Report // Venezia 69 sembra il titolo di un film di Tinto Brass

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Venezia 69 sembra il titolo di un film di Tinto Brass
Michele Salvezza alla 69. Mostra Internazionale d’Arte cinematografica (2012)

 

Venezia 69 sembra il titolo di un film di Tinto Brass. Uno di quelli parlati in veneziano stretto, dove le donnine fanno di tutto per attirare l’attenzione sollevandosi la gonna davanti al primo che passa e i maschietti, vestiti con magliette a righe orizzontali, gonfiano il petto pontificando manco fossero …

 

Con indosso la mia maglietta a righe, tirato un lungo respiro, mi sono tuffato nella mischia con la gioia di chi poteva rispondere, «Mi c’hanno mandato», a coloro i quali chiedevano conto della mia presenza.

 

Venezia 69 si annunciava come una mostra in tono minore ma mai avrei pensato di ritrovarmi in qualcosa che somigliasse tanto ad un villaggio vacanze. C’era la zona mensa, i discorsi da spiaggia, pessima musica filo diffusa, il piano bar (la sera) e i gadget scadenti.

 

 

Nonostante tutto, dover correre da una sala all’altra resta la migliore scusa per defilarsi da una conversazione imbarazzante sul film appena visto, nella quale il commento più gettonato resta: «Fatto bene», che ha surclassato lo stagionato: «Girato bene».

 

Tutti cercano disperatamente di dare l’impressione di essere al Lido per un motivo fondamentale.
Poi ci sono quelli che cercano d’intrufolarsi alle proiezioni per la stampa, pur non avendone il diritto, finendo vittime di furibondi giornalisti rivendicanti il diritto di poter scrivere per primi dei film, come se interessasse davvero a qualcuno cosa pensano.

 

Diciamolo chiaramente, scrivere le proprie opinioni su un film è superfluo. Inutile sarebbe già accettabile.
Nessun film richiede una sola parola in più (oltre la sua visione) che si tratti di un capolavoro o di un film della Comencini (che equivale -273,15c°).
Solitamente le recensioni constano di una prima parte riempita con la trama del film (pratica inutile, offensiva e non richiesta) e una seconda nella quale lo scrivente, attraverso un florilegio di frasi ad effetto, cerca di convincere il lettore dell’utilità di quanto appena letto.

 

Allora perché continuare a farlo?

 

Le opinioni sui film sono come le mutande, ognuno ha le proprie e prova schifo per quelle altrui, se escludiamo i feticisti. Ed è per loro che si deve continuare a scrivere.
Assecondare una perversione è un atto dovuto.

 

E a proposito di perversione, quando ti capita davanti il “regista” noto per i suoi film di denuncia del fenomeno della prostituzione minorile accompagnato da una bambina vestita da donna, capisci che sei nel posto giusto al momento giusto.

 

Essere alla Mostra del Cinema è bello. Ti senti deresponsabilizzato, non hai altro compito che quello di assistere al maggior numero di proiezioni. Io sono andato poco oltre le 50, soffrendo spesso come un cane a causa dell’aria condizionata che ha rischiato più volte di ibernare quelli che come me sedevano nelle prime file.

 

Ho trovato gustoso anche il fatto che gli “autori” fossero relegati in una struttura adiacente la mostra chiamata “La Pagoda” che fa subito mercante in fiera. Non ho mai trovato il coraggio di varcare quella soglia, nonostante pare servissero ottimi cocktail.

 

Veniamo al dunque.

 

 

Il livello dei film selezionati per il concorso principale mi è parso mediamente basso, nonostante i nomi lasciassero presagire ben altro, e non a caso le pellicole migliori recavano la firma di (pressoché) sconosciuti registi.

 

Segue schematico riepilogo (approfondirò in seguito):

 

Après Mai | Idee rivoluzionarie richiedono un linguaggio rivoluzionario oppure un linguaggio rivoluzionare terrorizzerebbe la classe operaia? Assayas fa la domanda giusta ma non riesce a dare una risposta, qualunque essa sia. Lo rivedrei? Sì, ma magari al contrario.

 

At any price | The american way of death. Il sogno americano è una truffa. Uno dei film che ha ricevuto il più alto numero di «Ben fatto», segno che non lascia il segno nonostante si lasci guardare gradevolmente. Lo rivedrei? No (ma solo perché non ho tempo da perdere).

 

Bella Addormentata | Fatico a scrivere di questo film fingendo che non sia di Bellocchio, ma ammetto che quando qualcuno ha tirato fuori l’aggettivo “provinciale”, dentro di me ho sentito distintamente «Fuochino!». Lo rivedrei? Sì (Solo perché si tratta di Bellocchio).

 

Izmena (Betrayal) | Si parla di corna. Un dramma borghese direttamente dalla madre Russia, direi che è davvero troppo. Lo rivedrei? No, è successo solo una volta, lo giuro.

 

La cinquième saison | Una boccata d’aria fredda rende più sopportabile anche la fine, nonostante l’aggettivo più ricorrente sia «fiammingo». Nutrimento per gli occhi e per le orecchie. Film da Leone D’oro. Lo rivedrei? Fino alla fine del mondo.

 

È stato il figlio | Bello ma non balla. La sceneggiatura ingabbia il talento visivo di Ciprì nonostante il titolo ne denunci l’inutilità, a tratti ho avuto l’impressione che avesse il freno a mano tirato. Lo rivedrei? Sì, sono recidivo.

