007)
recensione a cura di Fabrizio Fogliato

Nel cinema rollercoster di Michael Bay la rivisitazione dello ‘spazio reale’ e la trasformazione dello ‘spazio virtuale’ trovano il loro anello di congiunzione nelle geometrie del luogo/set teatro immaginifico dell’azione. L’architettura dei campi e dei contro-campi si oppone plasticamente alla fragilità degli uomini/eroi. Quello del regista californiano è un cinema-caleidoscopio, dove ogni traiettoria viene reinventata secondo una prospettiva asimmetrica che fa, dello strabiliante, il suo punto di forza e, del poetico, il contraltare necessario alla credibilità della messa in scena. Nella strenua e tonitruante battaglia tra Autobot e Deceptychons salta subito agli occhi l’afflato epico che avvolge sin da subito la vicenda. Transformers opera una mutazione di linguaggio in quanto impone come teatro/set dello scontro un luogo altro, che vive a metà strada tra il simulacro e il reale. La terra è la scacchiera necessaria allo scontro finale tra questi titani provenienti da un’altra dimensione, ma è anche, e soprattutto, il luogo della vita e dei sentimenti degli uomini. La favola esplode ripetutamente sullo schermo sotto forma di dettagli, piccoli quanto insignificanti, ma fondamentali per capire come l’interspazio protettivo tra uomini e robot sia molto più sottile di quanto si creda.

Bambini, teen-agers, e giovani universitari sono i protagonisti di una vicenda che non può e non deve essere comprensibile agli adulti. Il sogno è dei piccoli, degli sfigati (apparentemente) e dei buoni, ed è per questo che i robot si nascondono alla presenza dei genitori di Sam e scavalcano dolcemente la bambina che, osservando Optimus Prime dal basso verso l’alto, esclama stupita: «Sei tu la fata del dentino?». Gli unici adulti che si relazionano con gli alieni sono i soldati che, dal Kuwait alle strade di New York, agiscono per difendere l’uomo senza accorgersi che la loro esistenza è connaturata a quella degli Autobot, i robot protettori del nostro pianeta. Non è casuale infatti che i cattivi Deceptychons siano “incarnati” in mezzi militari come carri armati o black-Hawk, mentre i buoni Autobot siano la ri-produzione di mezzi comuni e persino banali: dal truck, alla Cadillac extra lusso per finire alla scalcinata Chevrolet Camaro, che appena può non esita a darsi una “riverniciata” come se fosse il più normale degli uomini.

I mezzi meccanici sono la vera minaccia ma, contemporaneamente e paradossalmente, sono pure l’unica fonte di salvezza. La storia di infatuazione e incontro tra Sam (Shia LaBeouf) e Mikaela (Megan Fox) è veicolata dalla Camaro, che ancora in incognito rispetto alla sua vera identità (quella del robot Bumble-Bee), funge da elemento di seduzione e da alcova improvvisata a causa della sua missione: quella di difendere e proteggere il giovane Sam custode del segreto che permetterà agli Autobot di sopravvivere. La decisione finale di Bumble-Bee di rimanere sulla terra è la giusta ricompensa per Sam e la conferma che l’automobile ha avuto la matrice rituale del passaggio dall’adolescenza all’età adulta, operando la trasformazione sulla giovane coppia. Il processo di cambiamento e di mutazione della forma, attraversa Transformers come un basso continuo e si innesta in ogni elemento cardine della vicenda: oltre ai robot, anche il “Cubo”, una sorta di oggetto-dio in grado sia di creare sia di distruggere, si trasforma nel finale come una scatola di Lemarchand per acquistare una nuova dimensione che grazie al sacrificio e alla morte di Megatron “dona” alla Terra una nuova alba.

