El Sheita Elli Fat (Winter of Discontent) > Ibrahim El Batout

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Primavera d’inverno
recensione a cura di Leonardo Persia

El Sheita Elli Fat (Winter of Discontent)
regia di Ibrahim El Batout (Egitto/2012, 94′)
con: Amr Waked, Salah Al Hanafy, Farah Youssef



Venzia69 | Orizzonti


Una finestra che dà su un muro. Piante secche. La panoramica ascendente, foriera di viaggi verticali, cioè interiori, su un uomo steso a letto e circondato di oggetti tecnologici. Una stanza con due computer. Davanti alla finestra, l’uomo del letto bacia una donna: l’immagine sparisce e resta il muro. L’inizio, piano, con i segni della sconfitta e la tensione palpabile di un riscatto imminente e possibile, contiene già le tematiche del film. La metafora del muro collocato di fronte, l’amore perduto, un’esistenza appassita che tuttavia può di nuovo essere appassionata (espressa dai movimenti, lenti ma visibili, di quella macchina in salita su un corpo disteso e non assopito), gli interni collegati all’esterno grazie alla tecnologia.

Anche lo stile, ondivago, deprivato di raccordi e, come si vedrà, senza gerarchie dei personaggi, c’è tutto sin dall’inizio. Questa prima sequenza abbatte chiaramente il discrimine temporale a cui il film rinuncia, con una narrazione sospesa e mono tono. A parte la sparizione d’amore, barattata col muro, e chiaramente riferita al passato perché quello stesso muro apre (nel presente) il racconto, scopriremo che le piante sfiorite si riferiscono a un periodo, un paio d’anni prima, di uno dei tre protagonisti, Amir (Amr Waked), progettista di software, arrestato per attività sovversive e sottoposto, bendato, a torture sulle quali non ci si sofferma più di tanto. Squarcio sugli uffici della Sicurezza statale, presieduto dal funzionario Adel (Salah Al Hanafy): un labirinto di porte che conduce ai luoghi di tortura. Un anziano, costretto a bere liquidi e ingurgitare cibi, senza che possa far uso del bagno, costituisce la pars pro toto dei sovversivi oppressi. All’esterno, la madre di Amir cerca il figlio, arrestato senza che evidentemente ne sia stata data comunicazione ai familiari, e raccoglie qualche informazione in un clima di segretezza e umiliazione che dice molto, senza apparentemente dir nulla, sulla vita in Egitto sotto Mubarak. Al ritorno di lui a casa, le condoglianze dei vicini: la madre è morta.

Ellittico ed economo, Winter of Discontent, pur con il ricorso a didascalie cronologiche. Senza strepiti, povero di spruzzate docu. Scelta sorprendente se si pensa al precedente film di Ibrahim El Batout, Ein Shams (titolo internazionale: Eye of the Sun), ibridato con numerose immagini di repertorio, e considerati pure i trascorsi del regista come videoreporter nelle zone calde della storia. Anche Amir, con il quale l’autore probabilmente s’identifica, è stato in Bosnia. L’opera si concentra quindi sugli interni domestici «magri», perlustra quelle case oppressive dove in quei giorni non era possibile restare, come riferito, con straordinaria eloquenza, da un «giovane» sessantenne capitato davanti all’obiettivo dell’entusiasmante Tahrir di Stefano Savona. Questo film è l’assoluto opposto del bellissimo documentario italiano, anche se, come quello, girato a caldo, con la piazza de Il Cairo gremita di gente e il dittatore ancora in scena.

Adesso tutto (o quasi) resta fuoricampo. Voci dalla finestra, esterni di notte, corali ma non troppo, una sola immagine autentica della ormai celeberrima piazza Tahrir. Dall’alto, strapiena: commovente pezzo di storia. Il prosciugamento dei caratteri e del contesto rischia però di delocalizzare, se non banalizzare, la vicenda: una storia di oppressi e oppressori riferibile a qualsiasi dittatura del mondo. Oltretutto, quelle solitudini, quegli interni tristi con computer come quasi esclusivi interlocutori, omologherebbe l’inverno dello scontento arabo all’inferno anaffettivo occidentale. Una scelta voluta? Per dire di infelicità e tirannie global(i)? «Sapevamo di essere protagonisti di qualcosa di unico, la Rivoluzione in Egitto. E sapevamo che non saremmo stati capaci di spiegare tutto: per questo si è scelto di tenerci lontani dalla piazza, attenendoci a raccontare, in interni, storie personali».

