Orléans (Orleans) > Virgil Vernier

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Orléans (Orleans)
regia di Virgil Vernier (Francia/2012)
recensione a cura di Alessio Galbiati

Orleans, 2011. Joane e Sylvia sono due ventenni che lavorano come ballerine in un club di striptease nella periferia della città. Intanto, in centro, si svolge l’annuale commemorazione della patrona di Francia: Giovanna d’Arco. Le due ragazze si ritroveranno coinvolte in questa strana festa.

Una storia non ben definita, sfilacciata soprattutto nella conclusione, che si fonda su di un parallelismo didascalico, ma interessante, fra le giovani donne protagoniste (Andréa Brusque e Julia Auchynnikava) e Giovanna d’Arco, arsa viva a soli 19 anni.

Interessante la scelta di girare dal vero durante i festeggiamenti della festa dedicata alla pulzella di Orleans. L’effetto complessivo è però vagamente da pro-loco: cartolina illustrata delle celebrazioni – fiction all’interno di un documentario. Il film contiene due anime, due parti distinte: la prima, durante la quale seguiamo la vita delle ragazze, la seconda, che le accompagna nella città durante le celebrazioni. Queste due parti sono raccordate fra loro da un insolito e “magico” incontro in un bosco.

Le due protagoniste, Joane (Giovanna) di origini tunisine (Andréa Brusque), l’altra russa (Julia Auchynnikava), lavorano come spogliarelliste. Le vediamo alle prese con la normale routine di una professione bizzarra, danzanti attorno ad un palo per la lap-dance, cinguettanti con i clienti nel tentativo di convincerli a consumare qualche bottiglia costosa. Il tutto è intervallato da momenti di noia, di stasi e attesa. Le ragazze dialogano molto fra loro e con le colleghe, si confrontano sui sogni e sulle ambizioni. Joane concepisce la sua permanenza nel locale di quart’ordine come un breve tappa del percorso che la porterà a Parigi come ballerina jazz; lavorare come intrattenitrice per clienti bavosi non è certo il suo sogno, ma stringe i denti per mettere da parte qualche soldo che le possa permettere di vivere nella capitale. L’amica le dice che nessuna delle altre ragazze pensa di fermarsi in quel posto, ma che poi, e ne ha viste molte, nessuna riesce ad andarsene. I sogni si scontrano con la realtà ed i primi hanno invariabilmente la peggio. Vasi di coccio fra vasi di ferro, speranze infrante, sogni svaporati. Ma un sogno ha la sua essenza nella distanza dal reale, lo si coltiva ad occhi aperti e chiusi, Joane questo lo sa benissimo, ma è convinta di potercela fare, di riuscire a realizzarsi in un mondo che la marginalizza, al quale importa unicamente la sua giovinezza sinuosa attorno ad un palo. Ma un velo di malinconia si posa sul suo volto, e sull’aria che respira il film.

Passata la notte le due ragazze faranno una passeggiata in un bosco, una boccata d’aria, una fuga dall’oppressione di una professione che cancella ogni spensieratezza. Una passeggiata che ricorda la conclusione di L’Âge Atomique (Atomic Age) di Héléna Klotz, giovane film francese che condivide con l’opera di Vernier la medesima dimensione sospesa, di liminarità, fra un “qui ed ora” insoddisfacente ed oppressivo, ed un “altro” sfuggente ma vitale. In questa passeggiata Joane e Sylvia incontrano una ragazza a cavallo, rivestita da una pesante armatura, che si è persa e non riesce a trovare la strada per tornare in città. La giovane è la pulzella prescelta per interpretare Giovanna d’Arco durante la sfilata in costumi storici che attraverserà la città. Le ragazze chiacchierano, ridono e sorridono, si salutano.

Tornate in città le due amiche si separano. Joane vagherà per la città in festa, fino a quando vedrà avanzare in mezzo alla folla Giovanna d’Arco, cioè la ragazza incontrata qualche ora prima nel bosco. Cercherà di salutarla, ma quando questa non sembrerà riconoscerla, cercherà di oltrepassare le transenne che le dividono chiamandola con l’unico nome che conosce: Giovanna d’Arco.
Verrà bruscamente ricacciata indietro, ovviamente presa per “pazza”, e la perderemo nella folla.

A questo punto il film si dissolve per lasciare spazio alla documentazione per immagini dei festeggiamenti notturni, post-moderni. Uno spettacolo multimediale di video mapping sulla facciata della cattedrale di Sainte Croix, con tanto di esplosione (simulata) della facciata gotica (è la prima volta che il linguaggio del mapping entra in un film?). Il finale del film si sofferma sulla folla danzante sulle note di un djset nella piazza principale di Orleans. Il regista sceglie di sovrapporre a questa veduta immagini di fiamme, le stesse del rogo della Santa patrona di Francia, una ragazza diciannovenne bruciata viva, a suggerire l’oblio del contemporaneo, la sua vacuità di fronte ad un passato lontanissimo (in ogni senso).

