Compliance > Craig Zobel

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Al Chickwich, fast food di una piccola cittadina degli Stati Uniti, la giornata inizia nel peggiore dei modi a causa di una serie di problemi. Il tasso di stress è già alto quando Sandra, la gerente, riceve una telefonata dalla polizia. Becky, una delle sue impiegate, è accusata di furto ai danni di un cliente. Sopraffatta dalle sue responsabilità imprenditoriali, Sandra esegue gli ordini dell’agente, trattenendo la ragazza per alcune ore in un crescendo di abusi.

È venerdì e Sandra, la gerente di un fast food di una piccola cittadina della provincia, affronta quella che sin dai suoi inizi si rivela una giornata difficile: in cucina il bacon è finito e il fornitore le dice chiaramente che non riuscirà a procuragliene in tempo per la serata, la più affollata di avventori della settimana. Inoltre, un impiegato ha dimenticato lo sportello del congelatore aperto, rendendo necessario il buttare via carne per un valore superiore ai mille dollari. È in questa situazione che Sandra riceve la telefonata di un uomo che si presenta come ufficiale di polizia impegnato in una missione e quindi impossibilitato a dare seguito personalmente alla denuncia di un cliente che afferma di essere stato derubato dal portafogli da una cassiera del fast food la cui descrizione corrisponde esattamente a quella di Becky. Da qui la richiesta a Sandra di fare le sue veci nell’indagine fino a quando sarà in grado di liberarsi prendendo la situazione in mano. Le richieste andranno in crescendo: dalla perquisizione della borsa dell’impiegata a quella corporea della donna stessa. E, non essendoci traccia del denaro, forse si dovrà procedere a misure più estreme.

La dicitura a inizio film, che precisa che si tratta di una storia accaduta realmente (per la cronaca: nel 2004, in un McDonald’s di Mt. Washington, Kentucky, a pochi chilometri da Louisville, la più grande città dello Stato), in questo caso è fondamentale per la fruizione e comprensione di quanto accade sullo schermo. Già, perché la storia è talmente assurda da far sollevare più di una riserva. Nella disavventura di Becky, giovane cassiera di un fast food che viene accusata telefonicamente di furto da un presunto poliziotto, c’è tutto il senso del cambiamento nei rapporti tra cittadini e autorità avvenuto negli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001.
Sarebbe però riduttivo limitare il discorso all’America post 11 settembre, fatti simili sono accaduti molto prima e altrove (vedi “Esperimento Milgram” a fondo pagina) e quindi il film ha l’ambizione di raccontare il lato oscuro dell’animo umano.

E così è proprio la fragilità dell’assunto – solo una tra le persone implicate, assente nella fase iniziale dei fatti, si fa venire in mente quanto sia assurdo in quanto sta accadendo – a diventare infine la sua forza trasformando quella che potrebbe superficialmente apparire come la trasposizione per lo schermo di una fragile leggenda metropolitana in un inquietante e disturbante studio sulla natura umana.

Sandra non è una donna cattiva o solita a usare certi metodi, è la sua disponibilità acritica ad asservirsi a quella che ritiene essere l’autorità a trasformarla in una persona pronta ad abdicare ai suoi valori etici. Ma anche la vittima appare come impotente di fronte all’autorità, tanto da non ribellarsi – se non inizialmente, e anche in questo caso timidamente – alle richieste sempre più mortificanti di Sandra. Non potrà che finire male, non tanto per le azioni quanto per il finale svelamento dell’assurdità dei comportamenti ai personaggi stessi.

Il regista e sceneggiatore Craig Zobel – alle spalle un paio di documentari e la commedia “Great World of Sound” nel 2007 – costruisce la storia come una pièce teatrale, basandosi essenzialmente su due ambienti – il fittizio fast food e la casa del molestatore telefonico – su fitti dialoghi e sull’azione frenetica all’interno del ristorante.

Usciti dalla sala sconvolti da quella che potrebbe essere facilmente giudicata come stupidità dei personaggi che reggono la storia, nonché un poco delusi da un finale didascalico che mira a chiudere la storia con spiegazioni non necessarie, ci si ritrova a pensare a quanto la strategia della paura, propagandata con un certo successo anche alle nostre latitudini da media e politica, possa ancora oggi generare mostri anche tra le persone più miti.
Un thriller politico nel senso ampio del termine.

La protagonista Dreama Walker, già co-protagonista della sitcom “Don’t Trust the Bitch in Apartment 23”, se la cava ottimamente nel ruolo di una ragazza sveglia e polemica che si ritrova vittima – a un certo punto asservita – di una vicenda la cui logica le sfugge sin dai primi momenti. Non le è da meno Ann Dowd, qualche ruolo al cinema e soprattutto molto teatro nel suo curriculum, che rende con grande efficacia il personaggio di Sandra nella sua cieca obbedienza che la trasforma da severa gerente a crudele quanto acritica aguzzina.

Presentato in prima mondiale al Sundance, “Compliance” ha sin dalla sua prima proiezione diviso il pubblico che ha non di rado rigettato il film arrivando addirittura a bollarlo insensatamente come pornografico.
“Compliance” era presente in concorso al 65. Festival internazionale del film di Locarno, dove ha ottenuto il terzo Premio assegnato dalla giuria dei giovani.

Roberto Rippa

Compliance
(USA/2012)
Regia, sceneggiatura: Craig Zobel
Musiche: Heather McIntosh
Fotografia: Adam Stone
Montaggio: Jane Rizzo
Casting: Kerry Barden, Paul Schnee
Scenografie: Matthew Munn
Interpreti principali: Ann Dowd, Dreama Walker, Pat Healy, Bill Camp, Philip Ettinger, James McCaffrey
90′

L’ESPERIMENTO MILGRAM

Nel 1961, lo psicologo statunitense Stanley Milgram condusse un esperimento che aveva come scopo quello di evidenziare il comportamento di alcune ignare persone di fronte a una presunta autorevole richiesta da parte di un’autorità.
L’esperimento nasceva dalla domanda relativa al comportamento di alcuni criminali di guerra nazisti che, sotto processo, avevano dichiarato di avere unicamente eseguito ordini impartiti dal ordine superiore gerarchico. Essenzialmente la stessa domanda cui Hannah Arendt risponde nel suo famosissimo libro “La banalità del male”.
L’esperimento consistette nel reclutare alcune persone convincendole a partecipare a uno studio sulla memoria. Le persone reclutate avevano il ruolo di “insegnante” e venivano accoppiate con un “allievo”, un complice nell’esperimento. Vennero poste alcune domande, e la risposta errata portava alla somministrazione di una scarica elettrica dalla potenza crescente, fino allo svenimento del complice, che in realtà non percepiva alcuna scossa.
Si dimostrò quanto, su esortazione del medico (l’autorità), gli ignari “insegnanti” fossero disposti a utilizzare scariche sicuramente mortali.
Malgrado le talvolta vibranti proteste degli “insegnanti”, un’alta percentuale tra loro si dimostrò obbediente agli ordini fino a conseguenze che nelle realtà sarebbero state estreme. Lo studio dimostrò come alcuni soggetti, confrontati con un’autorità, avessero perso la loro autonomia di giudizio e azione, arrivando a disattendere le loro convinzioni morali, trasformandosi in meri esecutori di ordini.
(fonte: Wikipedia)

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