Sterzata verso il winter che precede la Primavera, allora. Oppressione, dolore, sconforto, separazione dei corpi. «La nostra vita è stata spezzata, hanno abbattuto fede e amore per la vita. Abbiamo paura dei nostri figli, al punto da rinunciare al loro concepimento». Lo dirà Farah (Farah Youssef), la ragazza che bacia(va) Amir, terzo punto di vista della vicenda, dopo l’ex fidanzato e il funzionario cattivo. La paura l’ha resa giornalista di regime, allontanandola dall’uomo. Ma, durante la diretta sui fatti iniziati il 25 gennaio 2011, ritrova un sussulto di dignità. Dinanzi a una finta telefonata esterna (proveniente in realtà dallo stesso studio) tendente a gettare fango sui manifestanti e ad esaltare il lavoro della polizia, chiede all’interlocutore, che riferisce di trovarsi in piazza tra la folla, come mai non s’ode rumore o voce alcuna. Scandalo e costernazione dei colleghi. La macchina da presa panoramica lentamente indietro, mentre lei, con lo sguardo, procede ravveduta davanti allo specchio: immagine-coscienza. Scatto in avanti che è per la donna anche un ritorno ai giorni (probabilmente) indignati con Amir.

Qui il film si fa teorico. Il discorso di cui sopra viene rivolto allo spettatore. Diegeticamente, la giornalista sta invece parlando a una telecamera, per inserire clandestinamente la testimonianza in qualche anfratto tecnologico. Le riprese di un collega sono prima occultate (nello sguardo in macchina della donna), poi svelate (l’entrata in campo dell’operatore). La rivoluzione d’Egitto è passata attraverso Internet, sms, telefoni satellitari, tutto l’apparato moderno che il regista oppone a quello studio televisivo cialtrone, mistificatorio e spoglio. Più tardi, in piazza, spetta invece alla parola non più a distanza smascherare gli atti vandalici, l’assalto al museo orchestrato dal Potere. Quel Potere, si dice, che, senza batter ciglio, non esiterebbe a bruciare l’intero Paese, se volesse. Al dispositivo cinematografico, equiparato alla telecamera testimone d’accusa, viene insomma riattribuito il valore di medium moderno, strumento di verità. Procedere indietro per andare avanti. Amir e (è) il cinema. Sarà lui infatti a diffondere on line il messaggio di Farah. Decisione che lo riavvicina alla ragazza, e all’aguzzino di stato Adel, accesso infero alla rinascita. «Le storie personali del film non potevano che parlare di oppressioni, torture, con uomini fatti a pezzi, in un meccanismo che, nella sua crudeltà, ha però reso possibile questa rivoluzione».

Come nelle fiabe, perciò, il dominio dell’Orco e del sortilegio (le piante violate) provoca la segregazione di eroi e fanciulle. Dall’oscurità decadente immediatamente connaturata al lento risveglio, si passa al chiarore del mare, riservato, nelle immagini finali, a vittime e carnefici. Immancabile resoconto, sui titoli di coda, del numero delle vittime e nessuna conclusione «forte». L’Inverno/Inferno non è ancora un Paradiso. Soltanto una prima-vera, il preludio a un possibile riscatto. «Il popolo farà la scelta giusta, dategli tempo: il pulcino nascerà e potrà crescere e volare».

Leonardo Persia

 

 

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El Sheita Elli Fat (Winter of Discontent)
regia di Ibrahim El Batout (Egitto/2012, 94′)
con: Amr Waked, Salah Al Hanafy, Farah Youssef

 

VIDEO | Conferenza stampa del film El Sheita Elli Fat (Winter of Discontent), con il regista Ibrahim El Batout e gli attori-produttori Salah Al Hanafy e Amr Waked.

 

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