Mohamed El Aboudi

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INTERVISTA a MOHAMED EL ABOUDI,
regista di DANCE OF OUTLAWS

a cura di Roberto Rippa

Mohamed El Aboudi è nato e cresciuto in Marocco. Si è diplomato in teatro nel 1991 presso l’università di Fes, in Marocco, e quindi in cinema televisione nel 1997 in Australia. Tra le sue opere: Fight of Fate (nominee Prix Europa, 2010), City Folk Helsinki 2007, Inside/Offside 2006, Two Mothers 2005, Ramadan 2004, My Father, the Freemason 2003.

Roberto Rippa: Il suo film racconta una storia che non molte persone conoscono. Sono curioso innanzitutto di sapere cosa l’ha spinta a raccontarla.

Mohamed El Aboudi: Ho una cugina che, quando aveva 18 o 19 anni, è rimasta incinta del suo ragazzo. Quando è tornata a casa, suo padre le ha detto: “O sparisci da sola o ti farò sparire io”. Quindi la ragazza ha preso una borsa e si è rifugiata sulle montagne per allontanarsi dalla famiglia e dalle persone che la conoscevano. Il tempo è passato e noi eravamo ovviamente tristi perché avevamo perso una cugina, nessuno sapeva che ne fosse stato di lei. Ogni volta che incontravo suo padre, gli chiedevo se sapesse cosa fosse accaduto a sua figlia. Glielo chiedevo anche più volte al giorno. A un certo punto me ne sono andato in Europa a studiare. Tornato in Marocco, ho incontrato un tizio che conoscevo e ci siamo messi a parlare di varie cose. Lui a un certo punto mi parla di mia cugina, che non conosceva, e mi dice che avrebbe potuto essere una di quelle ballerine che si esibiscono durante i matrimoni. Mi ha detto: “Non voglio ferirti ma ho incontrato per caso una ragazza e dal suo aspetto penso che potrebbe appartenere alla tua famiglia”. Gli ho chiesto dove avrei potuto trovarla ma non lo sapeva. Però mi ha indicato il luogo dove l’aveva incontrata. Ci sono andato e l’ho trovata. Le ho chiesto se avrebbe voluto tornare dalla sua famiglia ma lei ha risposto che se l’avesse fatto l’avrebbero uccisa o sarebbe successo comunque qualcosa di brutto. Aveva tre figli, erano passati circa vent’anni da quando era rimasta incinta la prima volta. Quindi, non voleva tornare dalla famiglia ma mi ha detto: “Se vuoi davvero aiutarmi, realizza un film sulla mia storia e falla conoscere al maggiore numero di persone possibile”. Questa richiesta mi ha colpito il cuore profondamente. Le ho risposto che lo avrei fatto.

RR: come dicevo poc’anzi, quella che racconta nel suo film è una storia nota a pochi. Come si è documentato per il film, lasciando da parte quella che riguarda sua cugina? Deve essere stato difficile trovare persone disposte a raccontare la loro storia.

MEA: Dopo averle parlato, sono tornato nella mia città e ho rivisto lo stesso tizio che mi aveva parlato di lei. Lui ha uno di quei piccoli negozi che si vedono nel film. Ho preso a frequentarlo quotidianamente e ho conosciuto alcune ragazze che andavano da lui e ho iniziato a parlare con loro. Poi, ho detto a una ragazza che mia cugina era una di loro e lei ha accettato di lavorare con me. Ho effettuato la mia ricerca stando con loro e parlandoci per un paio di mesi ma poi ho scelto di lavorare solo con una di loro, quella che aveva scelto di aprirmi il suo cuore. Mi ha spiegato che la sua famiglia le aveva voltato le spalle e che era sola e che quindi si sarebbe lasciata filmare da me perché non le interessava più nulla. Sentiva che ero parte di loro perché avevo perso mia cugina, una parte della mia famiglia. Ecco com’è iniziata. Per conquistarne la fiducia c’è voluto molto tempo. Ci sono volute molte discussioni, alcune ragazze pensavano che io fossi uno tra i clienti, ma io comperavo loro sigarette, hashish e quando vedevano che non facevo nessuna mossa nei loro confronti, si chiedevano cosa volessi da loro. Chiedevo loro di vedermi come un amico, semplicemente un amico, che non ero uno dei tanti uomini che andavano da loro in cerca di sesso. Spiegavo di mia cugina e che volevo fare qualcosa con loro.

