CriticsBlob # Pieta by Kim Ki-duk

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Il vincitore del Leone d’oro per il miglior film della 69. Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia è il coreano Kim Ki-duk con il film Pieta (nelle sale italiane dal 14 settembre). Un risultato per certi versi inaspettato, vista la composizione della giuria (Michael Mann presidente non lasciava presagire il trionfo di un titolo così distante dal suo cinema), e vista la concorrenza serrata di un filmone (magari non riuscitissimo ma dotato di un cast sublime ed in forma) come The Master di Paul Thomas Anderson (Leone d’argento e migliore interpretazione maschile a Philip Seymour Hoffman, Joaquin Phoenix).
Dopo l’ottima accoglienza a Ferro 3 nel 2004, Venezia incorona Kim con un film durissimo capace di dare forma al suo credo cinema/vita espresso nel video-diario Arirang (2011). Un affetto ricambiato sul palco della premiazione da un canto (la canzone si intitola proprio ‘Arirang’) che entra di diritto nella storia della Mostra di Venezia.

Così Kim a proposito del suo film, e della vita: «Secondo me la vita è sadismo, autotortura e masochismo. Si torturano gli altri, siamo torturati e torturiamo noi stessi. Alla fine molti si accontentano dell’autotortura… Non c’è ragione per non odiare, detestare o non capire la vita umana. Ma anche così continuiamo a dimenticarcelo e, in un’ottica miope, abbiamo bisogno di tempo per guarire dal dolore, dall’odio e per perdonare. Perché vivere è così triste e deprimente, ogni giorno?».

Questa l’accoglienza della critica.

 

Pieta di Kim Ki-duk (Corea del Sud/2012, 104′)
con: Cho Min-soo, Lee Jung-jin

Ingaggiato dagli usurai, un uomo ne riscuote i crediti, minacciando senza pietà i debitori. Senza famiglia, e quindi con nulla da perdere, l’uomo spietato vive senza tenere in nessuna considerazione il dolore che provoca a moltissime persone. Un giorno, gli si presenta una donna sostenendo di essere sua madre. Egli dapprima la respinge con freddezza, ma piano piano la accetta e decide di abbandonare quel lavoro crudele per condurre una vita normale. Ma la madre viene rapita all’improvviso. Pensando che sia stato qualcuno a cui aveva fatto del male, cerca di rintracciare tutti coloro che aveva tormentato. Quando trova il colpevole, scopre terribili segreti che sarebbe stato meglio fossero rimasti tali.


 

Marco Triolo per Film.it: «La storia ruota intorno a Lee Kang-do (Lee Jung-jin), un uomo che vive in un quartiere povero di Seoul, dove riscuote a modo suo i debiti per conto della malavita. Un giorno, incontra una donna (Cho Min-soo) che dice di essere sua madre: inizialmente la rifiuta, ma poi la accoglie nella sua vita e inizia un processo di redenzione che sembra arrestarsi bruscamente quando lei scompare. Dire di più vorrebbe dire rovinare il film, perché la storia è ben più complessa di così.
Pietà sembra inizialmente un titolo antitetico rispetto a quello che Kim mostra nel film, ovvero un protagonista che di pietà non ne ha nemmeno l’ombra, mentre storpia le sue vittime per incassare i soldi delle loro assicurazioni. Ma l’intervento di questa figura materna rimette tutto in discussione e costringe Kang-do ad affrontare questioni morali che prima aveva rimosso. La pietà è quello che lo spinge a lasciarsi la violenza alle spalle, la pietà si insinua nella mente di uno dei personaggi nel momento in cui deve prendere una decisione cruciale. “Pietà”, però, è anche quello che le vittime di Kang-do implorano prima di essere da lui brutalizzati».

