Rosemary’s Baby > Roman Polanski

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Rosemary’s Baby o la sconfitta del ’68 come horror

I cattivi lettori chiedono al film tratto dal libro quello che non potranno mai avere: la propria soggettività traduttrice di immagini mentali corrispondenti alle parole; l’interiorità descritta che la pellicola non può che tradurre in altri termini. Ecco perché, supremo dei luoghi comuni, «il film non vale mai il libro» ed ecco perché Roman Polanski, nel trasporre Rosemary’s Baby di Ira Levin, non toglie né aggiunge una virgola dal/al testo. Tranne quello che i cattivi lettori e anche i cattivi spettatori non sanno né leggere né vedere. Ossia il sub-testo. La parte tra che è il bello di ogni opera d’arte. Quella che della parte passiva fa una parte (iper)attiva. E rende il fruitore un altro regista, un altro scrittore. Mai un succubo soccombente. Affinché l’opera resti per sempre aperta, cangiante, fluttuante, ri-scrivibile nel tempo. Occhi diversi per ogni stagione. Chi al cinema si ostina a dividere il concreto delle immagini dall’astratto del punto di vista, a pretendere credibilità razionale, sceneggiatura di ferro, decalcomania storica etc. è destinato a non capire. E probabilmente a non godere. Peccato per lui.

Il film di Polanski del/sul ’68 gioca con il gusto massa e si diverte a fare di ogni teoria anti-establishment di quegli anni caldi e freddi il rovescio di un rovescio. Persino l’ambiguità riconosciuta al film (è vero quel che si vede o è tutta immaginazione della protagonista?) rischia di apparire riduttiva e meta-testuale. «In fondo alla stanza, in uno dei grandi bovindo, c’era una culla di vimini, nera. Nera, completamente nera; drappeggiata con del taffetà nero e ricoperta, ammantata, da un velo nero. Una coccarda d’argento su un nastro nero era appuntata sul baldacchino nero (…). La coccarda d’argento era un crocifisso appeso per i piedi, con il nastro avvolto e annodato intorno ai piedi di Gesù.» È l’immagine emblema di Rosemary’s Baby: il negativo (anche cromatico) che nasce per contrasto dal positivo ed è per questo imprescindibile da quest’ultimo. Lo spiega pure Jodorowski nel film di Franco Battiato, Niente è come sembra (2007).

A partorisce B, supposto nemico, ed è la catastrofe horror. Rosemary, cioè Rosa e Maria, la vergine celeste per eccellenza, ma anche (come rosa) il simbolo del divenire, del progresso, dell’elevazione, dà alla luce l’anti-Cristo, il rovescio-diavolo. È una dichiarazione d’intenti e d’amore. Il Male non è separato dal Bene, la cosmogonia della séparation (anche in senso debordiano) è (in)naturalmente occidentale. E per via di questo autentico peccato originale, A è destinato a ricongiungersi inevitabilmente con B. Ri-generazione. Ogni contestazione si farà risucchiare dalla conservazione. L’autore lo confermerà, molti anni dopo, con Tess (1979), Luna di fiele (1992), La morte e la fanciulla (1994), Oliver Twist (2005), L’uomo nell’ombra (2010), Carnage (2011). Altre parodie. Dell’amore, del sesso, dei diritti civili, del lavoro, delle missioni di pace, del politically correct. Visti nel loro rovescio dissoluto e luttuoso.

 

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Come molti film del periodo, quello di Polanski mette in chiaro l’inevitabile sconfitta del ’68, svelandone l’eccesso di fede, l’apodicitticità che da A sfocia a B, al suo contrario. L’Annunciazione è evidente. Prima ancora della gravidanza, si manifesta con il personaggio di un angelo ribelle (Terry, ex addicted) ricondotto alla retta via e poi suicida, che lancia invano un segnale simbolico alla protagonista. La caduta degli angeli è una costante dell’autore, sin dall’omonimo corto del 1959. Non c’è bisogno di scomodare le ali, semmai lo gnosticismo. Tutto è visibile nell’invisibilità. Rosemary’s Baby è horror perché è reale, proprio come, ne L’uomo nell’ombra, la Realpolitik si rende thriller. La scrittura media (se non mediocre) di Ira Levin diventa la base non ritoccabile di una forma cinema estremamente visionaria nella sua compressione d’impossibile realismo. Polanski si muove alla Hitchcock, fa fesso lo spettatore (medio), accontentato nelle sue certezze di logica astrattezza, e teor(em)izza alla Pasolini.

Una neo-coppia di sposi, i Woodhouse, s’illude di vivere per conto proprio a Manhattan. Lui (John Cassavetes), molto «immaginazione al potere», fa l’attore, recita in tv Un altro mondo e a teatro ha fatto (guarda un po’) Lutero e Nessuno ama l’albatro; lei (Mia Farrow) è svagata, svampita, informale, coltiva la fede (alla lettera: cattolicesimo, papa…). Sono la nuova generazione: idealista e pacifista, un po’ di sinistra, dreamer. I conservatori li definirebbero diavoli, demoni. Ma riusciranno davvero a prescindere dal vecchio, dai vecchi, da papà? Gli anziani, paradossalmente atei, coniugi Castevet (Ruth Gordon e Sidney Blackmer) li porteranno nel loro disincanto patto col diavolo. Quello vero, altro che gli ingenui contestatori. Lucifero (portatore di luce) che diventa Belzebù, il signore delle mosche, un cadavere. Romero direbbe zombi.

