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Mobile Home
regia di François Pirot (Belgio-Francia-Lussemburgo/2012)
a cura di Alessio Galbiati

 

Bamboccioni. Forma accrescitiva della parola bamboccio atta a designare colui che è incapace di affrontare le responsabilità e le difficoltà della vita. Il sostantivo ha acquisito popolarità a partire dal settembre 2007 allorché il Ministro dell’Economia e delle Finanze (2007) del governo Prodi II, Vincenzo Visco, nominò con il termine in questione quei trentenni che vivono insieme ai genitori: «Mandiamo i bamboccioni fuori di casa». Proprio come i due protagonisti del film Mobile Home.

Dopo aver lasciato il lavoro e la fidanzata, Simon (Arthur Dupont), un trentenne svogliato, decide di fare gli scatoloni con i propri oggetti (quattro cose in croce) e di tornare al paese, da mamma e papà, per ripartire con una nuova vita. Il suo migliore amico, Julien (Guillaume Gouix), vive con l’anziano padre dalla salute instabile. Insoddisfatti della propria vita e spaventati da tutto – dalla famiglia, dalle opportunità lavorative e dalle relazioni – i due proveranno a rimettere in piedi la band musicale di quando erano ragazzi, con risultati disastrosi. Fra i loro coetanei si sentono a disagio, tutti hanno progetti, una professione, vite più stabili e prevedibili. Allora decideranno che sia giunto il momento di ripartire con una nuova vita: decideranno di viaggiare per l’Europa su di un camper, lontani da tutto e tutti. Acquistato il camper, con i soldi che Simon ha chiesto ai propri genitori come anticipo sulla sua parte di eredità , incominciano i problemi e gli impedimenti che faranno rimandare in continuazione la partenza e che avviteranno tutta la storia sull’attesa di un’azione, di una decisione dei due, che non arriva mai.

 

 

L’esordio alla regia del belga François Pirot è quasi una declinazione dell’Angelo sterminatore di buñuelina memoria, mitigata in chiave di commedia spassosa e farcita da risate grasse ma via via sempre più amare. È il racconto di una fuga impossibile, dell’impossibilità della fuga per due caratteri di quel tipo, una maturità impossibile, una procrastinazione patologica. Dunque un film che riesce a raccontare una generazione “perduta”, in difficoltà con sé stessa, in difficoltà nella definizione di un equilibrio fra responsabilità e una dimensione egocentrica non ben definita (e proprio per questa sua indeterminatezza irraggiungibile). Un film molto europeo, che scava all’interno di una condizione molto diffusa nel continente eppure totalmente inedita nella storia, condizione troppo spesso semplicisticamente liquidata con superficialità “buonista”. Pirot non si tira indietro nel ridicolizzare la cronica incapacità di responsabilizzarsi di Simon e Julien, anzi è proprio sulla loro spietata caratterizzazione che si fonda il film, nei dialoghi fra i due, così naturali e ridicoli, amplificati dall’angusto spazio di un camper Iveco.

Nei dialoghi c’è tutta la leggerezza dell’irrisione, ma colpiscono i silenzi, le attese, l’osservare un momento, una possibilità che si dischiude davanti agli occhi, con la sensazione di lasciarsi vivere. L’incapacità d’affrontare il momento dell’espressione del proprio libero arbitrio, di vivere la sensazione di vuoto sotto ai piedi che comporta ogni scelta importante.

 


 

I due protagonisti (molto buona la loro performance) paiono bambini, piccoli piccoli, quasi a dirci che prendere i vent’anni è un disastro per i trenta. Il non aver costruito nulla, quando l’anagrafe ci dice trenta, diviene ansietà quotidiana, per lo più somatizzandosi in qualche disturbo fisico (ma questo nel film non c’è!). È chiaro che Periot parla di un qualcosa che conosce, come racconta nell’intervista che ci ha concesso: «Il mio primo cortometraggio presentava un tema piuttosto simile: era la storia di un musicista che abbandona la sua carriera per fare ritorno al suo paese natale, qualcuno, insomma, che faceva un passo indietro pensando di fare una buona cosa. Ho avuto anch’io questa tentazione, probabilmente perché non ero abbastanza sicuro di me, di riuscire in questo mestiere, e ho avuto la tentazione di fare anch’io un passo indietro. Però, invece di farlo io, l’ho fatto fare a un personaggio fittizio».