RR: Conquistare la loro fiducia è stata quindi la parte più difficile del lavoro.

MEA: Si. In alcuni casi non ci sono riuscito. Una di loro, Leila, è talmente arrabbiata con gli uomini che non ho potuto fare nulla con lei.

RR: Perché spariscono letteralmente: non hanno documenti, perdono la loro identità…

MEA: Si, e possono sparire misteriosamente in qualsiasi momento, non avendo documenti e quindi non esistendo. Le loro vite sono molto pericolose. La loro sparizione mi avrebbe reso impossibile finire il film. Una di loro è sparita quando il suo ragazzo è uscito di prigione e lei si è trasferita in una città con lui. Come avrei potuto trovarla in una città? Conoscevo solo il suo nome e non era nemmeno quello vero perché non voleva essere riconosciuta o trovata da qualcuno, soprattutto dalla sua famiglia.

RR: Quanto tempo le ha preso documentarsi su queste storie?

MEA: Cinque anni.

RR: E ha incontrato difficoltà in Marocco a lavorare al progetto? Con le autorità ci sono stati problemi?

MEA: È stato facile perché filmavano la musica tradizionale del Nord del Marocco e le danze. Non abbiamo detto cosa stavamo facendo veramente. Quindi avevamo tutti i permessi e i documenti necessari. Ci chiedevano spesso cosa stessimo facendo ma rispondevamo regolarmente che si trattava di un progetto sulla musica del nord. Addirittura riuscivamo a ottenere i permessi all’ultimo momento, quando in Marocco devi chiederli un paio di mesi prima di iniziare a girare. Però tante cose abbiamo dovuto improvvisarle all’ultimo momento.

RR: Il film non è una produzione marocchina…

MEA: No, è finlandese e norvegese.

RR: Quando ha presentato loro il progetto, qual e stata la reazione a una storia tanto peculiare?

MEA: Mi hanno chiesto perché avrebbero dovuto finanziare un film che sarebbe stato girato in Marocco. Questa è stata la primissima reazione.

RR: Non hanno capito perché stava chiedendo a loro?

MEA: No. Però ho spiegato loro che si tratta di un problema universale, non locale. Un problema che riguarda le donne nel mondo. Non è un problema relativo al Marocco, ma anche all’Algeria, alla Tunisia, all’Asia. I problemi non sono gli stessi ma quelli che coinvolgono le donne possono essere anche molto peggiori. Nella mia città ci saranno 100, 150 donne in queste condizioni. Ed è una piccola città di 50’000 abitanti.

RR: In effetti ho visto il film come una denuncia sulla condizione femminile in generale. Sulla violenza quotidiana contro le donne che si consuma quotidianamente in molte parti del mondo e quindi di interesse universale. A questo riguardo, cosa succederà al film, che qui a Locarno ha avuto la sua prima mondiale?

MEA: Ora il film verrà presentato ad alcuni festival nell’Europa del nord e nei Balcani. Abbiamo finito di montare il film tre mesi fa e speriamo che venga visto il più possibile. E il mio omaggio a mia cugina.

RR: E sarà possibile che venga visto in Marocco?

MEA: Lo spero proprio. Oggi, con il premio che ho ottenuto (il film ha ottenuto il premio Zonta, destinato a opere che promuovono giustizia e etica morale. Ndr.), ho realizzato uno dei miei sogni. Perché c’erano molte donne a vedere il film e si sono mostrate interessate. Loro potrebbero fare qualcosa per le donne che si vedono nel film, sono persone potenti. Mi hanno detto che seguiranno i loro casi. Questo è esattamente ciò che io volevo.

RR: Dopo averci lavorato per cinque anni e averlo portato qui a Locarno, qual è il suo sentimento a riguardo del film oggi? È stato parte integrante della sua vita per un lungo periodo, come si sente ora che è finito? E come vorrebbe proseguire?

MEA: Ora continuerò a seguire i casi di queste ragazze in Marocco. Se riuscirò a fare conoscere le loro storie a tutti, allora sarà stato il meglio che io potessi fare.

Locarno, 9 agosto 2012

RECENSIONE di DANCE OF OUTLAWS

Immagini tratte dall’intervista video realizzata da Emanuele Dainotti per Rapporto Confidenziale

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