Yema (Mother) > Djamila Sahraoui

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+

Algeria, pallida Madre
recensione a cura di Leonardo Persia

Yema (Mother)
regia di Djamila Sahraoui (Algeria-Francia/2012, 90′)
con: Djamila Sahraoui, Samir Yahia, Ali Zarif



Venzia69 | Orizzonti


Ancora una donna in movimento nel secondo film fiction di Djamila Sahraoui. L’on the road delle due donne di Barakat! (2006), premi a Berlino e a Ouagadougou, è stavolta un viluppo di stati d’animo in progress, concentrato tutto nello sguardo, addolorato, fiero, risoluto, indignato, annichilito, forte, umiliato, vindice, della protagonista di Yema. Ouardia, la madre. Incarnata dalla stessa regista, frammento di manifestazione nel tempo, con interiorizzazione emotiva, toccante e trattenuta, da tragedia greca. Senza urlare, grida barakat (basta!) anche lei, sotto l’al(e)a impassibile di un paesaggio aperto ma spoglio, luminoso ma oscuro: l’Algeria bella e lacerata, estensione geografica della mater dolorosa. L’Algeria, pallida matria, teatro aperto di echi sanguinosi, ye(r)ma-deserto sterile.

Un ritmo lento e solenne scandisce la tumulazione di Tarik, il figlio. La madre scava la fossa con le sue stesse mani, in silenzio. Un giovane (Samir Yahia), col fucile imbracciato, imbronciato, la rimprovera di svolgere un compito da uomo. «Sei cristiana o musulmana?». Lei continua, senza scomporsi, oppone soltanto un atteggiamento non di sfida, ma di difesa. Difesa di quel corpo dal ventre squarciato, che per un’intera notte ha gridato, le viscere esposte, supplicando aiuto. Mentre lei vegliava, impotente, notte terribile di avvento e predizioni. Nessuno oserà toccarlo da morto. Nessuno le impedirà di compiere la sepoltura, crudele reverse del parto.

Necessità contro la legge, come dicono in Maghreb. Gesto alla Antigone, ius morale versus diritto positivo o divino o folle che sia. Norma da cui ha origine l’assurdo legalismo che ha spinto il mondo arabo verso furori pseudo-sacri, scatenamenato di fanatismi kamikaze. L’altro figlio, Ali (Ali Zarif), ne è completamente invaso. Sostenitore omicida di una delle tante fazioni fondamentaliste islamiche, non sappiamo quale: ma non importa. Il film non rivela neppure se Ali abbia ucciso Tarik, come crede la madre, anche se il figlio nega. E’importante la vanità di quell’ombra vergognosa. Un fratello contro l’altro armato, metafora dell’Algeria, sopraffatta dall’amore, che dichiara guerra a sé stessa: replica «di Eteocle e Polinice che si uccisero per amore di Tebe».

Il film procede sospeso, spiegando a gradi quel paesaggio arido, la rabbia di Ali, l’odio e l’amore della madre, nutrice di terra, sorvegliata da quel giovane armato, privo di braccio, perduto, come sapremo attraverso i flashback verbali dei dialoghi, durante una cerimonia nuziale con esplosione. Il matrimonio di Tarik. La sposa destinata a lui infiamma Ali, che irrompe durante la festa, la prende con sé, non sappiamo se consenziente. Della sposa non si dice nulla, non la vediamo. E’ come cancellarne i diritti, sottolinearne l’invisibilità. Tocco femminista di un’autrice che intende invece spegnere le pseudo motivazioni della violenza, degli odi, anch’essi celati. Pur in quella profondità di campo, in quel chiarore western che non risparmia alcun dettaglio visivo di aridità, di bellezza incolta. Un maschile dominante, brullo per mancanza del sostentamento materno, muliebre. Il tempo del film ne ricrea il ritmo lento, la percezione d’isolamento, la crudeltà sottopelle. Paesaggio incompleto.

Il tempo che, cancellata la luna, ha cessato di scorrere, perduto sotto una forza distruttiva. I semi della potenzialità, di spirito e materia di nuovo fecondi, sono lì presenti, nella yema(njá) genitrice universale. Quella casa sperduta in cui è rifugiata diventa l’onfalo, il centro del cosmo. Il tempo si fa agricolo, tempo di attesa. Non succede nulla, invece accade tutto. Degli atti inconsulti si mostrano solo le conseguenze. Il ritmo delle azioni eclatanti (il rapimento, l’uccisione, la guerriglia, la morte) è spostato fuoricampo, messo a tacere. Persino l’arrivo di due guardie viene neutralizzato da quel luogo (in)certo, dalla risposta di pietra della madre. Gli scatti verbali, le lacrime, il furore compulsivo dei gesti, gli sguardi, le parole sputate o sfuggite ne ricordano l’intonazione oscurata. Siamo in una tragedia, non in un melodramma. Il fato, implacabile, è il nemico.

