Amour > Michael Haneke

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Amour
regia di Michael Haneke (Francia-Austria-Germania/2012)
recensione a cura di Fabrizio Fogliato

 

Il film di Michael Haneke, vincitore della Palma d’oro alla sessantacinquesima edizione al Festival di Cannes, la seconda consecutiva a tre anni di distanza da quella per Das weisse band, ad un primo sguardo (quello più superficiale), può apparire come un film semplice e lineare nella sua incontrovertibile struttura narrativa. In realtà, nonostante una maggiore mobilità della macchina da presa rispetto ai film precedenti, il film mantiene quel rigore geometrico, quello sguardo distaccato e freddo (ma non per questo meno partecipe), quella fissità del piano-sequenza che contraddistinguono da sempre il cinema dell’autore austriaco. Amour (2012), si presenta come la storia di due coniugi che, al termine della loro vita “tradiscono” la formula matrimoniale che li ha uniti in gioventù: «Nella buona e nella cattiva sorte finché morte non vi separi», ma al contempo, nonostante lo stesso regista abbia più volte detto nelle interviste, che in esso non vi sono riferimenti alla società, il film si apre ad una serie di interpretazioni dettate dalla stratificazione della pellicola, in cui si coniugano un aspetto narrativo manifesto, un aspetto di significato suggerito e un aspetto meta-cinematografico latente.

 

Quest’ultimo, appare quasi sotto forma di dichiarazione programmatica, nel mettere in scena la fine dei personaggi/coniugi del suo cinema che sin dal primo film portano i nomi di Georges e Anne (declinati nella scrittura a seconda del paese di origine). Michael Haneke, a questo punto, uccidendo i suoi protagonisti, potrebbe smettere di fare cinema o, iniziare un nuovo percorso diametralmente differente da quello precedente. Non a caso, Amour appare, anche, come titolo antifrastico legato ad un film che parla prevalentemente di morte. Lo sguardo del regista austriaco è sempre oggettivo, clinico, persino asettico ma, contrariamente al passato in questo film si apre a squarci onirici e visionari come mai era accaduto. Quest’aspetto, oltre che avere un evidente carattere simbolico all’interno della messa in scena, modifica, almeno parzialmente, la raggelante matematicità della sua logica narrativa lasciando penetrare in essa l’aspetto emotivo del sentimento e dell’emozione ma facendo si, anche, che questi non diventino mai né sentimentalismo né pietismo patetico. Amour, dal punto di vista dell’enunciato narrativo, racconta il cambio di prospettiva cui un uomo o una donna vengono sottoposti, nei confronti della persona che amano, nel momento in cui entra in gioco la malattia. Michael Haneke, sceglie una coppia, la integra o meglio “annega” all’interno della massa (come avviene nella ripresa iniziale a teatro, cui, non casualmente è negato il controcampo del palco), la segue quasi spiandola, nel percorso di ritorno a casa sull’autobus, e infine, facendola entrare nell’appartamento di proprietà la elegge a paradigma di tutte le storie simili, isolandola dal resto del mondo e riprendendola ossessivamente nella sua quotidianità.

 

Il cambio di prospettiva di Georges nei confronti di Anne è avvertito dall’uomo attraverso le piccole cose, come quando si sorprende di essere ancora sveglio ad un’ora cui di solito già dorme, nell’assistere all’arrivo delle doghe anti-decubito, nel fare entrare in casa la moglie sulla carrozzina. Sono piccoli spostamenti percettivi, ben più fondamentali di quelli degli effetti evidenti della malattia, e non a caso, Haneke, sottrae a quest’ultima ogni stereotipo: dalla degenza ospedaliera (splendidamente negata attraverso l’ellissi), dall’armamentario clinico, facilmente riconoscibile (da chi guarda) che accompagna il decorso post-operatorio, fino alla badante/infermiera che infatti entra in scena solo in un secondo tempo, quando ormai la sua presenza è inevitabile. Haneke predilige quindi gli aspetti minimalisti della messa in scena, quelli che più di ogni altra cosa testimoniano l’amore di un uomo verso una donna e viceversa. Esemplare a tal proposito è il movimento di macchina avanti-indietro che segue Georges bagnare una pezza di stoffa per rinfrescare Anne al momento del suo primo ictus. È un semplice movimento di macchina, ma che più che raccordare l’azione, raccorda la relazione e traduce al meglio il concetto di “I care”.