 

Sergio Sozzo per Sentieri Selvaggi: «Restringere la distanza dagli elementi messi in scena "sporcando" l’immagine fa però il paio con un’altra delle “nuove” ossessioni di Kim Ki-duk, che già in Arirang si mostrava magneticamente attratto dai macchinari meccanici (la macchina per il caffè smontata e rimontata con attenzione maniacale…), e che qui rinchiude buona parte del film in oscure e sudice botteghe di artigiani e operai in qualche modo “divorati” dai propri stessi dispositivi automatici, che spezzano e staccano mani, braccia, gambe…
La struttura apertamente allegorica sull’omicidio di tutta una classe della società coreana, esplicitamente dichiarata dalla sequenza in cui il protagonista guarda lo skyline della città e il quartiere di baracche di lamiera destinato a sparire per far posto agli ennesimi grattacieli, diventa il limite più pesante e asfissiante di un film malauguratamente tra i meno riusciti di Kim Ki-duk, che non riesce a far vibrare – se non nel balenio tremolante e effimero di alcuni fulgidi istanti – il rapporto tra la madre ritrovata e il protagonista.
Il film si chiude così nella formula con programmatico crescendo di angherie intollerabili e rovesciamento a sorpresa, molto familiare al cosiddetto cinema “estremo” coreano, come se il regista fosse alla ricerca di una nuova generazione di spettatori ora che il suo ritorno sulle scene pare definitivo (anche se il riferimento che ci sembra più vicino non viene dall’immaginario della Corea, ma dall’ugualmente irrisolto Dream Home di Pang Ho-Cheung, pure incentrato sulle Macchine che distrussero Hong Kong, e con una sequenza di “epifania da skyline” sostanzialmente gemella a quella di Pieta)».

 

 

Cristina Battoclettii per Il Sole 24 Ore: «Il titolo del nuovo film di Kim Ki-duk, "Pietà", in concorso alla 69esima Mostra del cinema di Venezia, è stato ispirato proprio dalla statua michelangiolesca da cui il regista coreano era stato stregato in una delle sue visite al Vaticano. Quell’abbraccio amoroso tra la madre e il figlio crocifisso hanno significato per Kim Ki-duk una tensione ideale verso la gente oggi oppressa dalla crisi generata dal capitalismo esasperato. Così è nata "Pietà", storia di un giovane malvivente, Kang-do (Lee Jung-jin), che riscuote, per conto di uno strozzino, debiti a piccoli artigiani, proprietari di officine meccaniche in estinzione, soffocate dai colossi industriali».

 

Massimo Padoin per Mediacritica: «Pietà mette al centro una violenza regolata dalla supremazia fisica rispettata e attuata gerarchicamente fino al più debole, dove l’animale diviene simbolo per eccellenza di una società che continua a sfruttare se stessa. La resa scenografica degli spazi diventa la cifra stilistica per eccellenza nel rendere il dolore fisico di un degrado esistenziale, non sono solo i vicoli nei quali si muovono i protagonisti a immergere lo spettatore in un mondo privo di sguardi liberi e sempre legati a un grigiore esistenziale impossibile da abbandonare. Sono prima di tutto gli ambienti (le metalliche saracinesche sono prigioni di dolore) e gli strumenti di lavoro (con le loro presse e tagliole) a emanare costantemente una sensazione di dolore fisico, e provocato dalle lunghe sequenze che precedono le azioni di violenza del protagonista».

 

 

Camille Brunel per Independencia: «La Pietà de Kim Ki Duk en est bien une, à ceci près que son Christ est un truand spécialisé dans la mutilation des mauvais payeurs, qu’une inconnue vient recueillir alors qu’il ne vit plus, allongé dans son lit à se masturber, presque mort – elle affirme être sa mère. Le film suit la cohabitation qui s’établit entre un monstre de violence et celle qui lui réapprend le charme de vivre et de communiquer. D’une inébranlable impassibilité de dépressif au début, le personnage principal se laisse peu à peu gagner par la faiblesse. Le ton général, en revanche, reste totalement neutre : seule l’image, très belle, semble tendre vers l’émotion. On pense à L’Etranger de Camus, aux textes secs et denses de Régis Jauffret : plonger le spectateur dans un malaise dû à l’enchaînement mécanique des horreurs. J’en retiens deux scènes. Dans la première, le Christ viole sa mère. Une sorte d’excitation gagne la caméra, qui cadre de très près et ne sait pas vraiment où regarder, zoome, dézoome, passe du visage de la victime à celui de l’agresseur, dans une excitation qui épouse alors le cynisme absolu de la scène. Dans la seconde, merveille d’humour noir, un mauvais payeur calcule qu’il sera plus avantageux pour lui de se faire couper les deux mains, car l’assurance lui rapportera plus et que son fils mérite de recevoir le plus d’argent possible. Il insiste cependant pour jouer une dernière fois de sa guitare. Son bourreau le regarde faire sans bouger. Puis il repose la guitare, replace ses mains sous la hache ; « allons-y ». Le pessimisme de Kim Ki Duk est célèbre. Il contribue cette fois à établir l’atmosphère d’un film flottant, traçant une trajectoire partant de la violence, s’avançant vers l’amour et la faiblesse pour s’achever avec un finale d’un triomphant sadisme. Une pietà où Marie attendrait que son fils ressuscite pour mieux lui arracher le cœur, sans qu’on sache s’il s’agit d’une vengeance ou d’une ablation. Portrait d’un monde où l’on ignore si l’on vous crucifie pour votre bien, ou par cruauté pure».