Lui ci sta perché in cambio avrà il successo, la visibilità. La riproducibilità tecnica cercata nevroticamente proprio dai personaggi (non) zombi di Diary of the Dead (2007). Lei si ribella ad oltranza. Urla, fugge, si ribella, sfida, affronta, lancia slogan e molotov mentali di protesta: «Siete tutti mostri!» Ma, di fronte alla culla nera di cui sopra, non sa resistere. Al di là degli occhi gialli, «occhi di animale, di tigre, non di essere umano!», il baby è pur sempre un baby. Carne della propria carne. L’uomo sconfitto nell’amor di sé, la donna in quello materno. Beffardissimo Polanski! Nel tradurre in plot, nemmeno suo, il concetto base, del giallo che si dissolve nel sole scuro, il sol niger. Il tema lisergico di altri due esemplari opere sessantottine concluse (inevitabilmente) negli anni ’80: Lucifer Rising (1972-1980) di Kenneth Anger e In the Shadow of the Sun (1972-1980) di Derek Jarman.

Però questo film di genere basso (produce, ma voleva dirigere, il William Castle dei mostri expanded), dal touch prodigiosamente europeo (girato a Londra), non si sposta, proprio come un vero film d’autore, dal proprio ombelico. I nuovi giovani sono già (corrotti dai) vecchi. Punto e basta. Modello, si è detto, Pasolini. Non c’è bisogno, come nel succedaneo L’esorcista (1973), di crearsi degli alibi. Di spostare altrove la crisi, il diavolo. In Iraq. E oggi, dallo straordinario Dominion (2005) di Paul Schrader, sappiamo finalmente la verità. Chi e che cosa è Pazuzu. Il diavolo è (in) Rosemary. E il finale polanskiano orgiastico con il trionfo dei vecchi, anagrafici e mentali, è davvero dolorosamente inscritto nel nostro presente guasto.

Nell’attuale società giovanilistica fino alla patologia (orrore delle rughe, della tetta calante, della propria età), chi regna satanica, per compensazione, è la vecchiaia. Vecchi miti, vecchi linguaggi, vecchi leader, vecchi (super)eroi. Dall’odissea nello spazio all’odissea nell’ospizio. Immaginate Rosemary come ingenua incarnazione di quegli anni in cui si voleva cambiare il mondo. E rabbrividite nel ripercorre la diabolica, vecchia, controffensiva che ne è seguita. Reagan, Thatcher, Craxi, le deregulation, i tagli sociali, il riarmo folle. Lo strategico crollo dei muri, la strategica guerra in Jugoslavia, la strategica Unione Europea. Spostamento global a destra, fine dello stato di diritto, bancocrazia: i veri diavoli al potere. Non più rose(mary), ormai. «Dio è morto!» «Ave, Rosemary, madre di Andrew!». •

Leonardo Persia

 

 

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Rosemary’s Baby
Titolo italiano: Rosemary’s Baby – Nastro rosso a New York
Regia: Roman Polanski • Sceneggiatura: Roman Polanski dal romanzo omonimo di Ira Levin • Fotografia: William Fraker • Montaggio: Sam O’Steen, Bob Wyman • Musiche: Krzysztof Komeda • Scenografia: Richard Sylbert • Produttore: William Castle • Interpreti: Mia Farrow (Rosemary Woodhouse), John Cassavetes (Guy Woodhouse), Ruth Gordon (Minnie Castevet), Sidney Blackmer (Roman Castevet), Maurice Evans (Edward “Hutch” Hutchins), Ralph Bellamy (Dott. Abraham Sapirstein), Angela Dorian (Terry Gionoffrio), Patsy Kelly (Laura-Louise McBirney), Elisha Cook Jr. (Sig. Nicklas), Emmaline Henry (Elise Dunstan), Charles Grodin (Dott. C. C. Hill), Hanna Landy (Grace Cardiff), Phil Leeds (Dott. Shand), D’Urville Martin (Diego), Hope Summers (Sig.ra Gilmore), Marianne Gordon: Joan Jellico, amica di Rosemary), Wende Wagner (Tiger, amica di Rosemary), Walter Baldwin (Sig. Wees), Patricia O’Neal (Sig.ra Wees), Charlotte Boerner (Sig.ra Fountain), Gail Bonney (Babysitter, voce), Carol Brewster (Claudia Comfort), Jean Inness (Suor Agnes), Lynn Brinker (Suor Veronica), Sebastian Brook (Argyron Stavropoulos), Gordon Connell (Allen Stone), Patricia Ann Conway (Sig.ra John F. Kennedy), Tony Curtis (Donald Baumgart, voce), Almira Sessions (Sig.ra Sabatini), Michael Shillo (Papa Paolo VI), Clay Tanner (il diavolo), Viki Vigen (Lisa), Frank White (Hugh Dunstan) • Produzione: William Castle Productions • Rapporto: 1.85:1 • Colore: colore Technicolor • Lingua: inglese • Paese: USA • Anno: 1968 • Durata: 136′

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  • Non mi capita mai di fare commenti sui blog che leggo, ma in questo caso faccio un’eccezione, perche’ il blog merita davvero e voglio scriverlo a chiare lettere.