 

 

Prendersi cura dell’altro, questo interessa ad Haneke, mostrare (e non dimostrare) come l’amore, quello con la “a” maiuscola sia qualcosa di profondo e intangibile, capace di manifestarsi attraverso gesti normali. Ecco quindi, che la prima parte dell’infermità di Anne è accompagnata da siparietti ironici tra i due, da battute sdrammatizzanti come quelle sulla morte e sul funerale, da simpatici rimproveri per le letture scarsamente culturali come quelle dell’oroscopo. Haneke in fondo non mostra niente altro che la realtà: paradossalmente, diventare vecchi vuol dire ritornare bambini. La malattia amplifica solo quest’assioma incontrovertibile, perché porta all’inabilità, alla necessità dell’altro, al modo diverso di interpretare le attenzioni dovute e richieste. La sofferenza di Anne è tale, solo nel riflesso degli altri, perché la malattia, a volte cancella la percezione del dolore in chi la vive e la spinge negli occhi di chi la guarda. Haneke mostra questo aspetto con disarmante semplicità, attraverso tutti i personaggi secondari, dalla figlia in poi, i quali, in forme diverse reagiscono in maniera scomposta di fronte all’infermità della donna: Eva continua a parlare di numeri e di questioni ereditarie, Alexandre tra compassione e repulsa non trova niente di meglio che regalarle il suo CD come atto pietistico, un’infermiera si dimostra attenta e professionale, mentre un’altra cinica e spietata.

 

Nella reazione profondamente umana del marito, il regista esprime tutto il dolore, sempre mitigato e represso, che l’uomo ha dentro di sé a causa della sua impotenza di fronte alla degenerazione incontrovertibile del corpo e dell’esistenza della moglie. Il gesto estremo, con cui l’uomo pone fine alle sue e alle di lei sofferenze, non può essere giudicato, e infatti, il regista decide di mostrare la morte di lei e non quella di lui, eludendo ogni forma di rappresentazione sensazionalistica, e mostrando l’uscita di scena dalla vita come l’uscita di casa quotidiana di tutti i giorni condivisi assieme, con la moglie che rimprovera il marito per la sua lentezza e il marito spazientito che le chiede se ha finito di lavare i piatti. È una scelta esiziale nell’economia del film perché toglie qualunque forma di giudizio morale (o ancor peggio moralista) sulla scelta compiuta, e al contempo serve a dimostrare, come la morte sia, ribaltata di senso, la solitudine di chi è ancora in vita, come dimostra l’ultima inquadratura con Eva seduta nella poltrona che fu del padre nel silenzio spettrale dell’appartamento vuoto.

 

Fabrizio Fogliato

 


 

 

La visione negata
Il cinema di Michael Haneke

di Fabrizio Fogliato

Falsopiano editore, dicembre 2008
collana ‘Viaggio in Italia’
224 pagine + foto b/n
Prezzo di copertina: 15 €
Compra online: 9€
Isbn: 9788889782552

vai alla scheda


 

“La visione negata. Il cinema di Michael Haneke”. Intervista a Fabrizio Fogliato

 

CELLULOIDE – RADIO ONDA D’URTO – 06/11/12

"E’ uscito da alcuni giorni nelle sale ‘Amour’, ultimo film di Michael Kaneke, interpretato da Jean-Louis Trintignant, Emmanuelle Riva, Isabelle Huppert. Abbiamo parlato del film, Palma d’oro a Cannes, con Fabrizio Fogliato, docente universitario e critico cinematografico, autore di ‘Il cinema di Michael Haneke. La visione negata’, unico libro in italiano dedicato a questo grande regista. Il libro, uscito nel 2008 per Falsopiano, sara’ ripubblicato in versione e-book con un aggiornamento al 2012. Nella chiacchierata, Fabrizio ci anche parlato di ‘Rapporto Confidenziale’, rivista digitale di cultura cinematografica, di cui e’ redattore"

ASCOLTA L’INTERVISTA (mp3)

 

 

Amour

Regia, soggetto, sceneggiatura: Michael Haneke
Fotografia: Darius Khondji
Montaggio: Nadine Muse, Monika Willi
Effetti speciali: Yves Domenjoud Olivier Gleyze
Scenografie: Jean-Vincent Puzos
Costumi: Céline Collobert
Trucco: Guillaume Castagné, Isabelle Lequeux, Lydia Pujols, Alice Robert
Produttore: Stefan Arndt, Margaret Ménégoz,
Co-produttore: Veit Heiduschka, Michael Katz
Interpreti: Jean-Louis Trintignant (Georges), Emmanuelle Riva (Anne), William Shimell (Geoff), Isabelle Huppert (Eve), Rita Blanco, Laurent Capelluto
Produzione: Les Films du Losange, X-Filme Creative Pool, Wega Film
Co-produzione: ARD Degeto Film, Westdeutscher Rundfunk, Bayerischer Rundfunk
Distribuzione italiana: Teodora
Camera: Arri Alexa, Cooke S4 and 5/i Lenses
Laboratori: Digimage Cinéma (Parigi), LISTO Videofilm (Vienna)
Negativo: ARRIRAW
Processo fotografico: ARRIRAW (source format), Digital Intermediate 2K (master format)
Printed film: 35 mm (spherical), D-Cinema
Colore: colore
Rapporto: 1,85:1
Suono: Dolby Digital
Lingua: francese
Paese: Francia, Austria, Germania
Anno: 2012
Durata: 125′

 

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