The Blues Brothers > John Landis

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The Blues Brothers
regia di John Landis (USA/1980)
recensione a cura di Fabrizio Fogliato

 

The Blues Brothers è un film fatto di corpi e musica. Musica intesa come sogno ribelle, anarchico e fuori da ogni schema. Il corpo di Jake (John Belushi) è un insieme di note armoniose e vitali che percorre tutta la pellicola, una carica di energia libera e incontrollata. Il rhythm and blues, spina dorsale del film, rappresenta la passione insita in ogni uomo. Passione che è “luce” e che quindi è capace di dare un senso alla vita. «Siamo in missione per conto di Dio» è il leitmotiv di Elwood (Dan Aykroyd) per giustificare ogni scelta dei due fratelli, e i cinquemila dollari che devono essere recuperati per impedire la chiusura dell’orfanotrofio dove Jake e Elwood sono cresciuti, sono la “giusta causa” per giustificare ogni azione. L’iperbole demenziale su cui è costruito il film dà forma a soluzioni eccessive e assurde (la fidanzata di Jake che attenta in modo esponenziale alla vita del proprio compagno, l’incredibile inseguimento finale, la presenza dei neo-nazisti) che però, nel contesto sopra le righe creato da Landis appaiono del tutto naturali.

 

I momenti musicali, da Gimme Some Lovin’ a Everybody Needs Somebody To Love, passando per Minnie the Moocher interpretata dallo stesso Cab Calloway, sono momenti onirici, dove Landis sembra voler materializzare i sogni sotto forma di musical. La chiesa, il fast-food, il negozio di strumenti musicali (gestito da uno strepitoso Ray Charles) sono luoghi di vita quotidiana e abitudinaria. Lo stravolgimento operato da Landis consiste nell’utilizzare Belushi&Aykroyd come “corpi estranei” alla normalità che, con la loro saggia indifferenza verso tutto ciò che è formalismo, diventano il grimaldello per scassinare le sovrastrutture sociali e quindi per spingere la massa a dare sfogo alla fantasia e all’energia represse e incanalate in consolidati ruoli sociali. The Blues Brothers è anche un inno all’amore («Tutti abbiamo bisogno di qualcuno da amare» dice Elwood sui titoli di coda), dove malinconicamente John Landis sembra voler rivolgere lo sguardo indietro: alla libertà degli anni ’60 e al flower-power, consapevole ormai, dopo il riflusso dei seventies, che è in atto un cambiamento irreversibile.

 


 



Quando esce il film siamo nel 1980, l’inizio del decennio in cui trionferanno rampantismo ed edonismo, e dove il culto del denaro stravolgerà l’intera società. Landis l’ha capito e ci consegna, a testamento di un’epoca, questo disarmante ritratto di vita semplice, e denso di valori: l’amicizia è imprescindibile, il denaro serve per fare del bene e la musica, e più in generale la passione, sono gli unici sogni ancora possibili per fuggire alle costrizioni formali di una società che sta cominciando a chiudersi su se stessa e ad auto-divorarsi. Una società che, rinunciando alla libertà e al divertimento, diventa parodia di se stessa. Tre anni dopo, Landis brucerà la sua rabbia per questo cambiamento, in Trading Places (Una poltrona per due, 1983) caustico ritratto in chiave di screwball comedy di un tronfio triennio reganiano.

 


È per questo motivo che Landis, come già nel precedente National Lampoon’s Animal House (Animal House, 1978), sceglie il genere demenziale e la fisicità estrema di John Belushi, perché vicende come quelle dei Blues Brothers possono vivere solo in una dimensione irreale. Sotto la superficie del puro divertimento si nasconde uno sguardo nostalgico e malinconico, dove chiudendo gli occhi i sogni prendono forma sotto la spinta delle canzoni, ma quando si riaprono, si torna nel grigiore del quotidiano (non a caso Elwood e Jake indossano sempre gli occhiali neri, per rimanere ancorati al passato e per non vedere il futuro che attende loro e la società). Il film si apre e si chiude all’interno di una prigione. The Blues Brothers è quindi l’ora d’aria concessa alla società per disintossicarsi dai propri orrori. Sbeffeggiando cowboys, neonazisti, sceriffi e qualsiasi altra forma di autorità (perfino la blues-mobile è una vecchia macchina della polizia venduta all’asta) Landis mette il dito nella piaga: coloro che limitano la libertà e l’espressività dell’uomo non possono che essere rappresentati da caricature grottesche e incapaci. Forse è per questo motivo che il film, grazie alla sua apparente ingenuità bilanciata da una carica emotiva straordinaria, è diventato col tempo un fenomeno di costume, perché ci fa sentire liberi e in pace con il mondo, ancora in grado di sognare.