 

Todd Brown per Twitch: «Throughout his career, Korean auteur Kim Ki-duk has been a director known to explore the extreme poles of human experience. The divide in his work, in the style and content of one film to the next, is often so sharp that it is hard to believe that they are the works of the same man. At one extreme there are films marked by a harsh nihilism, pictures driven by anger and degradation. And at the other end there are contemplative, peaceful works – films that, while they acknowledge that the world is a dark place, find beauty and hope in human fragility.
With his eighteenth film, Pieta, Kim attempts something new. He fuses the poles together. But make no mistake, there is no middle ground to be found here, the extremes in no way cancel one another out; instead, both live in a sort of uneasy balance».

 

 

Noel Murray & Scott Tobias per AV Club: «For a stretch in the mid-‘00s, Kim Ki-duk rattled off a few great or near-great films – Spring, Summer, Fall, Winter… And Spring, 3-Iron, and Time, specifically – that signaled a maturing style, a willingness to temper the sexual provocation of earlier efforts like The Isle and Bad Guy with a more measured and curious take on human relationships. But Pieta feels like a step backwards, a crude tale of revenge that plays like A Christmas Carol if Scrooge was a young debt collector who crippled deadbeat machinists for the insurance money and a mysterious older woman claiming to be his mother was The Ghost Of Beatings Past. Lee Jung-jin stars as the collector, an orphaned sadist who initially greets his “mother” (Cho Min-soo) with hostility and brutality until he’s worn down by her commitment to him. (She even gives one of his debtors a few extra kicks in the ribs, just to build that sense of esprit d’corps.) The film gains some momentum once Lee starts to warm to her a little and, in doing so, gets a new perspective on the poor folks whose lives he’d ruined over a couple thousand bucks. But there’s significantly less to this scenario that meets the eye—and what meets the eye, incidentally, is the kind of muddy digital photography that died with Dogme 95. Somebody fetch Kim a decent camera, please».

 

Deborah Young per The Hollywood Reporter: Pulling out of his creative tailspin that stretched from Arirang through last year’s self-produced Amen, Korean festival favorite Kim Ki-duk is back in fighting form in Pieta, an intense and, for the first hour, sickeningly violent film that unexpectedly segues into a moving psychological study. Though the appreciable ending will be what festival juries remember when the prizes are being handed out – and female lead Cho Min-soo is bound to be a contender at Venice – it’s not an exaggeration to say there’s not a single pleasant moment in the film’s first half, and most Western audiences are going to find this very tough going. The Venice press screening elicited extremely mixed reactions.
Still, the boldness of the way the writer-director-editor twists Asian horror conventions to his own purposes gives a sort of retrospective justification to the vision of extreme human ugliness and degradation that opens the film. Blank-faced young Kang-do (Lee Jung-jin) is the collector for a loan shark; his method is to make his victims sign an insurance policy that guarantees them money should they become disabled at work. When they don’t make their payments, Kang-do chops off their hands or crushes them in machines, or throws them off empty buildings to cripple them and collect the insurance money. Though the worst takes place offscreen, the mutilation scenes have a realism that makes them almost impossible to watch».

 

 

Fonti: Film.it | Sentieri Selvaggi | Il Sole 24 Ore | Mediacritica | Independencia | Twitch | AV Club | The Hollywood Reporter

 

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