A lottare contro di esso, senza forze, la madre, regina dei morti. Il lavoro sulla terra è lo scavo dentro di sé. Viscere da ricoltivare, scatti di vita, in opposizione alla legge funerea della lacerazione, della ferita che non rimargina, della terra spezzata, incompresa. A poco a poco, i campi, irrigati, fertilizzano. Le mani affondano nell’acqua, nella fanghiglia terrea, si fluidificano persino i rancori. Il potere lunare dell’acqua induce un sorriso, timido ma significativo, che invade lo schermo e il sorvegliante senza braccio. E’ l’inizio di un altro ciclo, materializzato in un neonato, figlio di Tarik, legittimo sposo. Di fatto appartenente ad Ali, illegittimo coniuge. Una nascita simbolica, simbolicamente collegata, ancora, a quel sacrilego conflitto. Figlio di entrambi i fratelli. Misto di vitalità e morte, orrore del maschile pervicace. La stessa cocciuta mescolanza che al femminile ingenera invece un riscatto.

Ouardia custodisce, osserva, lotta. Mente, adoperando le risorse dell’inganno, riscrive la sorte, medita. Ama odiando, odia amando. Sottrae la morfina ad Ali ferito e sofferente, solo per alleviargli meglio le ferite, in un momento più opportuno. E anche per pura, altera vendetta. Amorosa punizione. intrapresa per ridare al figlio il gusto represso del vivere, per trasformare la sua desolazione interiore in un ritorno alla rivelazione di pace. Lui continua a negare il fratricidio, lei si ostina a negare il perdono: schermaglie di morte e resurrezione.

Intanto, nell’albero sotto il quale Ali ripara, eterno tree of life, o contro il quale urina, soffre, ripercepisce il sollievo, risorge la Grande Madre, la vita con-ferita. Il riparo della casupola diventa il luogo di incontro, iniziazione a una seconda nascita. La forza, la nobiltà, l’integrità, l’incorruttibilità di quella madre diventa l’universale, il centro del cuore. La pulsazione di uno spirito guida, a cui l’autrice fa riassorbire gli opposti, celebrandone il simbolo della cecità preveggente dell’amore terreno.

Djamila Sahraoui non dimentica però che le regole della tragedia esigono il sangue, il dolore ontologico. Sono le stesse regole del mondo, la lotta è impari. Dietro il rinnovamento, il riavvicinamento, il re-inizio liquido (e per il Corano ogni essere vivente emerge dall’acqua), dietro uno splendore possibile, il capro è nuovamente pronto a cantare. Le lacrime a irrigare la terra.

Leonardo Persia

 

 

* * *

 

Yema (Mother)
regia di Djamila Sahraoui (Algeria-Francia/2012, 90′)
con: Djamila Sahraoui, Samir Yahia, Ali Zarif

Sinossi
Una casupola abbandonata nella campagna algerina. Ouardia ha sepolto qui il figlio Tarik, un soldato forse ucciso dal fratello Ali che è a capo di un gruppo islamista. È sorvegliata da uno degli uomini di Ali che ha perso un braccio in un’esplosione. In questo universo teso, carico di dolore e indebolito dalla siccità, la vita si impone nuovamente un po’ alla volta. Grazie al giardino che Ouardia fa rinascere a forza di coraggio, lavoro e testardaggine. Grazie al sorvegliante, anch’egli una vittima, alla fine adottato da Ouardia. Grazie soprattutto all’arrivo del figlio di Malia, una donna amata dai due fratelli e morta di parto. Ma Ouardia non è giunta ancora al termine delle sue sofferenze. Ali, il figlio maledetto, ritorna gravemente ferito.

Commento del regista
Yema è una tragedia greca nell’Algeria in guerra con se stessa. È la storia di una donna che vuol vivere malgrado gli altri, che deve vivere malgrado se stessa. Lacerata dal dolore ed ebbra di odio. Ouardia è come se fosse morta due volte. Come continuare a vivere nonostante la violenza dl mondo, la violenza del destino? Cosa fare quando i figli si uccidono, per amore, ovviamente? Tarik e Ali amano la stessa donna, la stessa madre, la stessa nazione. E quell’amore scatena disgrazie a non finire. Allo stesso modo di Eteocle e Polinice che si uccisero per amore di Tebe. Ouardia parla poco, quasi per niente. Agisce. Contro il corso del tempo, per sopravvivere. E contro la natura, anch’essa un personaggio del film. Inizialmente, è una natura arida, secca, infertile, ma poi cerca di rinascere. Più esattamente, è Ouardia che la fa rinascere lavorando la terra fino a essere esausta. Un neonato (figlio dei suoi figli) è il fragile legame di Ouardia con il futuro, con la speranza.

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+