La durata di un’ora, il formato di 4/3, la sospensione fra documentario e fiction, la suddivisione in due parti così nette, connotano Orléans come un film sommamente ibrido, a metà strade fra molte cose differenti. Quel che appare maggiormente interessante, in quest’opera bizzarra, è l’idea di utilizzare l’immaginario condiviso legato a Giovanna d’Arco, ed al medioevo, mettendolo in relazione con l’oggi, con la nostra epoca. Le fiamme che bruciarono la giovane donna invasa(ta) da voci interiori, invisibili ed oscene (per l’ “inquisizione” dell’epoca), sono le medesime che ardono, nel medesimo luogo 600 anni dopo, una generazione ed un’epoca che per festeggiare il suo ricordo saltano e gridano sulle note prodotte da un dj.

Vernier possiede la capacità di raccontare vicende sospese senza alcuna tesi precostituita, le osserva come un etnografo, lascia che accadano davanti alla macchina da presa all’interno di ambienti reali. Così ha fatto per lavori precedenti come Pandore, una discoteca, Commisariat, un commissariato di polizia; luoghi chiusi come una città medioevale nel cuore dell’Europa contemporaneo. L’assenza di una forma facilmente definibile, di una storia (con i relativi personaggi) così sfuggente, rende l’operazione Orléans interessante e (in parte) affascinante, ma tutt’altro che convincente nel suo complesso. Un’idea affascinante, minima e “leggera”, che lascia un senso di vuoto e smarrimento, non tanto dissimile da quello vissuto dalla sua protagonista: Joane/Giovanna.

Orléans è stato selezionato a Locarno (Cineasti del presente) e Montréal (Panorama International).

Alessio Galbiati

 

 

Orléans (Orleans)
Regia, sceneggiatura: Virgil Vernier
Fotografia: Tom Harari
Montaggio: Emma Augier, Eulalie Korenfeld
Suono: Simon Apostolu, Damien Guillame, Julien Sicart
Assistente alla regia: Luc Catania
Assistente operatore: Alan Guichaoua
Produttore delegato: Jean-Christophe Reymond
Direttore di produzione: Emy Porcellato
Interpreti: Andréa Brusque, Julia Auchynnikava, Damien Bonnard, Christophe Dimitri Réveille
Produzione: Kazak Productions
Formato di riprese: HD 2K
Formato di proiezione: DCP – Beta digitale
Rapporto: 4/3
Suono: Dolby SR
Lingua: francese
Paese: Francia
Anno: 2012
Durata: 60′

 


Virgil Vernier (Parigi, 1976). Ha studiato filosofia e successivamente arte presso la scuola di belle arti di Parigi.
Nel 2001 ha diretto il suo primo cortometraggio, Karine. Storia corale che intreccia fra loro le vicende di un gruppo di giovani della periferia parigina, in un atmosfera sospesa fra allegoria e realismo, mitologia e documentario.
Nel 2004 realizza l’adattamento cinematografico della fiaba L’uccello d’oro dei fratelli Grimm, L’oiseau d’or (Golden Bird).
Nel 2005 ha diretto Chroniques de 2005 (Tales of 2005), documentario che mette in relazione la vita e i sogni di cinque personaggi nati nei primi anni ’80.
Tre il 2006 e il 2009 ha collaborato con Ilan Klipper alla realizzazione di un dittico dedicato all’ambiente di lavoro della polizia: Flics (Cops). La prima parte, Simulation, si svolge in una scuola di formazione della polizia in cui studiano circa un migliaio di studenti fra i 18 e i 25 anni. La seconda parte, Commisariat (Police Station), è invece la narrazione della complicata convivenza fra gli agenti ed una piccola comunità della Normandia. L’opera è stata completata nel 2010.
Nel 2008 realizzata il documentario lungo, Autoproduction, dedicato al cinema surreale di Nicola Sornaga, che viene selezionato al prestigioso Festival du Réel di Parigi.
Nel 2009 è la volta del cortometraggio Thermidor, dedicato alla bizzarra figura di un ex motociclista professionista nostalgico dell’Ancien Régime. L’opera in questione fu selezionata alla Quinzaine di Cannes.
Nel 2010, Pandore, documentario breve dedicato all’esplorazione dei rapporti di potere che si vengono a creare all’ingresso di una discoteca. Il film è stato selezionato al ACID di Cannes, FID e all’IndiDoc Lisboa; ha pure ottenuto la nomination ai César.
Nel 2012 Orleans viene selezionato a Locarno e Montréal.
Attualmente è al lavoro, insieme a Mariette Desert, al progetto Mercuriales, finalista al Torino Film Lab 2011 e sostenuto da CNC e Centre Images.

 

Filmografia

Orléans (Orleans) | 2012
Mercuriales | 2011
Thermidor | 2009
Autoproduction | 2008
Tales of 2005 | 2007
Simulation ("Cops, Part 1") | 2006
Golden Bird | 2004
Karine | 2001

 

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