In Francia le commedie le sanno fare, in Italia abbiamo totalmente smarrito la strada di un genere nel quale la sapevamo decisamente lunga, con autori quali Monicelli, Ferreri, Steno, Risi, Salce… Personalmente non mi è chiaro per niente come mai sia esploso (anche) questo genere, come mai sia degenerato in trash e veltronismo (due categorie coincidenti?), penso si possano fare congetture, molte, moltissime. Ma continua a sfuggirmi la risposta, che inevitabilmente si produce nell’intersezione delle cause possibili. Fatto sta che qui da noi, in Italia, non ci sono più le commedie. Cioè il lato amaro delle commedie è affogato in una melassa proto-televisiva RaiMediaset letteralmente inguardabile. Un decennio abbondante di polpettoni sui trentenni non ha prodotto alcun titolo degno di memoria. La commedia è un genere scivoloso come una saponetta bagnata, deve amare i propri personaggi, conducendoci con il sorriso e la risata dentro ad una vicenda tragica, perturbante. Per farlo necessita di una scrittura minuziosa e precisa, in cui nulla è lasciato al caso. Proprio come in Mobile Home: un film piccolo e ben scritto, fondato sulla spontaneità dei due protagonisti, un film sincero e mai retorico.

Presentato in concorso a Locarno, e poi ai festival di Amburgo, Kiev, San Francisco, Tübingen-Stoccarda, il film è uscito nell’agosto 2012 in Belgio (Cinéart) e in Francia (DistriB Films).

Alessio Galbiati

 

 

 

Conversazione con François Pirot e Arthur Dupont, rispettivamente regista-sceneggiatore e attore di Mobile Home (Belgio-Fracia- Lussemburgo/2012), presentato in concorso ufficiale a Locarno 65.

vai all’intervista

 

 

 

Mobile Home

Regia: François Pirot
Sceneggiatura: François Pirot, Maarten Loix, Jean-Benoît Ugeux
Fotografia: Manuel Dacosse
Montaggio: Albertine Lastera
Musiche: François Petit, Michaël De Zanet, Renaud Mayeur
Suono: Benoît De Clerck
Suono mixer: Philippe Grivel
Scenografo: François Dickes
Costumi: Isabelle Dickes
Produttori: Elise Andre, Valérie Bournonville, Frédéric Corvez, Clément Duboin, Donato Rotunno, Joseph Rouschop
Interpreti: Arthur Dupont (Simon), Guillaume Gouix (Julien), Jean-Paul Bonnaire (Luc, padre di Julien), Claudine Pelletier (Monique, madre di Simon), Jackie Berroyer (Jean-Marie, padre di Simon), Anne-Pascale Clairembourg (Sylvie), Gilles Soeder (commerciante), Eugenie Anselin (Maya), Arnaud Bronsart (Stéphane), Gwen Berrou (Virginie), Pierre Nisse (Vincent), Jean-François Wolff (Gérard), Jérôme Varanfrain (Mathieu), Mounir Bouallevul (Mounir), Catherine Salée (Valérie)
Casa di produzione: Urban Factory, Tarantula Belgique, RTBF – Radio Télévision Belge de la Communauté Française
Distribuzione internazionale: Urban Distribution International
Distribuzione francese: DistriB Films
Rapporto: 2.35:1
Suono: Dolby
Lingua: French
Paese: Belgio, Francia, Lussemburgo
Anno: 2012
Durata: 95′

 

François Pirot
Nato a Bastogne, in Belgio, nel 1977, François Pirot si è laureato in arti dello spettacolo e tecniche di trasmissione presso l’istituto IAD of Media Arts di Louvain-la-Neuve (Belgio), con una specializzazione in regia. Ha diretto diversi cortometraggi selezionati in numerosi festival internazionali. Pirot è anche attore e sceneggiatore. Ha fatto parte del cast di Ça rend heureux (2006), di Joachim Lafosse, con il quale ha scritto le sceneggiature per Nue propriété (Proprietà privata, 2006) – in concorso alla Mostra di Venezia – e Élève libre (2008), selezionato alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes. Mobile Home è il suo primo lungometraggio.

 

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