 


Fabrizio Fogliato

 


The Blues Brothers

Regia: John Landis
Soggetto, sceneggiatura: John Landis, Dan Aykroyd
Fotografia: Stephen M. Katz
Montaggio: George Folsey Jr.
Musiche: Aa. Vv.
Musica / conduzione-supervisione: Ira Newborn
Musica / montaggio: John Strauss
Scenografia: Hal Gausman, Leslie McCarthy-Frankenheimer
Casting: Michael Chinich
Production Design: John J. Lloyd
Art Direction: Henry Larrecq
Costumi: Deborah Nadoolman
Stunt: James E. Allard, John Ashby, Bobby Bass, Pamela Bebermeyer, Ray Bickel, Clay Boss, May Boss, Steve Boyum, Janet Brady, Greg Brickman, Layne Britton, Jophery C. Brown, Uncle Bud, Blair Burrows, Gilbert B. Combs, Bill Couch, Jean Coulter, Carol Daniels, Jadie David, Eddy Donno, Champ Donut, Bud Ekins, Kenny Endoso, Gary Epper, Jeannie Epper, Richard Epper, Stephanie Epper, Leonard P. Geer, Kidd Gilbert, Mickey Gilbert, James M. Halty, Chuck Hayward, Freddie Hice, Johnny Hock, Chuck Hollum, Tommy J. Huff, Dean Jeffries, Harold Jones, Jumbo, Whiz Kid, Walt La Rue, Terrible Leon, Terry Leonard, Gary McLarty, Gary McLarty, Karen McLarty, Bennie Moore, Stevie Myers, Kitty O’Neil, Alan Oliney, Brad Orrison, Mark Orrison, Victor Paul, Jonathan Pendragon, David Perna, Charlie Picerni, Lee Pulford, J.N. Roberts, R.A. Rondell, Wally Rose, Tanya Russell, Sharon Schaffer, Bill Sherman, Jan Michael Shultz, John Sistrunk, Peter Stader, Tom Steele, Joe Stone, Huff N. Stuff, Bob Terhune, Sammy Thurman, Casey Van Horn, Bud Walls, Ethan Wayne, James E. Wayne, Brian Whitley, Karl A. Wickman, Walter Wyatt, Dick Ziker, Steven Burnett, Eddy Donno, Scott Hamilton, Tommy J. Huff
Produttore: Robert K. Weiss
Interpreti: John Belushi (Jake "Joliet" Blues), Dan Aykroyd (Elwood Blues), James Brown (reverendo Cleophus James), Cab Calloway (Curtis), Ray Charles (Ray), Aretha Franklin (moglie di Matt Murphy), Matt Murphy (Matt "Guitar" Murphy), Steve Cropper (Steve "The Colonel" Cropper), Donald Dunn (Donald "Duck" Dunn), Murphy Dunne (Murph), Willie Hall (Willie "Too Big" Hall), Tom Malone (Tom "Bones" Malone), Lou Marini (Lou "Blue" Marini), Alan Rubin (Mr. Fabulous), Carrie Fisher (ex-fidanzata di Jake), Henry Gibson (capo dei nazisti dell’Illinois), Eugene J. Anthony (Gruppenführer), John Candy (Burton Mercer), Kathleen Freeman (Mary Stigmata), Steve Lawrence (Maury Sline), Twiggy, Jeff Morris, Charles Napier), John Lee Hooker (Slim), Frank Oz: ufficiale del carcere), John Landis (Trooper La Fong), Steven Spielberg, Joe Walsh
Case di produzione: Universal Pictures
Rapporto: 1.33 : 1
Paese: USA
Anno: 1980
Durata: 133′ / 148′

 

 

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