Last Days > Gus Van Sant

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Last Days
regia di Gus Van Sant (USA/2005)
recensione a cura di Fabrizio Fogliato

8 Aprile 1994, il cantante dei Nirvana, Kurt Cobain, si uccide con un colpo di fucile in bocca, nella villa al 171 di Lake Washington, a Seattle. Ha 27 anni. Last Days è il film con cui il regista Gus Van Sant chiude la sua trilogia sulla morte, iniziata nel 2002 con Gerry (inedito in Italia) e proseguita nel 2003 con Elephant. Come in Elephant (ispirato alla strage del 1999 della Colombine High School), anche in Last Days, un evento unico e reale viene traslato nel molteplice dell’immaginario mutandone i caratteri primari, cioè nomi e luoghi. Blake è solo apparentemente riconducibile alla figura del leader dei Nirvana, e lo è tramite il falso estetico della sua figura, cioè ad una maschera che nasconde “uno, nessuno, centomila”. Van Sant, in questa trilogia minimalista si preoccupa di riflettere sul “mistero” della morte e per fare ciò non può che rendere universali i suoi personaggi, riducendo lo spazio e il tempo al minimo indispensabile. I luoghi in cui si svolgono le tre storie (il deserto per Gerry, la scuola per Elephant, la villa per Last Days) sono non-luoghi metaforici: una sorta di limbo in cui si prepara e si consuma una tragedia.

La solitudine della morte attraversa come un basso continuo tutta la trilogia e mette in luce tutta l’impotenza di una società che non è più in grado di prendersi cura dei proprii figli. Una società, quella Americana, ma non solo, che fagocita emozioni e passioni e che pertanto “abbandona” il proprio futuro in una selva oscura senza speranza. Confrontando i tre film, si nota una totale assenza familiare. La famiglia, un tempo cardine e colonna portante su cui costruire la propria vita, venendo meno frantuma certezze e cristallizza le emozioni (tutto deve essere bruciato subito) e fa insorgere nei giovani quel senso di inadeguatezza che quando non viene avvertito da chi gli sta attorno, sedimenta e porta lentamente all’annullamento e quindi alla morte subita (Last Days) o agita (Elephant). Nella villa con Blake si “agitano” altri personaggi, che così come l’umanità varia e indifferente che va e viene dalla casa, non sembrano neanche accorgersi della sua inevitabile caduta. Un venditore di pubblicità non si sorprende nel vederlo “assente” con addosso una sottoveste, e continua a propinargli instancabilmente il suo prodotto. Nessuno, neanche i ragazzi che vivono con lui e che appaiono tanto fragili quanto spaesati, si preoccupa del suo permanente stato comatoso (Asia Argento si limita a sistemarlo contro la porta quando lo trova accasciato).

Last Days è l’autopsia di un suicidio. Il film non giudica, non prende posizione e neanche cerca di dare spiegazioni. L’opera di Gus Van Sant è altresì meritoria perché non racconta, ma osserva, il lento e inesorabile estinguersi di un “uomo qualunque”. In Last Days non c’è la musica dei Nirvana, l’unico brano che si sente è “Venus In Furs” dei Velvet Underground, oltre alla composizione “Death To Birth” dello stesso Michael Pitt. La cinepresa di Van Sant, “pedina” con lunghi piani-sequenza il silenzioso e solitario peregrinare di Blake. L’utilizzo del piano-sequenza, e quindi della continuità temporale, con cui il regista segue Blake nelle camminate nei boschi tra soliloqui sbalestrati e incomprensibili dove c’è tutto il dramma della depressione e il senso di annientamento di un ragazzo fragile e sensibile, viene alternato all’uso insistito del campo medio e dello zoom all’indietro, che invece frantumano il tempo e di conseguenza l’unicità del reale. Questa scelta permette a Van Sant di poter astrarre e di sospendere tutta la vicenda in un’atmosfera New-Age, come nella straordinaria sequenza in cui Blake suona uno dopo l’altro tutti gli strumenti e lo zoom lento della cinepresa si allontana da lui per inquadrare il fuori campo naturale, in cui si avvertono contemporaneamente il senso di morte imminente e la serenità finalmente raggiunta.

Dunque l’obiettivo del regista è quello di renderci testimoni del peso insostenibile della solitudine di un uomo che sceglie una strada senza ritorno (il bivio all’inizio del film?), ma che decide di farlo senza enfasi e forse… inconsapevolmente (la mancanza dello sparo?). In Last Days non ci sono risposte, ed è giusto cosi, perché la morte e qualcosa di talmente intimo che il nostro giudizio di “piccoli” uomini non può e non deve minimamente intaccare. Per questo motivo Van Sant non filma lo sparo, ma invece ci mostra il distaccarsi dall’anima dal corpo, perché il viaggio dell’uomo continua…

Fabrizio Fogliato

 

Last Days
Regia, sceneggiatura, montaggio: Gus Van Sant; Fotografia: Harris Savides; Musiche: Rodrigo Lopresti; Suono: Leslie Shatz; Scenografie: Tim Grimes; Costumi: Michelle Matland; Interpreti: Michael Pitt (Blake), Lukas Haas (Luke), Asia Argento (Asia), Scott Patrick Green (Scott), Nicole Vicius (Nicole), Ricky Jay (Detective), Ryan Orion(Donovan), Harmony Korine (ragazzo del club), Thadeus A. Thomas (uomo delle Pagine Gialle), Nicole Vicius, Rodrigo Lopresti, Kim Gordon, Adam Friberg, Andy Friberg, Thadeus A. Thomas, Chip Marks; Produttori: Jay Hernandez, Dany Wolf; Produzione: HBO Films, Meno Film Company, Picturehouse Entertainment, Pie Films Inc.; Distribuzione italiana: BIM; Paese: USA; Anno: 2005; Durata: 97′.

 

Last Days. recensione a cura di Alessio Galbiati

speciale GUS VAN SANT. Genio ribelle

 

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