 

 

Lemale Et Ha’Chalal (Fill the Void) | Scene da un mercimonio. Solido film sulla solita condizione della donna (e non solo) in Israele. Una piacevole sorpresa. Lo rivedrei? Sì, lo voglio.

 

Un giorno speciale | 89 minuti ingiustamente sottratti al buio e al silenzio. Lo rivedrei?

 

Linhas de Wellington | Per tutta la durata del film ho cercato di non pensare a Barry Lyndon. Un film «Ben fatto», il secondo postumo di Raoul Ruiz. Non si giudicano (troppo) gli assenti. Lo rivedrei? Sì, ma solo se a chiedermelo fosse Raoul Ruiz in persona, per il deferente rispetto che gli porto.

 

The Master | Altro film della categoria «Ben fatto». Meglio fallire eseguendo gli ordini di qualcuno o fallire assumendosene la responsabilità? Cambia poco. Ma con un esercito di falliti puoi farci una fortuna. A parte le due ottime interpretazioni, The Master non raggiunge altre vette. Lo rivedrei? Solo se me lo ordinassero.

 

Outrange Beyond | Pur di dire che a Venezia 69 ci sarebbe stato Kitano in concorso, si è accettato di proiettare in concorso la seconda parte di una trilogia. Che senso ha tutto ciò? Lo rivedrei? Solo preceduto da Outrage e, in attesa del nuovo, capitolo.

 

Paradies: Glaube | Grottesco e Borghese tentativo di scandalizzare i Borghesi. A giudicare dai risultati (una misera denuncia per vilipendio della religione) il tentativo è fallito miseramente. Resta un film godibile in larga parte con qualche esagerazione tipica di chi vuole strafare. Lo rivedrei? Dio volendo.

 

 

Passion | De Palma senza budget stratosferici non va molto lontano, giusto a Berlino alla disperata ricerca di qualsiasi cosa rimandi agli Stati Uniti. Ne viene fuori un film monotono e prevedibile. Omicidio a luci rozze. Lo rivedrei? Solo dietro minaccia di morte.

 

Pieta | Il film si apre con un suicidio per impiccagione. Kim Ki-duk dimostra di essere sulla via della guarigione. Forse non il miglior film della mostra ma di sicuro uno dei più sentiti. Lo rivedrei? Già fatto.

 

Spring Breakers | The american way of death parte II. Probabilmente se non avessi riposto in Korine le maggiori aspettative, avrei amato maggiormente questo film. A sprazzi si rivede il suo miglior cinema ma più di una volta ho avuto l’impressione di assistere ad una caricatura dello stesso. Non riesco a levarmi di dosso questa sensazione. Lo rivedrei? Sì, non mi capacito di non apprezzarlo.

 

 

Superstar | Unico rimorso della mia esperienza alla mostra. Non sono riuscito a vederlo, mi duole ammetterlo. Rimedierò in qualche modo. Lo rivedrei? Dovrei prima vederlo.

 

Sinapupunan (Thy Womb) | Film ispirato e solido con una sceneggiatura che non disturba troppo la visione decisamente vivida, pregio assai raro. Nora Anour e la sua levatrice sterile ed emancipata avrebbero meritato maggiore considerazione in sede di premiazione.

 

To the Wonder | Non mi son o mai ripreso dai pochi minuti che Malick ha concesso a Romina Mondello. Per il resto To the Wonder è un film di Malick e tanto basta. O lo ami o lo odi. Sicuramente paga una incontinenza verbale che penalizza immagini in grado di parlare da sole. Lo rivedrei? Si, però escludendo l’audio.

 

 

In conclusione, al di fuori dei confini del concorso ufficiale, mi preme segnalare un paio di titoli che si elevano bel oltre la mediocrità diffusa:

 

The millenium rapture del maestro Wakamatsu, ipnotica epopea di una famiglia maledetta, i cui maschi sono destinati ad essere amati alla follia fino alla morte, inevitabilmente violenta.

 

Me too di Aleksej Balabanov, film di una semplicità a mano armata. La felicità è sparire nel nulla. Uno dei film che più ho amato a Venezia 69.

 

O Gebo e a Sombra di Manuel de Oliveira, altro che teatro filmato! Un capolavoro in due atti e 4 inquadrature (circa). Tanto basta all’immortale regista portoghese per esporre la materia nella sua forma primigenia. Il Film della Mostra, senza se e senza ma. Oltre.

 

 

The Paternal House di Klanoush Ayari, il sangue versato ingiustamente porta male per 40 giorni ma talvolta per sempre. Dramma dal forte valore simbolico capace di raccontare l’Iran mostrando solo una cantina e poco altro.

 

Kuf (Mold) di Ali Aydin, opera prima intensa, rarefatta e rigorosa. Il nuovo Cinema Turco merita attenzione.

 

Fly with the Crane di Li Ruijun, deliziosa pellicola cinese sulle difficoltà di coniugare tradizione e (presunto) progresso. Film rurale, fatto in casa ma molto ispirato visivamente. Gli attori sono tutti parenti o amici del regista. Una piacevole sorpresa.

 

L’intervallo di Leonardo di Costanzo, piccolo, piccolissimo film napoletano. Semplice narrativamente e interpretato in maniera naturale dai due giovani protagonisti, offre anche visivamente qualche spunto interessante.

 

Bellas Mariposas di Salvatore Mereu, altro film retto da giovani attori. Scritto e diretto bene, presenta solo qualche sbavatura ed eccentricità che ne limitano la riuscita completa anche se risulta interessante assistere ad una narrazione non imbalsamata.

 

Michele Salvezza

 

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