L’epica della battaglia che nell’ultima mezz’ora si scatena tra le strade newyorkesi è alimentata dal mito biblico di Caino e Abele, fratelli-nemici che si combattono all’ultimo sangue per la conquista del potere. Questa volta è il cattivo a soccombere perché gli angeli megatronici che difendono la terra sono necessari alla sua evoluzione. «I terrestri sono una razza giovane, ma ho visto del buono in loro», con questa frase di Optimus Prime, Michael Bay consegna il film alla speranza e ad un futuro di spielberghiana bellezza.
In Transformers non c’è il culto dell’eroe americano, ma c’è la forte presenza di una presa di coscienza pacifica (e non pacifista), così come il sacrificio dell’eroe non è più necessario per salvare il mondo. Questo perché il film si muove sulle corde della favola proppiana, dove tra attante e opponente, è inevitabilmente quest’ultimo a soccombere. Michael Bay costruisce un film apparentemente superficiale e interessato all’enterteinement, ma in realtà opera una trasformazione dello spazio cinematografico costruendo una dimensione virtuale/reale (l’autostrada, la diga e il deserto) che si impone come unico set possibile per la realizzazione delle sue opere. Il cinema di Michael Bay costruisce architetture post-industriali fatte di lamiere, tubi metallici, ferro e tecnologia, dove la materia è dinamica e in Tranformers trova la giusta realizzazione nella mutazione continua degli oggetti, minaccia trans-tecnologica che “vive” tra le pareti domestiche, nelle strade sempre più trafficate e negli interstizi dell’esistenza umana.

Il regista sembra dire che: il nemico è tra noi, ma non siamo in grado di percepirlo a causa della sopravvalutazione che gli attribuiamo. Non a caso, quando ogni sistema di comunicazione è stato distrutto o neutralizzato, i protagonisti del film riescono a inviare ordini solo grazie al “vecchio” alfabeto Morse. Solo la vera essenza dell’uomo fatta di genialità e sentimento, è in grado di garantire la sopravvivenza e la riproduzione della specie: la tecnologia ha fallito e si è rivoltata, ora la liberazione passa per le giovani vite di due inconsapevoli uomini del domani. Sam e Mikaela non sono altro che il contro-campo carnale/emotivo della freddezza perfettibile del progresso. Nel passaggio da Bruckheimer a Spielberg, l’evoluzione del cinema di Michael Bay si è nutrita di questa contrapposizione tra campi opposti ma complementari ed è passata necessariamente dallo spettacolo alla favola, sostituendo all’estetica sterile di immagini folgoranti e di inusitata bellezza una concretezza e una padronanza della dimensione spazio-temporale e della macchina-cinema che solo la potenza del suo occhio futuribile è in grado di plasmare.

Fabrizio Fogliato

 

 

Transformers
Regia
: Michael Bay
Soggetto: Alex Kurtzman, Roberto Orci, John Rogers, Hasbro (modellino in azione)
Sceneggiatura: Alex Kurtzman, Roberto Orci
Fotografia: Mitchell Amundsen
Montaggio: Tom Muldoon, Paul Rubell, Glen Scantlebury
Effetti speciali: John Frazier
Musiche: Steve Jablonsky
Scenografia: Jeff Mann, Nigel Phelps
Costumi: Deborah Lynn Scott
Trucco: Elizabeth Hoel
Produttore: Ian Bryce, Tom De Santo, Lorenzo di Bonaventura, Don Murphy
Produttore esecutivo: Brian Goldner, Steven Spielberg, Mark Vahradian, Michael Bay
Interpreti: Shia LaBeouf (Sam Witwicky), Megan Fox (Mikhaela Banes), Josh Duhamel (Cap. Lennox), Rachael Taylor (Maggie Marconi), Tyrese Gibson (Epps), Jon Voight (Sgt. alla difesa Keller), Anthony Anderson (Glen), John Turturro (Ag. Simmons), Michael O’Neill (Banachek), Bernie Mac (Bobby Bolivia), Kevin Dunn (Ron Witwicky), Julie White (Judy Witwicky), Carlos Moreno Jr. (Manny), Amaury Nolasco (Fig Figueroa)
Casa di produzione: DreamWorks SKG, Paramount Pictures in collaborazione con Hasbro, Di Bonaventura Pictures, SprocketHeads, thinkfilm
Formato: 2,40:1
Paese: USA
Anno: 2007
Durata: 145′

 

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